ARIA
Tutto, fuori, come dentro di lui, appariva nebbioso...
Il cielo, oscurato dalle tende stampate, che con un dito provò a spostare, quasi a credere che oltre quel velo, splendesse di nuovo, il cielo.
Non era così.
La densa cortina che avvolgeva la montagna, non era così leggera da spostare: non sarebbe bastato un dito, per farlo.
Si soffermò su quel paesaggio surreale e spoglio: sulla pianta disseccata dal tempo, sulla quale la neve aveva costruito ricami di giaccio: imperturbabili, immobili e fragili.
Sul piccolo viale che si perdeva nello scomparire delle poche case diroccate; sull'insignificante orto, che fino all'estate prima offriva i suoi frutti e adesso, giaceva sotto un soffice manto di pioggia condensata... quasi a sembrare come il pianto confuso col sudore del sofferente.
Più distante, il paese, che come su di una stampa, sembrava così bello, forse solo perché appeso al chiodo di una stanza disadorna.
Il suo volto, era sempre più vicino a quel vetro appannato ed ormai la sua pelle, consumata dal tempo, poteva percepire il freddo che le pareti della casa tentavano, invano, di respingere.
Si ritrovò con la fronte poggiata su quella superficie di silice lavorata, fino a lasciarvi la stampa e così facendo, vi lasciò impresso tutto il contorno del suo volto; quasi come in un gioco, si ritrovò a sospingere tutto il suo capo, bocca, naso, orecchie, occhi, capelli – quei pochi che gli rimanevano – su quella superficie, raccogliendone tutte le goccioline condensate.
Come in un gioco, fu rapito dai ricordi, da quel ricordo e quel gelo invernale.
Come un fuoco atavico s'impossessò di lui sino a bruciargli dentro e a divampare in un incendio.
In un gesto violento della mano, passò tutta la superficie del vetro, quasi a cancellare quella immagine che lo stava perseguitando; gridò con rabbia, quasi che quell'idea prendesse forma e potesse con ciò essere cacciata.
Si rigirò su se stesso, in un vortice incontrollabile, tanto da fargli perdere l'equilibrio.
Barcollò, tentando di sorreggersi a quei pochi mobili che aveva intorno, portando con sé quei ricordi materializzatisi in pochi oggetti, sino a rovinare sul pavimento. Vide gli i "ricordi" che, cadendo, gli piombavano addosso, senza ferirlo: non come i ricordi dai quali fuggiva.
Solo il fracasso di un bicchiere in frantumi lo riprese da quel sofferente oblio ed egli tornò a fissare il cielo, oltre la montagna.
Un punto luminoso, inaspettatamente, si fece largo tra quelle nebbie, in parte diradate dal vento e dal primo sole del mattino.
L'osservò, così come l'infante osserva il mondo al suo primo impatto con la vita. Come se nella sua mente qualcosa avesse cancellato il filmato del suo arco vitale: ogni singolo fotogramma sembrava scomparire.
Dinanzi a quel segno di meraviglia che sembrava riappropriarsi della sua difficile esistenza, la smorfia di dolore che gli aveva disegnato pesanti rughe sul volto, si rilasso in un sorriso.
Un leggero, impercettibile, ma intenso sorriso.
Un sorriso che non parve inosservato all'infermiera che lo aveva raggiunto, richiamata dal rumore della piccola stanza.
“Tutto bene?”, lo incalzò, con rispetto, ma decisione.
“Tutto bene”, sibilò il vecchio.
Nei suoi occhi era così intensa la vita. Tanto intensa apparve, che la giovane ne fu rapita.
Fu presa dal rossore e dall'imbarazzo, quasi che quello sguardo profondo la rapisse in una emozione da innamoramento.
Non era mai accaduto.
Che cosa era accaduto?
La ragazza, turbata da quella “insana” sensazione, cerco di scuotersi e raccolse il vecchio così come si fa con un bambino che cade, dopo aver mosso i suo primi passi. Lui si adagiò a quella gentilezza.
Lasciò che quella debole carezza lo raccogliesse, senza opporre resistenza alcuna.
Continuava ad osservarla, tanto che il tempo passava e nella mente di lui, echeggiava il rumore di una pellicola da film riavvolta su se stessa, prima della proiezione.
Ritrovò i suoi anni di un tempo, quando, ancora giovane, saliva in sella della sua vecchia bicicletta senza freni.
Correva per il paese e riusciva a sorridere a pieno viso, tanto che tutti lo prendevano per matto: lui era il matto del paese.
Ogni mattina, usciva di casa all'albeggiare, in modo da percepire il primo freddo: quello spiffero del cielo che si sente solo al momento dell'alba.
Lontano, il sole, sembrava giocare con le sensazioni degli uominirisalendo le alpi, apparentemente vicine, per illuminare le colline e quindi, la costa.
E lui restava lì, immobile, a meravigliarsi della gratuità della natura: dei suoi colori, dei suoi profumi, dei suoi sapori...
Girava su se stesso, a braccia aperte e con lo sguardo perso nel cielo, quasi a raccogliere tutto ciò che lo circondava e che attendeva solo di essere raccolto. Girava, girava, sino a perdere l'equilibrio e quindi cadere sulla sabbia che, come una madre che non aveva mai conosciuto, lo raccoglieva tra le sue braccia, senza fargli troppo male.
Per questo sorrideva, felice.
Intanto, qualcuno, lo osservava dalle cabine, sorridendo e ritenendolo pazzo.
Intanto, lui, non si curava del giudizio della gente, ma lasciava spazio e tempo al suo spirito.
Le sue giornate, erano cadenzate dall'abitudine dei gesti e delle emozioni: ma mai riuscivano ad essere, le une uguali alle altre.
Lui aveva in sé il senso della meraviglia.
Quella meraviglia che fa di una margherita, tra le molte margherite, un fiore fantastico ed unico: la sua margherita, così diversa dalle altre. Magari, perché completa della sua corolla o, piuttosto, perché spoglia; perché trovata in compagnia di un insetto o semplicemente staccata e buttata al suolo, come un rifiuto.
Tornava su quella spiaggia, alla sera, perché non voleva perdere il momento del tramonto.
Il sole, a quell'ora, pareva stanco ed accaldato del suo lungo viaggio.
Lasciava che il cielo mutasse la sua apparente luce bianca, nei suoi mille colori; i suoi raggi, trafiggevano, ma con rispetto, le fosche nubi sull'orizzonte. Oppure raggiungevano il pelo dell'acqua per disegnare tra le onde, cangianti mosaici di abbagliante fulgore.
Quell'ora, era anche l'ora degli innamorati.
A lui piaceva osservare l'incontro degli amanti, mentre il sole, da dietro, creava una spettacolare sceneggiatura, che nessun sceneggiatore avrebbe potuto riprodurre, che nessun regista avrebbe potuto inventare.
Cercava il primo patino dove potersi posare, quasi a governare un bastimento d'altura: lui, ora, era il comandante.
Così osservava l'enorme distesa di spiaggia, percependone i tanti, ma diversi, passi.
La gente, passeggiava, lasciando impresso il loro passaggio e seguendo quelle orme, apparentemente insignificanti, era possibile cogliere l'attimo in cui persone diverse, s'incontravano in un unico punto. In quel preciso punto, si concentravano i movimenti confusi dei piedi ed in quel punto, proprio in quel punto, gli amanti cadevano al suolo lasciando i loro corpi a se stessi ed alle loro emozioni.
Non c'era giorno in cui, notava, lontano, ma sempre più vicino, quei due corpi che si cercavano e ritrovatisi, si perdevano in un abbraccio, sino ad apparire come un unico spettacolo della natura.
Ma il tempo passava anche per lui ed era giunto il momento in cui, quelle emozioni che percepiva e sentiva appartenere ad altri, stavano prendendo possesso della sua anima, del suo corpo.
Ancora si emozionava, nell'osservare l'incontro degli amanti.
Ancora aveva un sussulto di gioia alla vista di quell'incontro, sempre lo stesso, ma sempre diverso. Ma qualcosa, una forza misteriosa sembrava fargli riconoscere una personalità nuova, un nuovo modo di sentire e di essere, che non era in grado di governare.
Il comandante non governava più il suo bastimento.
Fu turbato, da quella sensazione.
Si mise le mani sugli occhi, quasi a nascondere a se quell'immagine che lui non avrebbe potuto mai costruire.
Avrebbe voluto essere il regista del suo film ed anche l'interprete principale.
Ma lui era solo un pazzo, pazzo, pazzo...
Non riusciva più a sorridere della gente.
Lui non voleva essere più, un pazzo.
Forse fu la prima volta in cui sentì il sapore delle lacrime.
Non perché non avesse mai pianto, prima: ma per la prima volta, percepì il sapore delle lacrime.
Scappò via da quella spiaggia.
Salì in sella alla sua bicicletta senza freni per correre verso casa, per trovare rifugio.
Per la prima volta, lui che aveva imparato ad essere acrobata tra le insidie della gente e del traffico, cadde a terra, in mezzo alla gente che lo derideva.
Per la prima volta gridò.
Tanto a lungo che in molti, sebbene dinanzi alla sua esile corporatura, furono presi dallo spavento e ancora una volta si difesero dalla sua rabbia gridandogli parole come: “Vai via. Torna a casa tua. Torna da tua madre, se ne hai una. Pazzo, spaventi i nostri figli...”
Parole dure come pietre.
A terra, sentiva quelle "pietre" che tutti gli gettavano addosso.
Tentava di osservare quei volti trasformati dalla paura e dalla rabbia ed anche il sole sembrava avercela con lui: non poteva alzare gli occhi, che i suoi raggi, violentemente, prepotentemente, gli entravano dentro, costringendolo a chiuderli.
Osservava, allora, le sue lacere vesti, il sangue che le macchiava.
Ma non c'era dolore più grande di quello che quelle parole portavano dentro le sue viscere.
Si rannicchiò su se stesso, in una posizione fetale che lo rese così ridicolo agli occhi della gente. Così innoquo.
Talmente innoquo, che quella stessa gente prese il “coraggio” di giungere persino alle vie di fatto.
Nel suo film, adesso, i “guerrieri coraggiosi” lo circondarono, fino a farlo sentire soffocare.
Qualcuno gli sputò addosso, schernendolo.
Gli altri, come un branco, seguirono quell'esempio di inciviltà e ci fu anche chi lo prese a calci.
Il tumulto del gruppo fu sopraffatto dalle grida di una ragazza:
“Disgraziati. Cosa state facendo? Ma che cosa vi ha fatto? Pazzo? Voi siete i veri pazzi! Ma guardatevi, oggi è domenica, il giorno del Signore... Vi ho visto in chiesa, poco fa. Vi siete prostrati dinanzi al Signore ed adesso che fate: lo prendete a schiaffi, a sputi, il vostro Signore? Vi conosco, uno per uno – se non altro per le battute cretine – ed alcuni di voi sono anche i rappresentanti di questa comunità. Belle parole: parole! Solo parole! Avete sfogato la vostra rabbia? Siete appagati, adesso? Avete fatto la vostra buona azione?”
Tutti ascoltavano in silenzio, nessuno aveva il coraggio di replicare, ma nessuno trovava il coraggio per andare via: sarebbe stata una sconfitta.
“Via! Andate via! O giuro su Dio il primo che mi capita lo prendo io a calci!”
Come pecore di fronte al pastore, abbassarono le loro teste vuote e tutti assieme si allontanarono, senza che nessuno potesse dire di averlo fatto per prima. Insomma, di aver lasciato il campo ad una donna.
Lui era ancora a terra, tremante, annichilito su se stesso, a gemere come un bambino impaurito.
Si difese persino dalle prime carezze della fanciulla, ritraendosi e singhiozzando.
Pian piano le mani chiuse sul volto, si aprirono ed il sole sembrava essere tornato amico: faceva da corona al volto di lei, irradiato da dietro.
Com'era bella.
La meraviglia, riprese possesso e pian piano la paura ed anche il dolore sembrarono scomparire.
“Su, dai, tirati su. Non avere paura, sono un branco di sciacalli. Sono andati via, alzati, adesso” lo esortò la ragazza.
La osservava, di costa, quasi a difendersi da quella bellezza che lo stava conquistando. Ci mise un po', prima di sussurrargli:
“Grazie... grazie... nessuno mi ha mai difeso... grazie... nessuno mi ha mai parlato... nessuno parla con me”. Si soffermò a riflettere su quest'ultima frase:” Nessuno parla con me”.
Fu come se qualcuno, nel suo cuore, aprisse una valvola arrugginita dal tempo e a causa di questo, questa valvola si rompesse, lasciando uscir fuori, di getto, tutta l'acqua che conteneva quel serbatoio di dolore. Pianse a dirotto e, senza decidere come e quando, si ritrovò ad abbracciare la giovane ragazza, a singhiozzarle addosso.
La abbracciava forte, sino a farle male.
La giovane tacque e capì che quello stesso dolore era anche quello che provava lui.
Lo lasciò sfogare, mentre gli altri, più lontano, commentavano la scena.
Forse c'era anche chi avrebbe voluto chiedere scusa... ma non avrebbe ceduto a tale “sciocchezza”.
Gli uomini, in fondo, non sono cattivi.
Peggio!
Sono ipocriti.
“Su, adesso è davvero finito tutto. Sai che facciamo. Andiamo a casa tua, così ti metti un po' a posto e mi racconti di te. Io mi chiamo Aria e tu?”.
Quelle parole, lo raggiungevano come l'eco delle sue montagne. Le parole si confondevano con il tepore del fiato di chi le pronunciava; così come l'aria della primavera ricorda che la vita sta per esplodere di nuovo, dopo l'inverno.
Aria, che bel nome, pensò.
Non disse niente.
Raccolse la sua bicicletta e s'incamminò, percependo, dietro di sé, i passi della sua salvatrice.
Altri occhi seguivano quei passi.
Occhi maligni, che altro non riuscivano a pensare se non alla “follia” di quei due o all'avventura nella quale i due giovani si stavano lanciando: quello stesso tipo di avventura che molti avrebbero voluto condividere (la ragazza era proprio bella), ma nessuno osava confessare.
Lui, intanto, pensava al suo film, che forse ne era il regista e che forse ne era anche l'interprete principale.
Di li a poco raggiunsero la sua abitazione.
Un vecchio rudere, relativamente lontano dal paese, che si raggiungeva tramite uno stretto ed irto sentiero.
Un posto, che nessuno avrebbe avuto la voglia di andare a visitare.
Lei stessa, alla vista di quel sentiero che si insinuava nella folta vegetazione, ebbe come un sussulto. Si bloccò un attimo. L'attimo necessario per cogliere l'espressione interrogativa e nel contempo, disperata, del compagno. L'attimo in cui mille pensieri passarono per la sua mente:
”Adesso mi lascerà qui. Ha paura. Di questo posto. Magari anche di me....sono solo un pazzo”
Un susseguirsi di domande interiori rotte dalla risata di lei:
“Ma dai, avanti! Non penserai mica che te la cavi così? Hai costruito tutto questo per spaventare la gente, vero? Non vuoi nessuno tra i piedi, io ti conosco. Ma io non sono come la gente. Avanti! Avanti!”
No, si era sbagliato.
Ma se cambiasse idea? Riprese velocemente il passo: molto più velocemente tanto che lei faceva fatica a stargli dietro.
Fecero veramente in fretta a risalire quel viottolo ma, non appena questo si aprì sulla vecchia abitazione, sembrò come di passare dal buio alla luce, dalla mareggiata alla bonaccia.
L'arco del sole colpiva da ogni lato quell'abitazione ed ogni specie di fiore colorava quel giardino. Solo la casa appariva come se il tempo si fosse fermato all'epoca della sua costruzione.
Mentre Aria veniva rapita da quella bellezza non eccessiva, venne distratta dalle grida di festa di lui che, davvero, saltava come un pazzo, nel bel mezzo del giardino, gridando a gran voce:
“Tod, Tod, vieni che ti presento Aria. Corri, corri!”
Tod era un piccolo bastardino pezzato, che alla vista del padrone, contribuì al suo entusiasmo, quasi a gareggiare nel salto. Entrambi si lasciarono cadere sull'erba, giocando e rotolando sul prato, mentre Aria li osservava, sorridente.
Il giovane si rialzò e quindi, dopo essersi scosso le foglie di dosso e tutto ciò che sino allora lo aveva sporcato, ivi compresi gli insulti della gente, si voltò verso la ragazza, fece un inchino e si presentò:
“Mi chiamo Giobbe, forse perché così paziente. Non ti racconto la mia vita, perché di lei niente ho da raccontare, ma è la vita stessa che si racconta in me.
Non ho madre da piangere, perché mai conosciuta.
Non ho padre a cui chiedere aiuto, perché quando ne ho avuto bisogno, ho capito che quella non era la persona giusta per darmelo.
Ho questa casa che non so di chi sia, ma che nessuno vuole, perché gli “spiriti” la posseggono.
Ho questo cane, che non essendo saggio come gli uomini dicono di esserlo, non teme gli spiriti e vive con me.
Tu sei la prima persona ad entrare in questa casa ed io di lei, offro a te ogni cosa che tu voglia accettare di ricevere.”
Aria, continuava a guardarlo senza capire se stava recitando. Se fosse pazzo davvero o, magari, se fosse molto più saggio di tutti coloro i quali lo dileggiavano.
“Bene”, risposte “accetterò quello che questa casa potrà offrirmi e sarò lieta di condividere con voi la vostra amicizia. Anche io non credo negli spiriti, dunque.”
I due entrarono nell'abitazione ed ancora una volta, Aria fu presa dal senso della meraviglia.
Diversamente da come appariva da fuori, quella casa sembrava essere viva davvero.
Profumava di pulizia ed ogni cosa sembrava nata per stare li, dove si trovava.
Gli stessi giochi di luce, le ombre, i rumori, parevano essere state predisposte per un concerto di emozioni.
Emozioni.
Da tempo, Aria non aveva più emozioni.
Da tempo, Aria, non provava più meraviglia.
Da tempo, Aria, sopravviveva, senza vivere.
Mentre pensava a tutto questo, si accorse che Giobbe era silenziosamente sparito e Tod, scodinzolando, la osservava con il capo reclinato di fianco e la bocca aperta a mo' di sorriso, con la lingua penzolante di lato.
Non appena lo sguardo di lei e dell'animale si incrociarono, il piccolo cagnolino spicco un salto in braccio, che subito lo raccolse e trattenne a sé. Mentre Tod le esprimeva tutto il suo affetto, Giobbe apparse di nuovo, ripulito ed ordinato.
“Ma... scusa... quanto tempo è passato. Come hai fatto a cambiarti così in fretta? Saranno passati si e no cinque minuti e...” chiese, interrogativa, Aria. Ma non finì la frase che Giobbe la interruppe:
“Non so... quanto tempo?... io non ho tempo. Cos'è il tempo? Anche tu, come quelli la fuori, vi siete costruiti il tempo per decidere se siete giovani o se siete vecchi; se e quando è il momento di scherzare e quando è giunto il tempo di smettere di ridere; quanto tempo si deve lavorare per costruire qualcosa per il futuro e per quanti soldi vale la pena di costruire quel futuro. Io non ho tempo. Il ho il sole che entra al mattino da quella finestra e che mi ricorda che è il momento giusto per salutare la vita. E' il sole, che scandisce le mie giornate, senza bisogno di sapere quanto sono corte o quanto sono lunghe. E' quello stesso sole che vado a salutare, ogni giorno, sulla riva del mare, così come fanno tutte le persone innamorate. Io ho le stelle, che tengono compagnia alla notte. Che chiamo, una per una, col nome che ogni giorno decido di dare loro. Tutti possono dargli i nomi che più gli piacciono, perché le stelle non si acquistano, non appartengono a nessuno: sono belle e sono li per donarsi. La luna, mi ricorda che la vita è come un mare che non ha tempo, ma che nelle sue fasi, racconta se stessa, se la sappiamo ascoltare. Ma gli uomini non hanno tempo da perdere in queste follie. Ed allora si inventano il loro tempo.”
“Certo, è bello tutto quello che dici. Ma come potrebbe una comunità lasciarsi andare ai ritmi della natura, senza rischiare di perdersi?” incalzo, lei.
“Anche questo è vero. Infatti, io non impongo la mia regola di vita. Ma c'è chi vuole imporla a me e questo io non lo accetto.”
Quella domanda e quella risposta, in certo qual modo, turbò la serenità di Giobbe che, sino a quel momento si era limitato a vivere, senza porsi troppe domande sulla sua esistenza: su ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.
S'irrigidì, in mezzo alla stanza, con i pugni serrati lungo i fianchi, senza riuscire a contenere quel tremore che lo stava aggredendo. Ancora una volta, non riusciva a governare le sue emozioni: qualcosa di nuovo stava accadendo.
Qualcosa di violento, di sconosciuto. Qualcosa che a lui non piaceva e che non voleva che altri conoscessero di lui.
Gridò forte ed invitò Aria a lasciare la casa.
Tod, fuggì via ed uscì prima ancora della ragazza, dalla porta d'ingresso.
Lei, indietreggiò e per un attimo ebbe come paura che uno spirito si fosse impossessato di quel giovane, così sensibile.
Pochi passi e poche parole:
“Beh... allora... scusa... se è questo che vuoi... magari, ci rivediamo, eh...”.
Ma Giobbe non proferiva parola.
Restava immobile, con i pugni serrati ed il tremore controllato.
Restò solo nella stanza, fintanto che il sole si perse nel mare e la fioca luce bianca della luna si introdusse nella fredda sala.
Ricadde sulle sue ginocchia, sino ad assumere, nuovamente, una posizione raccolta.
Cosa stava accadendo?
Aria era sparita.
Ma quella persona, proprio come l'aria, gli mancava.
Lui che era stato sempre solo. Lui che viveva bene con se stesso. Per la prima volta sentì quanto un estraneo potesse essere così importante per la sua vita, per il suo tempo.
Per la prima volta, Giobbe, fece caso al tempo.
Contò, giorno dopo giorno, i passaggi del sole; il crescere ed il calare della luna.
Dimenticò il nome delle stelle del firmamento ed il colore ed il profumo dei fiori.
Solo Tod, come fedele compagno, gli restava a fianco, guardandolo perdersi in se stesso.
Non riusciva neppure più ad alzarsi dal letto, tanto le forze e la voglia di vivere lo avevano lasciato.
Il piccolo cane, lasciò che l'intelligenza di cui era dotato prendesse il sopravvento sull'idea che le persone hanno del raziocinio animale e così corse alla ricerca di Aria.
La trovò, su di un patino sulla riva del mare e, non appena raggiuntala, saltò richiamando la sua attenzione.
Capì subito.
Corse a casa di Giobbe e lo trovò privo di conoscenza, nudo, rannicchiato al suolo.
Ancora una volta lo raccolse, lo nutrì, lo curò, sino a fargli riprendere vita e speranza.
Lei era la vita e la speranza di Giobbe.
Ogni mattina, Aria lo raggiungeva e si confrontava con lui sulle questioni importanti della vita.
Ognuno esprimeva il proprio punto di vista, senza che il pensiero dell'uno, dovesse essere il pensiero dell'altro, ma in modo tale che un unico grande pensiero, scaturiva da quell'incontro di idee.
Furono momenti, giorni, mesi fantastici, nell'ambito dei quali ciascuno di loro apriva all'altro il proprio cuore e la propria mente.
Ma, come disse Pascal, “ci sono ragioni del cuore, che la mente non può capire”.
Un giorno Aria aprì la porta e vide Giobbe che la fissava.
Da quell'incontro di sguardi, si sprigionò un'energia sconosciuta; la luce entrava negli occhi dei due, così come all'uscita di una grotta, la luce del sole. Il cuore, batteva così forte, che pareva voler uscir fuori dalla gabbia toracica; quel battito animale sembrava un tam tam che si diffondeva nella camera, che adesso pareva l'enorme stanza di un castello. Tutto il corpo fremeva e le braccia, le gambe, sembravano trascinate da una forza misteriosa.
Si ritrovarono avvolti in una morsa vigorosa.
Si lasciarono andare ai propri sensi: ascoltarono i loro corpi, che sino ad allora sopivano, in attesa di esprimersi in un canto d'amore.
Si, quello fu il loro canto d'amore, che celebrarono nella “casa degli spiriti”, così come la chiamavano in paese.
Quegli spiriti, se ve ne fossero stati, lasciarono per sempre quell'abitazione per lasciare posto all'amore, che tutto riempiva, tutto copriva.
Si amarono.
Più volte e con intensità, perlustrando i loro corpi e le loro sensazioni, così come avevano fatto sino ad allora con tutto ciò in cui era presente la vita.
Il loro atto d'amore era un canto alla vita!
Cantarono la vita, in tutte le sue forme, senza con ciò offenderla, senza con ciò depredarla di quanto di così bello potesse donare.
La mattina dopo, si ritrovarono abbracciati, ancora assieme.
Quando Aria aprì gli occhi, percepì gli occhi di lui su di lei; questi le carezzava il viso e le spostava i capelli che tentavano, invano, di coprirgli gli occhi. Continuava a sfiorargli il corpo, apprezzandone forma e calore, odore e sapore.
Adesso era sceso dal suo bastimento.
Adesso lui era il primo attore del film che aveva deciso di girare.
Adesso era davvero felice.
I due decisero di vivere assieme, sebbene contro le decisioni dei genitori di lei che non ebbero la forza, non tanto di accettare Giobbe “il pazzo”, ma, piuttosto, di accettare il giudizio della gente.
In paese, infatti, non si parlava d'altro.
Di quei due nulla facenti, depravati, che consultavano gli spiriti.
Qualcuno, addirittura, affermò che se fossero stati altri tempi, avrebbero risolto il problema in un'altra maniera.
Quell'idea malsana, come un tarlo, sembrava insinuarsi in quella ipocrita comunità di animali dal volto umano.
I due, dal canto loro, vivevano del loro amore.
Condividevano ogni attimo della loro esistenza, sino a dar vita al frutto del loro amore: un figlio.
Ma quella gioia così grande, ben presto, si trasformò in dolore.
Quella felicità, agli occhi della gente, non era normale.
Altri giovani avrebbero potuto scegliere di vivere così o, piuttosto, non si accettava che alcuni potessero essere davvero felici mentre gli altri, accettavano giornalmente le proprie miserie, per la comune approvazione.
Un figlio, poi, come poteva crescere bene in quella famiglia? era poi una famiglia? non erano neppure sposati!
Ben presto, quel bambino venne affidato ai genitori di Aria, in modo tale che i due non potessero “contaminarlo” con le proprie idee malsane.
A nulla servivano le invocazioni di Aria alla madre.
“Hai fatto la tua scelta. Ne abbiamo persa una di figlie. Non ne vogliamo perdere un'altra”. Così rispondeva, implacabile, la sua genitrice.
Il sentimento materno di Aria, la stava distruggendo e la cattiveria della comunità incalzava tanto che, alcuni “coraggiosi” raggiunsero l'abitazione dei due, saccheggiandola e devastandola. Persino minacciando i due amanti, che i prossimi sarebbero stati loro.
La pazienza di Giobbe, come in una riviviscenza biblica, venne meno, ed il giovane contadino, robusto ed avvezzo a combattere la vita e per la vita, raggiunse il piccolo centro del paese, alla ricerca di qualcuno su cui sfogare la propria rabbia.
Ma come quel giorno cadde di bicicletta, ancora una volta cadde a terra, in quanto spintovi da un gruppo di giovani perditempo, che non avevano avuto la meglio allo stadio, la domenica precedente a quella giornata.
Nessuno si mosse per andare a salvare il giovanotto da quelle belve inferocite. Anzi.
La gente si ritirò in casa o nel bar del paese, quasi soddisfatta di quella “lezione” che gli ci voleva.
Il branco non fu abbastanza soddisfatto, e mentre Giobbe era sconfitto, al suolo, lo provocarono gridando:
“E adesso non è finita qui. Adesso tocca a lei!”
Giobbe non aveva neppure la forza per gridare aiuto, se vi fosse stato qualcuno disposto ad accogliere la sua invocazione.
Si trascinava, con le ossa rotte, verso la sua abitazione che sentiva impossessata da spiriti immondi.
Aveva paura. Tanta paura.
Quando raggiunse la sua casa, fu troppo tardi.
La giovane sposa era sulla porta d'ingresso, con lo sguardo perso nel vuoto, a carezzare il suo piccolo cagnolino, che sembrava dormire.
Restarono così, in quella posizione, per diversi giorni, sino al momento in cui una pattuglia dei carabinieri, sollecitata da un anonimo, andò a verificare che cosa fosse realmente accaduto.
Ormai era troppo tardi.
Tardi, per dare quel soccorso necessario ad evitare che ad Aria venisse rubato l'amore.
I due tornarono alla loro abitazione, tentando di riprendere a vivere.
Ma la vita della giovane donna, non aveva più speranza di esistere: tutto le era stato tolto, anche la sua possibilità di decidere a chi donarsi.
Non bastarono le cure di Giobbe a recuperare quel sorriso; neppure l'interessamento della madre e la possibilità di accudire il figlio.
Adesso, davvero, Aria non poteva più accudirlo.
Una mattina, quando Giobbe si alzò dal letto, era molto presto. Aria non c'era.
Il sole non entrava nella stanza ed il tempo, quel tempo che aveva imparato a conoscere, sembrava essersi fermato.
Invano, chiamò il suo nome.
Sembrò rispondergli il mare, lontano.
Corse verso la spiaggia, e quanto più si avvicinava, tanto più annusava l'odore salmastro ed udiva le grida disperate dei marosi che s'infrangevano sull'arenile.
Sentiva quelle lacrime di acqua salata che il mare gli schizzava sul volto sudato ed intirizzito dal freddo.
Gridava il suo nome, quasi a sentire che lei era li, vicina.
Salì sul patino, quel bastimento che ormai da tempo non governava più.
Lo fece per raggiungere una diversa altezza.
Quell'altezza appena necessaria per percepire, dietro una piccola duna, la presenza del suo amore, più avanti, lambita dalle onde.
Corse verso di lei.
Corse come un giorno sperava che sarebbe accaduto.
Corse come un giorno accadde davvero.
Corse come adesso non avrebbe mai voluto correre... e la raggiunse.
Lei era li adagiata al suolo, seminuda e bellissima come non mai.
Pallida.
Gli occhi ancora aperti verso il cielo con un sofferente sorriso.
Ma come aria, il suo amore si era dissolto nel nulla, lasciando di lei solo ricordo, che ben presto divenne oblio.
Giobbe, rimase li per molto tempo.
Fintanto che la gente del paese, adesso tristemente raccolta, in sentimento di pietà, raggiunse i due amanti.
Per la prima volta, ci fu anche chi disse parole buone a Giobbe, cercando perdono.
Giobbe tacque.
Osservava, in silenzio, quel corpo raccolto dalla spiaggia.
Sollevato al cielo e quindi adagiato su di una lettiga.
Osservava, in silenzio, la minuzia con la quale gli investigatori facevano ricerca di indizi sul posto e tiravano le loro conclusioni.
Ascoltava, in silenzio, le rassicurazioni del maresciallo del carabinieri, che escludevano un'ipotesi di uxoricidio: si trattava di suicidio, era evidente.
Giobbe, a quella parola – suicidio – osservò il pubblico ufficiale ed il capannello di curiosi: li guardò tutti, uno per uno, e con lo sguardo di un giudice distaccato affermò:
“Omicidio. Si tratta di omicidio. L'avete ammazzata tutti quanti”.
Furono quelle le sue ultime parole...
“Tutto bene”, furono le parole con le quali ruppe quel silenzio.
Giobbe, ormai era vecchio e colse nello sguardo della giovane infermiera, qualcosa che il tempo aveva portato con se.
Sembrava, che con il tempo - quella strana invenzione degli uomini – il suo passato, potesse essere definitivamente rimosso. Ma quel film, si era fermato su brevi attimi della sua esistenza.
Su di uno sguardo di un'amica e di un'amante, tatuato nella sua storia di uomo.
Quello sguardo... quello sguardo tornava, ora, ad esistere.
Ora, carezzo il volto dell'infermiera ed il contorno delle labbra.
Si soffermò, ancora una volta, su quello sguardo e gli sussurrò:
“Chi sei? mi sembra di conoscerti. Appartieni forse al mio passato?”
Dopo averlo abbracciato forte, gli rispose:
“Sono tua figlia. E' da tempo che attendevo che tu mi riconoscessi. Sai, i nonni mi hanno voluto far chiamare Anna, ma io mi chiamo Aria”.
Giobbe pianse.
Pianse, come ormai da tempo non accadeva più e si ricordò che le lacrime hanno il sapore del sale: hanno il sapore del mare.
“E tua madre”, proseguì Giobbe “tua madre, dov'è?”.
“E' nella nebbia. Vedi?” gli indicò un punto lontano, tra la nebbia, dove solo l'immaginazione o la fede, permetteva di scorgere qualcosa.
Con timore e tremore, incalzò:
“E'... è uno spirito?”.
“No, gli spiriti non esistono” lo rassicurò sua figlia Aria “lei è amore! e quando sarà il momento giusto, il mare ti chiamerà ed anche tu andrai con lei nella nebbia, affinché l'amore sia pieno e duraturo. E per quell'amore, non ci sarà uomo che possa rapirne il tempo”.
Giobbe, si adagiò sul letto, dichiarando di essere stanco.
Chiuse gli occhi e predisponendosi a quel viaggio, accennò un sorriso e sussurrò:
“Arrivederci Aria... da sempre ti amerò”.
domenica 13 marzo 2011
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