Quel giorno ero disteso sulla panchina immersa nella pineta marittima, mentre alcuni raggi di sole, aiutati dal vento, provavano a scrutare l'oscuro mondo, nascosto dalle alte fronde. I miei pensieri venivano distratti dal vocio dalle genti del posto, che con linguaggio volgare ma schietto, tipico della Versilia, raccontavano dei loro fatti e dei loro misfatti.
Poco distante, si ergeva l'ospedale: a vederlo così sembrava un immenso formicaio dove continuamente entravano ed uscivano le diverse persone; genti che portavano sulle loro spalle, le speranze e le condanne della vita.
C'era qualcosa di assurdo in tutto ciò.
Da una parte, un immenso polmone di verde, distraeva i pensieri che inevitabilmente assalgono gli uomini e le donne e dall'altra, un edificio dai muri malsani accentuava quei pensieri, fino a farli divenire pura disperazione.
Mi domandavo cosa facevo io, lì, in quel momento. Avrei potuto attraversare quella strada che separava la speranza della vita dal preludio della morte, in pochi attimi, per donare parole di speranza: farmaci che hanno forzato i limiti del tempo. Ma rimanevo immobile, assente, distaccato; riuscivo ad ascoltare la mia disperazione che né la vitalità della pineta riusciva a risolvere, né, tanto meno, la "magia" medica avrebbe potuto sanare.
In quel momento quelle persone paesane, che con mille parole buttate al vento sfidavano il cadenzare del tempo, riuscivano ad innervosirmi; non riuscivo a sopportare le loro pur semplici ed ingenue volgarità ed arrivavo esclusivamente a confonderle con animali in preda ad istinti. Un intercalare di parole scurrili, che poco prima riuscivo ad accogliere come tradizione popolare, adesso venivano repulse dal mio animo, troppo proteso a pensare alla vita e al suo significato.
Il mio sguardo cadde allora lungo il viale sterrato che separava la pineta in due polmoni e giungeva poi sulla riva del mare. E su quel viale camminava con passo stanco una donna ormai non più giovane, ma non ancora vecchia: forse non lo sarebbe mai stato, forse non sarebbe mai giunta a quel limite della vita che si confonde con il decadimento, con la voglia di cessare di esistere.
Fui incuriosito dal suo abbigliamento.
E' così strano come gli uomini riescano a vestirsi con abiti congeniati per loro oppure, come pagliacci, riescano a ridicolizzarsi con abbigliamenti che li rendono assurdamente impacciati. In quel caso, quel vestito scuro e composto, quel cappellino posato sul capo come i petali di una rosa sul proprio calice, quelle scarpe prive della polvere del selciato da esse calpestato, si armonizzavano ottimamente con quel corpo minuto. Sul suo volto si potevano leggere il trascorrere di molti anni e di svariate sofferenze; eppure i suoi occhi e l'impercettibile sorriso davano a quella persona la dignità di una donna.
Continuavo a seguirla, quasi ammirato da quella celata bellezza; la bellezza che nessuno si perde ad osservare; la bellezza che durante la gioventù dà luce al corpo che troppo spesso distoglie lo sguardo dal resto; la bellezza che però rimane anche quando il decadimento avanza.
Continuavo ad osservarla, nei suoi passi deboli, ma sicuri: in quei passi che avevano perso la fretta della gioventù. Continuavo ad ammirarla, mentre i suoi occhi riuscivano armoniosamente a contemplare il mondo circostante; mentre i suoi occhi riuscivano a trasmettere le parole che non si possono udire: quelle dei pensieri.
Chissà cosa stava pensando...
Forse il suo pensiero tornava a scavare negli antri della mente, dove rimanevano nascosti i ricordi. I ricordi che accompagnano le nostre esistenze e senza le quali queste ultime non sarebbero tali. I ricordi che come immense e pesanti statue di marmo o di cenere, si collocano inamovibilmente ed immodificabilmente sulla strada delle nostra vita.
E fu così che giunse alla panchina dove anche io mi trovavo.
Mi osservò e mi donò un sorriso, prima di sedersi.
«Buon giorno, bel giovane», mi disse.
«Buon giorno», risposi alla cortesia del saluto.
Si sedette vicino a me e continuò a guardarsi intorno, mentre io, continuavo ad osservarla, così come se l'avessi conosciuta da lungo tempo. Vinsi un'iniziale timidezza e sentendomi quasi impertinente mi rivolsi a lei.
«A cosa state pensando?»
«Eh, caro mio, a tante cose. Sa, quando si arriva alla mia età, non rimane altro che pensare. Sa come si dice. Che invecchiando si riesce a ricordare solamente il passato, mentre il recente passato, si scorda facilmente. Ed io ricordo il vecchio passato: quando ero una bella ragazza.»
«Beh, mi permetta. Anche ora è bella. Una bella anziana signora.»
«Già, una bella anziana signora» disse, quasi pensando «ma il passato rimane e purtroppo è immodificabile o forse è giusto così, chissà.»
«Non è forse felice dei suoi ricordi? sembrerebbe il contrario.»
«Certo che sono felice ma non per quei ricordi, ma per quello che significarono per me.»
Voltandosi verso di me, iniziò a raccontare la sua storia, quasi come si racconta una fiaba ad un bambino.
«Deve sapere che io sono nata da una famiglia semplice. Emigranti che dal sud vennero al nord in cerca di una vita migliore. Non che la vita al sud non fosse buona. Ma, lei che è giovane lo saprà meglio di me: si pensa sempre che esista qualcosa di meglio di quello che si ha ed allora ben presto quello che si ha, diventa spesso il minimo indispensabile per vivere. Come si dice, l'erba del giardino del vicino è sempre più verde.»
«Allora lei è nata al sud.»
«No, no. Io sono nata qua. Ma mi creda, non è che conti poi tanto dove uno nasce, quanto, in quale famiglia nasce. I miei genitori, come le dicevo, erano persone buone, colte ma comunque persone del sud. Persone molto legate alla famiglia, alle buone abitudini: con loro non si poteva sgarrare. Specie mia madre.»
«Sua madre?»
«Sì, mia madre. Mia madre ha avuto sempre il sopravvento su di me e su mio padre, in fondo. Con lei bisognava rigare diritto! altrimenti erano botte. In casa, dovevo essere sempre io a cedere e così con i parenti, gli amici ed anche i nemici. E sì, perchè i nemici si cominciano ad avere da bambini; ma mia madre mi insegnava che i nemici non esistono e che non sta bene comportarsi in modo sconveniente: è da persone cattive. Ed io mi sentivo una bambina cattiva. Giorno per giorno mi mortificavo e rinunciavo a me stessa, alle mie emozioni, alla mia voglia di ribellione. Andavo in camera e quando non c'era nessuno piangevo: perchè piangere di fronte ad altre persone non stava bene, specie di fronte a mio padre.»
«Perchè, cosa aveva suo padre di strano?»
«Mio padre era l'uomo più buono del mondo. Era così sensibile e per mia madre piangere davanti a lui, era come tendergli un tranello. Ed io mi sentivo una traditrice. E sì, perchè a volte non riuscivo a fingere, anzi, avevo bisogno di piangere davanti a lui: non crede che sia giusto piangere coi propri genitori o comunque quando uno ne ha voglia?» e detto questo pianse.
«Certamente che è giusto. Perchè non si dovrebbe farlo?»
«Già, perchè. Ma io ero soltanto una bambina e non riuscivo a capirlo. Quante volte ho dovuto piangere in silenzio, senza la consolazione di nessuno: una bambina avrebbe bisogno di essere consolata da qualcuno. Pensavo che io mi meritavo tutto questo e odiavo mia madre. Sì la odiavo perchè lei era cattiva con me. Non la odiavo perchè mi puniva, la odiavo perchè non capivo perchè mi punisse. Ma per una bambina è un fatto molto grave odiare la propria mamma.»
«Ma perchè sua madre era così severa?»
«Non lo so, non l'ho mai saputo, avrei voluto saperlo, un giorno ma, non lo saprò mai. Certe cose succedono e basta. L'educazione, il luogo dove viviamo, le esperienze della vita... cresciamo come arbusti piantati in campi sconosciuti e prendiamo le forme più strane, così come alberi senza sostegno. Forse anche mia madre subì a sua volta delle violenze e quelle violenze le trasferì poi su di me.»
«Non ha dei ricordi belli di sua madre?»
«Ma, forse, non saprei. In fondo i nostri ricordi molto spesso sono una trasformazione della realtà e più passa il tempo e più assumono svariate forme, svariati modi di essere ricordati. Mentre gli anni trascorrono, mentre le esperienze della vita ci modificano, anche i nostri ricordi non sono più gli stessi. Anche per mia madre è lo stesso. Io ricordo di lei che la odiavo, che era cattiva con me, che mi maltrattava: in fondo non ho buoni ricordi di lei. Però ora io non la odio più perchè ho capito che anche lei era stata a sua volta violentata, era vittima della morale, della educazione, delle regole, dei sentimenti frustrati. Allora quando la ricordo, vorrei che fosse di nuovo qui vicino a me: in fondo era mia madre e senz'altro sarà stata buona con me. Ma i miei ricordi, purtroppo, si sono fermati a quando lei mi sgridava per niente, a quando mi chiudeva in una stanza in castigo, ha quando mi picchiava con una mazzetta.»
L'anziana signora, si azzittì un attimo, aprì la propria borsetta - una borsetta piccola ma graziosa - ed estrasse con garbo un fazzolettino rosa ricamato con le parole "ti amo" e con quello si asciugò gli occhi.
Poi rivolgendosi a me, mi disse:
«Questo me lo regalò lui.» e così dicendo sorrise.
Io la osservai, senza dire niente, senza chiedere niente.
«Quanti anni sono passati da allora...» riprese «...il tempo è volato via, come un lampo. Eppure, se c'è un momento vivo e indelebile nella mia storia di donna è proprio quello.». Parlava lasciando uscire le parole dalla sua bocca, senza alcun senso logico oppure con un significato che solo lei poteva comprendere e quindi di nuovo si rivolse a me dicendo:
«Mi scusi buon giovane. Sa, i vecchietti sono ammalati di malinconia. Ma mi dica un po', come si chiama?»
«Perchè si deve scusare. E' così bello ascoltare la storia della sua vita e poi sà, non solo i vecchietti sono ammalati di malinconia. Comunque, io mi chiamo Giovanni e lei, mi dica, come si chiama?».
«Ho tanti nomi, io. Un tempo si doveva fare così, per non fare torto ai parenti. Ma mi hanno sempre chiamato Lia.»
Io ripresi invitandola a continuare a raccontare di lei.
«Come le dicevo, io e mia madre non andavamo affatto d'accordo. C'era come una rivalità tra di noi, una rivalità che con gli anni non riuscii più a nascondere. Per mio padre invece avevo una estrema ammirazione. Egli era un uomo buonissimo, un ottimo lavoratore e buon padre di famiglia. Un uomo molto semplice, amato da tutti i colleghi di lavoro.»
«Che lavoro faceva?»
«Lavorava alla dogana del porto. Mi ricordo che dopo pochi anni di attività ci fù un concorso per accedere al posto di capo ufficio. Mia madre appena lo seppe iniziò ad assillarlo con le sue richieste:
- Datti da fare, mi raccomando. Non farti mangiare la pappa in capo dai tuoi colleghi di lavoro. Anzi stai attento, altrimenti quelli ti fanno le scarpe. Vorrai pur dare un futuro migliore alla tua bambina.
Quando sentivo parlare mia madre così, sapevo benissimo che soprattutto ci teneva prima ancora di tutto per se che per me.
Mentre studiava per il concorso ed io facevo i compiti per la scuola, lo osservavo e lo vedevo così bello, così importante. Aveva due grandi occhi affascinanti ed io ne ero innamoratissima. C'era chi diceva che avesse fatto stragi di cuori in quel periodo, ma io non ebbi mai il coraggio o la sfrontatezza di chiederglielo. Sò che il mio cuore l'aveva certamente conquistato.
Quando lui alzava il capo dai libri e notava come io lo osservassi, si alzava e veniva vicino a me. Mi abbracciava teneramente ed io reclinavo il capo sul suo petto e mi sentivo finalmente al sicuro.
Altre volte, specialmente a primavera, mi portava con se in bicicletta e mi spiegava come la natura stava modificandosi. Avevo l'impressione di volare, di essere al fianco dell'uomo più importante della mia vita e mi sentivo così appagata.»
«E quel concorso poi, come andò?»
«Andò che lo vinse, naturalmente. Mia madre era entusiasta e non faceva altro che dirlo a tutti, specialmente ai miei parenti. Mio padre invece, a chi lo chiedeva si limitava a rispondere:
- Beh, è andata bene.
Ed io non capivo bene se dovevo essere felice o scontenta. Cosa sarebbe accaduto a mio padre? Il lavoro me lo avrebbe tolto?
Ma poi tutto continuò ad andare come era sempre andato, fortunatamente.»
Fermò un attimo quel susseguirsi di frasi, quasi per ricordare meglio quanto le era accaduto in quegli anni e poi, sorridendomi nuovamente continuò nel suo racconto.
«Beh, in fondo la vita va come va. Sembra che venga sempre un giorno in cui tutto cambia, ma in definitiva tutto rimane immutato: lottare è la costante del tempo.»
Poi, dalla borsetta raccolse nuovamente un altro oggetto: era un pupazzetto vecchio e logoro.
«Anche questo me lo regalò lui. Lui amava fare questi regalini, era un modo di essermi vicino...» e quasi distogliendosi da un sogno ad occhi aperti continuò «...Tra mio padre e mia madre le cose non andavano molto bene sà. Ne ho sempre tanto sofferto. Lui taceva, ma teneva il muso ed in quella espressione del volto c'erano molte più parole di quelle che si può immaginare. Mia madre invece incalzava e si lamentava. Bisognava darsi da fare a migliorare il nostro stato di vita: mio padre nell'attività professionale ed io in quella scolastica. In fondo in fondo, le discussioni nascevano sempre per il solito motivo: l'esigenza di emergere e divenire i primi. Mi ricordo di un giorno in cui presi una nota in classe. A quell'epoca frequentavo la scuola dell'obbligo ed un insegnante si lamentò per la mancanza di precisione nel fare i compiti: non perchè avevo fatto male il compito o addirittura non lo avevo fatto, capisce! Non sapevo come farlo a dire a mia madre, ma mi dissi che dovevo affrontare le conseguenze.
Lei, senza dire una parola, lesse la nota, poi il compito e quindi mi disse:
- Questa sera, quando arriverà tuo padre ne parleremo a lui. E' giunto il momento che prenda dei provvedimenti, tuo padre!
Detto questo mi mandò in cameretta e mi impose di studiare per tutta la giornata.
Avevo una gran voglia di piangere, ma non gliela volevo dare vinta: forse fù la prima volta che, in un certo senso, mi ribellai a mia madre. Andai in cameretta, ma non aprì nessun libro.
La sera, quando tornò mio padre, mia madre lo prese di petto e gli disse:
- Sai cosa è accaduto oggi? Eh, lo sai cosa? Tua figlia ha preso una nota! Quando ti dico che devi starle più dietro e stimolarla a fare meglio, tu sospiri e ti volti compassionevole verso di lei: ecco i risultati! Bella figura abbiamo fatto con gli insegnanti!
Ed io non capivo. Ma in fondo, cosa avevo fatto di grave e se poi avevo sbagliato, cosa c'entrava mio padre? Mio padre in quella occasione, prima guardò mia madre e quindi me senza mancare di sorridermi. Dopo di ciò, non cenò neppure e se ne andò in camera da letto, dicendo che era stanco.
Quando poi mia madre si accorse che non avevo fatto i compiti, andò su tutte le furie:
- Ah! adesso non dai neppure più retta. Prendi le tue posizioni!
Le parole di mio padre, che in un certo modo giustificava il mio atteggiamento dovuto anche all'età, non servirono a niente.
L'età.
Che bell'età quella dell'adolescenza. E' così piena di piccoli grandi drammi.
Vedi il tuo corpo che si trasforma e con quello, tutta la realtà che ti circonda.
Mi ricordo l'estremo imbarazzo nell'osservarmi. I seni che si sviluppavano, le parti intime che si trasformavano. Mi sentivo così buffa, ridicola: avevo così vergogna del mio corpo e mia madre non mi fù certo di aiuto.
Avrei voluto trasmetterle tutte le mie emozioni, ma lei si ostinava a dire che di certe cose non stà bene parlare neppure con una mamma e specialmente con le amiche.»
«Aveva molte amiche?»
«Amiche? No, molte no. Ero molto condizionata dalle parole di mia madre. Si raccomandava sempre di non fidarsi troppo degli altri: tutti erano per lei delle minacce. Riuscivo così a diffidare di tutti e a "risolvere" da sola i miei problemi.
Poi un giorno, quasi per gioco, feci una confidenza ad una mia compagna di scuola e mi resi conto di quanto è importante avere una persona di cui potersi fidare, cui raccontare il nostro mondo sconosciuto.
Capì il significato dell'amicizia, il suo valore, la sua fondamentale importanza nella vita di una donna o di un uomo: e lei, così per gioco, divenne la mia amica del cuore, la mia complice, il mio medico, la mia persona di fiducia... Sono cresciuta con lei, in fondo.»
«E sua madre?»
«No, mia madre non sapeva tutto questo. Forse se lo immaginava. Ma non le dissi mai che facevo delle confidenze ad una "estranea".
E poi, conobbi un giovane.»
«Il suo uomo? quello di cui ha tutti questi oggetti?»
«No. Non so se era il mio uomo: era un uomo.
Allora ero molto giovane e molto bella. Sentivo le prime emozioni di quella età, le prime pulsioni, la voglia di uscire dal guscio.
Ma nello stesso tempo, mia madre mi controllava continuamente e a sera mi faceva il terzo grado.
Mi ricordo che quel giorno io stavo passeggiando con la mia amica e le stavo raccontando di lui; che le ero simpatica. E mentre passeggiavo, lui mi si affiancò e mi disse se potevo fare due passi con lui.
Io rimasi sconvolta. Era la prima volta che un ragazzo si rivolgeva a me e con quel tono. Credo che in quel momento non capivo niente e non sapevo neppure cosa stavo dicendo: sta di fatto che mi ritrovai con lui, da sola.
Mi pareva di avere raggiunto la ricercata indipendenza, finalmente avevo un uomo sul quale fare affidamento: mi attaccai a lui morbosamente fino a farlo l'ancora di salvezza per le mie emozioni.
Grazie a lui acquistai indipendenza, imparai ad amare, a conoscere il mio corpo e le sue reazioni: assieme, da adolescenti ci ritrovammo adulti, cresciuti e divenuti un uomo e una donna.
Fù allora che ci sposammo e formammo la nostra famiglia.»
«E i suoi genitori, come la presero?»
«Beh, mia madre non accettava di buon occhio tutto quello che era accaduto. Diceva che eravamo troppo giovani e lui non era l'uomo giusto per me. Ma naturalmente, per me quella era l'ennesima presa di posizione e forse, nell'unica volta che aveva ragione, decisi di ribellarmi e mi attaccai ancora di più a lui.
Fù molto dura. Ma mi ero impuntntata e dovevo andare fino in fondo. Fù forse l'unica volta in cui ce la feci a vincere ed ottenere quello che volevo: il mio uomo!»
«Tutto sommato, è riuscita ad ottenere quello che desiderava.»
«Già. Tutto sommato...tutto sommato feci forse l'errore più grande della mia vita.»
«Perchè?»
«Ci sono cose che è così difficile far capire agli altri. Riesce a capirle solo chi le vive e a volte neppure quello.
Stà di fatto che ci sposammo ed avemmo dei figli: a quell'epoca non era ammesso il controllo delle nascite e noi eravamo una famiglia molto osservante.
Io ero comunque una donna emancipata e volevo la mia indipendenza.
Fù così che con notevoli sforzi, ottenni la seconda rivincita sui miei genitori ed in fondo su di lui.»
«Una vita di lotte, insomma eh?» chiesi io, quasi scherzando.
«Proprio così, una vita di lotte.
Decisi di cercare un lavoro, anche perchè quello di mio marito non poteva bastare.
Sa, lui amava una certa indipendenza economica, vestirsi bene, avere una vita agiata insomma.
Da parte mia invece c'erano altre aspettative.
Nel mondo del lavoro, cercavo un modo di essere al servizio della collettività, di dare qualcosa di me al prossimo e di avere uno scambio culturale.
Feci un corso para ospedaliero per infermiera professionale ed ottenni il posto di lavoro.
Mi ricordo che quando mi annunciarono che ero riuscita ad ottenerlo, avevo l'impressione di toccare il cielo con un dito: la mia vita aveva subito notevoli cambiamenti e tutto ciò, grazie ad i miei innumerevoli sforzi.»
«E lui, che tipo di lavoro faceva?»
«Lui, inizialmente aveva ottenuto un posto da statale, ma i suoi genitori non erano molto contenti. Loro avevano ben altre aspettative ed erano convinti che un uomo deve ottenere dalla vita quello che vuole con le proprie capacità e non vivendo alle spalle della collettività.
E fù così, che un bel giorno mio marito arrivò a casa e mi disse:
- Mi sono licenziato. Da oggi cambiamo vita!
Io non ero entusiasta quanto lui, ma feci finta di niente ed anzi mi congratulai e gli feci i miei auguri: iniziò così la sua carriera di agente di commercio in prodotti ospedalieri, per una grossa ditta di Roma.»
«E lei, come si trovò in ospedale?»
«Molto bene. Mi sentivo utile e avevo la possibilità di dare qualcosa di mio agli altri.
Mi ricordo che i colleghi di lavoro mi continuavano a dire:
- Tu, il lavoro lo prendi troppo sul serio: tanto non cambia niente e tu paghi sulla tua pelle.
Eppoi successe il fatto più importante della mia vita.»
Dopo essersi soffermata a pensare, il suo volto sembrò illuminarsi ed anche l'espressività delle parole subì un notevole invigorimento.
«Un giorno, mentre mi trovavo in reparto, andai sulla chiamata di un paziente. Era un signore anziano che soffriva di una grave forma di malattia cardiaca.
Quando giunsi al suo letto, quell'uomo aveva perso conoscenza e quindi chiamai subito la guardia medica.
Di lì a poco arrivò un giovane in camice bianco: era il medico di turno.
Era la prima volta che lo vedevo, eppure avevo l'impressione di averlo conosciuto da sempre. Era un tipo affascinante e così diverso dagli altri.
Mi accorsi pure che sebbene paresse neppure considerarmi, sfuggevolmente mi degnava di brevi sguardi, intensi ed interessati.
Si chinò sul paziente, lo visitò e finalmente rivolgendosi a me con calma e rispetto mi disse:
- Non tema. Non è niente di grave. Fa parte della sua malattia. Purtroppo soffre molto e ha bisogno di tante cure. Soprattutto dovrebbero essere curate le sue emozioni.
Era la prima volta che un medico si rivolgeva a me in quel modo. Generalmente, avevano tutti un modo di fare così professionale, distaccato o fin troppo interessato: non so se riesce a capirmi?»
«Certo che capisco, sa noi uomini...»
«No. Non voi uomini, alcuni uomini.
Comunque, quello che più mi stupì, fù l'interesse che aveva non solo per la salute del paziente, ma anche per il mio stato d'animo.
Detto questo, mi regalò un sorriso e lo vidi scomparire tra la penombra della luce notturna.
«A quanto posso capire, fù un incontro importante, quello.»
«Importante! Deve sapere che da quel giorno, volli sapere qualcosa in più di lui.
E tutti mi raccontarono che svolgeva la professione con una passione come pochi altri.
Era capace di curare non solo i corpi dei pazienti, ma soprattutto lo spirito.
Forse per causa della sorte o forse per volere del destino, ci ritrovammo ad operare nel medesimo reparto ed imparammo a conoscerci meglio.
Si chiamava Peter ed era nato negli Stati Uniti, durante l'ultima guerra.
Una volta rientrato in Italia, si laureò in medicina ed entrò subito in ospedale.
Ed in ospedale acquisì giorno per giorno capacità professionali ed umane singolari. Nonostante ciò, non amava porsi in evidenza, preferendo evitare di sfoggiare il suo sapere, così come facevano molti dei suoi colleghi.
Continuava a dire che nella vita nessuno può mai dire di essere arrivato ed ogni giorno si impara una cosa nuova. Ripeteva che tutto quello che abbiamo la fortuna di imparare non serve a niente, se non viene utilizzato per il bene comune. Non sopportava la convivenza con quelli che lui definiva gli stregoni dai camici bianchi.
Un giorno - lo ricordo come fosse oggi - lo vidi passare a passo svelto, lungo il corridoio che conduceva al reparto di oncologia; aveva il camice aperto e scomposto, era paonazzo in viso e sembrava che in un solo attimo, fossero cadute sulle sue spalle, tutte le disgrazie del mondo.
Entrò nella sua stanza sbattendo forte la porta e quindi sentii un gran fracasso.
Ebbi il timore ma anche il coraggio di bussare, prima piano e poi, in modo più energico. Lui da dentrò gridò:
- Non ci sono! non ci sono per nessuno!
Ma io dovevo capire cosa stesse accadendo a quell'uomo che io riuscivo ad ammirare così tanto, come forse non avevo fatto fino ad allora con nessun altro. Mi feci coraggio ed aprii la porta.
- Allora! ho detto che non ci sono!...
Si voltò verso la porta furibondo, ma, appena mi vide mi fissò negli occhi ed immediatamente si placò e come se non fosse successo niente, sussurrò:
- Sì... cosa vuole. Mi scusi, ma sono parecchio stanco.
- Niente dottore. Ero semplicemente preoccupata per lei.
Riprese ad agitarsi, ma con estremo rispetto.
- Preoccupata per me? E di cosa? Sà cosa succede a pochi passi da qui? Succede che la gente muore! Muore rantolando in un letto, lancinata dai tremendi dolori della malattia. Muore sola, completamente sola. E sa perchè? Perchè è triste vedere morire un uomo o una donna in quel modo! E' più dignitoso lasciarli morire soli, ricordarceli come quando stavano bene.
Si trattenne e poi gridò:
- Ipocriti! Sono contornato da ipocriti! Stregoni in camice bianco! Li osservi bene quando passano per i corridoi pavoneggiando a destra e sinistra il loro sapere, il loro potere. Sembrano dirti che sei nelle loro mani! Ed è così! La gente si sente nelle loro mani. Non li rispetta: ha solo paura.
Si lasciano supplicare, si gongolano sentendo gente che supplica!
Io tentai di intervenire:
- Ma forse non sono tutti così e...
- Non sono tutti così! Tutti no! ma molti sì. E poi, pensano solo alla loro stramaledetta carriera! Sa di quanti di loro avrei timore a farmi togliere un solo callo? Eh, lo sa di quanti? di tanti.
Ma li trovi tutti lì, sulle loro poltrone in attesa di suppliche.
E pensare che ci sono solo grazie a qualche politicante, per qualche fottutissima raccomandazione.
Capii in quel momento come era diverso dagli altri, come era distaccato da quel modo di ragionare: sentii quell'iniziale ammirazione crescere dentro di me ed avere la sensazione che quella persona divenisse per me una persona molto importante, la più importante.
Ma non seppi cosa dire e mi allontanai, senza che lui fece caso - così almeno pensavo - a questo fatto.
Passarono i giorni, ma ogni giorno ripensavo a quell'episodio e a tanti altri che avvennero nei giorni successivi.
Col trascorrere del tempo, ebbi modo di entrare di più in confidenza con lui e di sentire svanire pian piano quell'iniziale separazione. Anzi, spesso riusciva anche nelle semplici cose a farmi sentire importante. Non si scordava mai di farmi un complimento giornaliero ed ebbi l'impressione che forse, anche lui, come tanti altri tentava la conquista, o forse mi prendeva semplicemente in giro.
Anche lui era felicemente sposato e non avrei capito cosa potesse interessargli di me.
Così un giorno, dopo l'ennesimo complimento lo presi da una parte e gli dissi:
- Senti Peter, non te ne avere per male, ma ho l'impressione che tu mi prenda per i fondelli con tutti questi complimenti.
- Non sono abituato a questo, credimi.
Detto ciò, quasi rammaricato per quello scambio si allontanò.
Era così strano, così diverso dalle altre persone che conoscevo. Lo sentivo molto vicino a me; così simile da sentirlo addirittura parte di me. Era molto sensibile e anche quel giorno, accusò parecchio quella frase.
Nel medesimo reparto ebbi modo di instaurare una profonda amicizia con un analista che già da tempo conosceva Peter. E fù proprio lui che mi confidò che da qualche tempo il dottore non era più quello di sempre. Tendeva a chiudersi in se stesso, ad evitare i colleghi e perfino la sua estrema disponibilità era venuta meno. Anche io mi domandavo cosa fosse accaduto nella sua vita. Anche perchè avevo l'impressione che più di tutti, cercava di evitare proprio me. Ebbi persino l'impressione di averlo offeso, in qualche modo ma, non sapevo in quale.
Comunque, quell'uomo mi interessava troppo e tutto ciò mi faceva paura; si stava incrinando il mio equilibrio sentimentale e cominciavano a vacillare alcune mie certezze.
«E suo marito? Non si accorse di niente?»
«No, mio marito era preso troppo dal lavoro e poi, tra di noi, proprio nello stesso periodo le cose non andavano troppo bene. Eravamo troppo diversi per poterci comprendere.
Successe comunque che un giorno lui venne in ospedale per proporre una nuova macchina per la radioterapia ed ancora, od il caso o la forza del destino, fece incontrare i due uomini.
Peter, non sapeva che quell'agente fosse mio marito fino al momento in cui, inaspettatamente io entrai nello studio medico.
- Ti presento il Sig.... - stava per continuare Peter, ma visto l'imbarazzo continuò - ...ma, voi due, vi conoscete? -
Rimanemmo in silenzio per un breve attimo, poi il mio uomo mi abbracciò ed esclamò: - Se ci conosciamo! Questa è mia moglie!.
Peter abbassò gli occhi senza riuscire a mascherare una impercettibile smorfia e mio marito continuò:- Ah, ma vedo che voi vi conoscete ed anche bene!
- Sì amore - dissi io cercando di fare riprendere il dottore dall'imbarazzo iniziale - lavoriamo assieme per la stessa causa.
- Gìà, la stessa causa - accennò Peter - Comunque, ora che ci conosciamo tutti quanti, posso invitarti direttamente a cena a casa mia Lia. Lo avevo già detto a tuo marito- e detto ciò ci salutammo.
Mi ricordo come ora quella cena.
C'ero io con mio marito ed i miei bambini, il dottore con la sua famiglia.
Mi ricordo come ora, quanto fossi gelosa, sì, proprio gelosa della moglie di Peter. Un sentimento immediato, conseguenziale all'interesse che stavo provando per quell'uomo. Ma sentivo anche l'irrequietezza della donna, la diffidenza, il timore di lei di fronte alla mia avvenenza. E ricordo perfino l'imbarazzo di lui. Un imbarazzo che quasi lo ridicolizzava: era impacciato, non sapeva che dire, era nervoso.
Ricordo ancora quei brevi sguardi, così somiglianti ai primi, in quella stanza di ospedale. Sentivo dentro di me un'irrefrenabile fremito, il bisogno di avvicinarmi a lui, di abbracciarlo, di baciarlo, di amarlo.
Ma la mia coscienza lottava con i miei sensi. La mia educazione mi mortificava ed avevo paura: paura di quello che stava accadendo e sarebbe potuto accadere.
Sarei voluta fuggire via, ma nel contempo non potevo pensare che di lì a poco ognuno sarebbe tornato definitivamente alle proprie famiglie: lui tra le braccia di lei!
E fù così. Ci salutammo come due semplici conoscenti, ma qualcosa in noi stava cambiando, era gia cambiato.
I giorni successivi era sempre più raro vederlo.
Era così sfuggevole e mi domandavo continuamente se tutto quello che leggevo nei suoi sguardi fosse solo frutto della mia immaginazione.
Mi sentivo anche un po' ridicola.
Cosa vuoi che gli interessi di me - continuavo a pensare.
Ebbi modo di sapere dal collega analista che era notevolmente peggiorato, che non andava d'accordo con nessuno e preferiva starsene solo.
Avrei voluto chiedergli il perchè, avrei voluto aiutarlo: ma temevo delle conseguenze, di quello che poteva aver pensato, di quello che pensavo io.
E così mi mortificavo e cercavo di non pensare più a lui.
Cercai di essere più serena, di impegnarmi di più sul lavoro, in famiglia, con gli amici.
«Ma perchè, perchè non fù chiara una volte per tutte? Chissà quello che ha passato in quei momenti.»
«E' difficile dirlo. Forse avevo paura della sua risposta. Forse perchè volevo illudermi che mi amasse almeno un po'. E tacevo, tacevo. Ma un giorno Peter mi chiamo da parte e mi chiese se poteva accompagnarmi a casa: aveva bisogno di un consiglio.
Avrei voluto dire di no, ma non ci riuscii: non seppi resistere.
Detto fatto, mi ritrovai a sedere sulla sua autovettura e mi pareva di essere finalmente al posto giusto. Mi sentii finalmente serena e tranquilla come non mai.
Lui rallentò la velocità e cercò in qualche modo di confessarmi che era innamorato di me, che aveva provato ad evitarmi, a dimenticarmi: ma non c'era niente da fare. Sentiva il bisogno di dirmi queste cose perchè lo riteneva giusto e non perchè sperasse in un qualche mio interessamento. Anche lui era convinto che avevo la mia vita e lui la sua.
Mi ricordo che mi si raggelò il sangue e che avrei voluto saltargli al collo e gridargli che l'amavo. Invece, invece mantenni la calma e mi limitai a dirgli che tra di noi non sarebbe potuto nascere niente e che lo capivo sinceramente.
Prima di farmi scendere, si scusò e mi ringraziò per averlo ascoltato.
Non so quante cose ho pensato durante quei pochi passi che mi conducevano a casa. So che avrei voluto fare tutto il contrario di quello che stavo facendo: ma i sensi di colpa mi affliggevano.
Nei giorni successivi, non riuscivo a guardarlo senza pensare a quanto l'amavo e soprattutto, che anche lui mi amava. Tutto diveniva ostile per me, irriguardoso, inutile.
Un mattino squillò il telefono ed ebbi l'impressione che quel suono fosse diverso dal solito. Alzai la cornetta, tremando e sentii la sua voce:
- Ciao, scusami. Sono Peter e avrei bisogno di parlarti. Ti spiace? -
Non mi spiaceva. Poco più tardi ci vedemmo lungo questo viale e lungo questo viale giungemmo sul lido del mare.
Allora la spiaggia non era come adesso. Era solitaria, brulla e soprattutto c'eravamo solamente io e lui, su quella spiaggia.
Ricordo che tirava il libeccio ed il mare era mosso. Un profumo salmastro riempiva la stanza del cielo ed i suoi occhi incrociarono i miei:
- Posso abbracciarti, Lia? -
Feci un cenno col capo e lui mi cinse a se, tirando un sospiro di sollievo. Mi raccontò di quanto avrebbe desiderato vivere quel momento e quanto soffriva sapendo che tutto ciò sarebbe durato un solo attimo.
Io non riuscivo a parlare: non so dire bene se ero felice o triste in quel momento, so solo che c'ero e c'era anche lui.
Ci guardammo nuovamente negli occhi e finalmente il suo sguardo non durò un solo attimo: durò a lungo e venne interrotto solo dalla sua richiesta.
- Lia, amore mio, posso baciarti? -
Avvicinai le mie labbra alle sue, chiusi gli occhi e sentii il calore della sua bocca raggiungere la mia, il suo fiato mescolarsi col mio, il profumo della sua pelle entrare nelle mie narici: un bacio intenso, indimenticabile.
Credevo di sognare, di essere finalmente realizzata.
Un breve sogno, un brevissimo sogno.
- Tutto è iniziato così in fretta e tutto finirà così in fretta.
Queste furono le sue parole di commiato ed io le accettai rassegnata, questa volta credendo di avere avuto un incubo: ma non era ne un sogno, ne un incubo, era la realtà delle nostre vite.
«Posso immaginare quello che ha passato in quel momento!»
«No, non lo può immaginare, per quanto si sforzi.
Ognuno è capace di sentire il proprio dolore ma, per quanto si sforzi di farlo, non può capire, neppure minimamente il dolore degli altri ed in fondo è giusto così. Esiste una dignità, una riservatezza del dolore, tale da renderlo sopportabile, comprensibile.
Certo, ho passato momenti di estrema difficoltà, di estrema solitudine.
Ho versato tutte le lacrime che avevo in corpo e non capivo più chi ero io, cosa volevo dalla vita, se quella che stato vivendo era realmente la mia vita.
Camminavo per le strade come sospinta da una forza ignota, ma certamente, la forza della vita non era. Il mio mondo, fino ad allora di variopinti colori assumeva ora sfumature di bianchi e di grigi.
Le persone che avevo vicine vedevano questa mio stato e si domandavano cosa lo provocasse, ma io tacevo, tacevo,...»
«Perchè non si confidò mai con nessuno? A volte può servire parlare con gli altri dei propri problemi. In fondo, lei ora lo stà facendo con uno sconosciuto: non è forse vero?»
«No. Non credo di parlare con uno sconosciuto. Può sembrarle strano, ma ho l'ìmpressione di averla conosciuto da sempre.
Quando guardo i suoi occhi ho così vivo il ricordo degli occhi di lui, del mio Peter.
Confidarsi? Sì avrei avuto un estremo bisogno di confidarmi con qualcuno, ma con chi. Sa, la mia educazione nonostante tutto riusciva a limitare la mia autodeterminazione e temevo che chiunque avesse potuto speculare sulle mie confidenze.»
«Ed allora, fino ad oggi ha tenuto chiuso nel suo cuore questo tremendo segreto? Ma, è assurdo!»
«Per molto tempo ho continuato a tenerlo chiuso dentro di me.
Ma poi, ho sentito il bisogno o forse ho avuto semplicemente l'occasione di incontrare la mia vecchia amica d'infanzia.
Era una giornata piovosa ed io ero particolarmente turbata. Lei mi prese da parte e mi disse che da tempo ero irriconoscibile: voleva sapere ad ogni costo che cosa mi turbava.
Non ce la feci a resistere e le raccontai tutto. Debbo dire che il solo fatto di averle raccontato tutto mi aiutò moltissimo.
Sa, l'animo dell'uomo è come un enorme contenitore. Ma per quanto grande che sia non è così capace di contenere tutte le nostre emozioni.
Le nostre emozioni, i nostri sentimenti, sono le cose più belle che abbiamo durante la nostra vita e tenerle racchiuse nella nostra anima può far solo male.
Dovremmo imparare ad esprimere, a lasciare uscire da noi questo bene prezioso. Ma nella nostra società, la nostra morale ci impone in un certo senso la necessità di nascondere dentro di noi, le cose nostre più intime.
E così finiamo per tacere. Anche per me stava per accadere la stessa cosa.
«E lui; a lui cosa accadde?»
«Per quanto sò di quei momenti, mi dissero che aveva dei problemi in famiglia e non riusciva a superarli.
Un giorno mi accennò qualcosa, ma poi cercò di cambiare subito discorso. Nonostante quanto accaduto, continuava a frequentare la mia famiglia, anche in relazione al fatto che aveva spesso contatti con mio marito per questioni professionali. E questo sinceramente ci turbava.
In fondo i nostri sentimenti non erano affatto mutati, anche se evitavamo di incontrarci da soli.
Ma un giorno, incrociandomi nell'ingresso dell'ospedale mi prese per un braccio e mi invitò a seguirlo. Io non opposi alcuna resistenza e più che dalla sua forza fisica, venni travolto dalla sua veemenza.
Mi ritovai nel suo studio medico.
Mi afferrò con le sue mani per le spalle e mi voltò verso di lui. Io non avevo il coraggio di guardarlo, anche perchè stavo per piangere.
Allora lui, con due dita mi prese il mento e mi alzò il capo. I nostri occhi bagnati incrociarono gli sguardi e lui, con un filo di voce mi disse:
- Amore, io non posso fare a meno di amarti, non ne posso fare a meno-
- Neppure io- gli risposi.
Ci abbracciammo, intensamente e rimanemmo così per alcuni attimi, fino a che quelcuno chiamò.
Da quel giorno riprendemmo a vederci, specialmente in ospedale.
Brevi dialoghi, che giorno per giorno bastavano sempre meno ad un rapporto che attimo per attimo diveniva sempre più di fondamentale importanza per le nostre vite.
Accadeva ormai consuetudinariamente che vivessimo in funzione del momento in cui ci saremmo rivisti ed in quel preciso istante, pensassimo al momento in cui ci saremmo dovuti lasciare.
Un giorno in particolare decisi di andare a fare una passeggiata in montagna. Sapevo benissimo che lui era un amante della montagna, che non perdeva occasione per fare delle escursioni guidate. E sapevo ancor di più che quel giorno, lui sarebbe andato ad un rifugio alpino.
Chiesi alla mia amica se mi poteva accompagnare fin lassù: avrei voluto fargli una sorpresa.
- Ma lo potresti mettere in imbarazzo, non credi? mi disse
- Io so solo che ho il bisogno di rivederlo e di restare un po' con lui.
Detto fatto, ci ritrovammo all'interno del rifugio.
Dopo breve tempo, giunse anche Peter con i propri amici. Mi ricordo come ora che appena mi vide sbiancò in viso e quindi riprese immediatamente vigore. I suoi occhi iniziarono a brillare e raccolsero la luce dei miei.
Come preso dall'estasi, s'incamminò verso di me e mi disse:
- Non credevo di trovarti qui -
- Io sì. - risposi io.
- Sei sola? -
- Ora non più - risposi sorridendo - perchè non usciamo?-
Mi seguì fuori, senza curarsi della presenza degli altri amici e quindi mi prese la mano e c'incamminammo lungo un sentiero.
Fuori era caldo ed il cielo sereno. I raggi del sole tentavano inutilmente di entrare nel castagneto fitto e profumato e quei brevi raggi di sole che riuscivano a farsi un varco tra tutte quelle foglie, illuminavano e rendevano ancora più belli i nostri volti.
Giungemmo così in uno spiazzo, dove non c'era anima viva.
Lui mi abbracciò con forza ed iniziò a baciarmi e finimmo così per fare l'amore. Ma in un modo così diverso. Avevo la sensazione di sognare, quasi di svenire; le sue mani raggiungevano ogni parte del mio corpo ed i nostri corpi sembravano ardere; ci amammo senza programmazioni, così spontaneamente, in modo imprevisto, imprevedibilmente.
Fu talmente intenso, talmente bello, che mentre rientravamo ci confessammo di avere l'impressione di non avere fatto niente.
Eppure avevamo fatto l'amore, finalmente.»
L'anziana signora, arrossì. Forse era stata presa la foga di rivivere quei momenti di breve felicità e di averli raccontati ad uno sconosciuto.
«Scusi, signora Lia. Non credevo che sarei stato capace di farle dire quelle cose.»
«Scusarti? Oh, non ti devi scusare. Anzi, sono io a ringraziarti. Mi fa tanto bene dopo tanti anni riparlare con qualcuno di quello che sentivo in quel periodo.»
«Allora, se mi permette di chiederglielo, come proseguì la sua storia?»
«Sai, caro ragazzo, fare l'amore oggi è diventata una cosa di routine. Per molti giovani è un fatto istintuale, brutale.
Ma per noi non fù così, non può essere così.
Quando un uomo e una donna si incontrano e sentono di amarsi, tutto il loro essere, anima e corpo, tende a completarsi uno nell'altra. E' così bello sentire dentro di noi un crescere di emozioni, di sentimenti, di sensazioni, che si realizzano compiutamente nell'incontro di due persone poco prima sconosciute.
Fare l'amore è la sensazione più alta di questo insieme di impressioni; il culmine dell'amore stesso e deve giungere al momento più alto del rapporto d'amore.
Questa è la reale bellezza di quel rapporto. Tutto il resto è pura istintualità e ci rende così simili alla bestia.
Tra di noi invece, quel momento e quelli successivi furono la massima espressione del nostro amore.
Da quel giorno, cercavamo di vederci in ogni possibile momento, ma questo nostro lottare per trovare brevi momenti per noi, riusciva giorno per giorno ad abbattere il nostro fisico e la nostra mente.
C'erano momenti in cui ci confessavamo di sentirci come degli zombi, come dei morti viventi che vagavano senza scopo tra le vie del paese.»
«E gli altri non si accorgevano di voi?»
«Gli altri? Noi cercavamo di fare in modo di non essere visti. Ma la gente tende sempre ad indagare sulla vita degli altri. Per molti è un'esigenza farsi gli affari degli altri. Forse per il bisogno di sentirsi migliore, più buoni; o forse per semplice gelosia, per l'impossibilità di giungere allo scopo: quello di portare a letto la preda di turno.
Usava allora, come del resto usa oggi: ed io ero una preda ambita un po' da tutti.
Dopo alcuni anni di permanenza in ospedale, ci provarono un po' tutti, chi in un modo chi in un altro, ma io avevo un unico interesse: Peter.
E così, iniziarono le insinuazioni nei nostri confronti e ci fù anche chi tentò di trovarci con le mani nel sacco, come si suol dire.»
«Ma allora, perchè non avete preso una decisione definitiva, davanti a tali certezze»
«Perchè non stava bene. Tutto qui. Oggi, per voi giovani è molto più semplice, ma a quei tempi dovevamo lottare con la morale del tempo.
Io sarei stata una donnaccia rovina famiglie e lui un disgraziato che aveva lasciato la famiglia sulla strada.
Ma l'afflizione più grave era l'avvenire per i figli. Forse è pure l'afflizione che continua ad esistere anche oggi.
Cosa sarebbe stato dei nostri figli? Cosa avrebbero pensato di noi, quanto avrebbero sofferto?
E così tentammo di tirare avanti, con grandi rinunce ed accettando quei brevi attimi di vita che la giornata poteva riservarci. Brevi, brevissimi attimi.
Facevamo grandi passeggiate lungo i viali della pineta, oppure lungo il lido del mare od escursioni montane con il C.A.I. Mantenendo nei nostri conoscenti soltanto sospetti, ma non certo certezze.
E così andammo avanti per lunghi anni.»
Un velo di estrema tristezza calò sul volto di Lia, tanto da farla tacere.
«Qualcosa non va?»
«Qualcosa? Tutto non va! Sa, c'è chi dice che il tempo porta consiglio, che con la vecchiaia subentri la rassegnazione: beh, io sono ancora innamorata di Peter come ad allora ed anzi di più.
Sono passati tanti anni, ma proprio tanti ed il nostro amore l'abbiamo vissuto come da monchi, con mille timori e mille rinunce: troppe rinunce.
Rinuncia oggi, rinuncia domani, viene poi il giorno in cui non ce la fai più a rinunciare così tanto e così rinunciammo alla cosa più importante della nostra vita: a noi due.»
«A voi due? e perchè?»
«Sì rinunciammo a noi due. Perchè? forse perchè avevamo poco coraggio o forse perchè ne avevamo fin troppo.
E si perchè rinunciare ad una persona che si ama non è cosa da poco: è come staccarsi il cuore e gettarlo nel fuoco!
Ma non potevamo andare avanti così. Frequentarci come se nulla fosse, reprimere le nostre emozioni, vivere come semplici amici e soffrire, soffrire... Quale poteva essere il senso di tutto ciò?»
«E allora?»
«Allora io lo chiamai e gli dissi chiaramente che non potevamo andare avanti così, che non ce la facevo più, che avevo l'impressione di perderlo per sempre ed allora se perderlo dovevo, era giusto che io decidessi quando.»
«E lui?»
«Lui mi disse che era disposto a rinunciare alla sua famiglia. Dio solo sà quanto l'avrei desiderato! ma io l'amavo troppo e sapevo bene quanto amava i propri figli e quanto io amavo i miei. Per i figli si farebbero cose immani e questa era una di quelle.
Mi ricordo ancora le sue parole. Ci sono parole che rimangono dentro di te come un sigillo, anche se le hai ascoltate una sola volta:
- Io, non ho avuto amore più grande di questo amore, credimi! E così grande non ne avrò mai più. Ma se è questo che vuoi io rispetterò la tua volontà. Comunque ricordalo sempre: da sempre ti ho amato e sempre ti amerò, sempre.-
E mentre si voltò per andarsene e per non far vedere che stava piangendo io gli risposi con un fil di voce:
- Anch'io, amore -»
«E quindi vi lasciaste, così, definitivamente?»
«Sì ci lasciammo, ma non definitivamente.
Il giorno dopo, quando iniziai il turno chiesi del Dott. Peter ma nessuno disse di averlo visto: aveva preso le ferie. Allora, preoccupata di questo fatto provai a telefonare a casa sua, ma nessuno rispondeva. Ritornata a casa mia, mio marito mi abbracciò con un particolare entusiasmo e soddisfazione e mi disse:
- Finalmente tornata a casa! hai sentito del nostro buon vecchio Peter? -
Io tacqui intimorita, attendendo il proseguio dell'informazione.
- Si è trasferito al nord, in un ospedaletto della provincia di Bolzano. E' proprio vero che i migliori vanno sempre via eh? cosa ne pensi tesoro? -
Mi stavo allontanando, mentre quelle parole giungevano a me come un'eco indisponente. Sembrava che nel raccontare quel fatto, mio marito godesse per l'accaduto.»
«Forse aveva capito tutto.»
«Forse, lo pensai anch'io ma non lo seppi mai. Quando si tiene ad una persona siamo disposti anche a tacere sperando nel futuro e di questo ne sono certa: mio marito mi voleva bene.
Comunque, sebbene credessi che quella fosse la soluzione ottimale, mi resi ben presto conto che in realtà le cose non andavano affatto bene ed io non facevo altro che pensare a lui e a quanto mi mancava.
Quando squillava il telefono correvo ed alzavo la cornetta tutta entusiasta, per poi perdere subito dopo tutto l'entusiasmo quando mi rendevo conto che quella non era la voce di Peter.
Ero divenuta ormai un automa e mi spostavo tra le pareti domestiche con movimenti consuetudinari, ma senza uno scopo ben preciso.
Giorno per giorno mi rendevo conto che tra quello che davo prima ai miei figli e quello che riuscivo a dargli ora, non era cambiato poi molto.
Anche i rapporti con mio marito peggiorarono e lui iniziò a farmi capire quello che supponevo: che sapeva tutto.
- Allora, neppure oggi è lui al telefono? continuava a ripetermi.
E se in un primo momento tutto ciò mi dava fastidio, col tempo l'accettai in modo quasi gratificante: era un modo di espiare le mie colpe, sempre che amare un uomo sia una colpa.
E fù così che un giorno iniziai a fare indagini sul conto di Peter.
Venni a sapere che aveva lasciato la famiglia e viveva in affitto in un piccolo chalet, in provincia di Bolzano.
Perchè non mi aveva detto niente, perchè aveva taciuto?
Sentivo il bisogno di saperlo e di capire cosa volevo dalla mia vita.
Mio marito comprese che è inutile desiderare da una persona quello che questa non può darti, specie l'amore. E così concordò con me di lasciarmi un periodo nel quale riflettere sul nostro futuro.
Ma io ero già convinta che il mio futuro era vicino a Peter.
Montai sul treno e partii in direzione di Bolzano. Vedevo i paesi scorrere dal finestrino, notavo le mille finestre e porte delle case, mi immaginavo le storie delle famiglie che vi vivevano dentro e riflettevo sul significato della vita, di come una storia, dall'oggi al domani può assumere i significati più diversi. E se anche la mia storia con Peter fosse definitivamente mutata. E se lui si fosse ricostruito una nuova vita, durante la mia assenza. Avevo un gran timore dentro di me. Cosa sarebbe potuto accadere? Ma l'unico modo per saperlo era vederlo.
Giunta alla stazione di destinazione, andai dal capo stazione, un anziano signore diffidente, e chiesi del mio Peter. Prima di darmi una qualsiasi risposta il ferroviere mi fece un sacco di domande e poi si decise a rispondermi:
- E' il nostro dottore! Un bravo ragazzo - e con un mezzo sorrisetto che stonava col personaggio fino all'ora imposto continuò - non ce lo porti via.-
Fui felice di quelle parole, mi facevano presumere che non l'aveva ancora accalappiato nessuna.
Andai al suo ambulatorio e mi misi in fila con gli altri pazienti.
Mentre aspettavo, iniziai ad osservare la stanza e ad un certo punto il sangue mi si raggelò. Si aprì la porta e vidi Peter che salutò con particolare attenzione una giovane e bella ragazza, senza accorgersi della mia presenza, che gli ero di spalle.
E meno male che a lui le bionde non sono mai piaciute. Ma in fondo che doveva fare, anche lui è un uomo. Un uomo che mi aveva promesso di aspettarmi, però - continuavo a pensare e ad arrabbiarmi con me stessa, finchè un paziente mi disse:
- Tocca a lei, vada, vada. -
Mi sentii presa da un brivido ed ebbi quasi la sensazione di svenire. Ma facendomi coraggio, aprii la porta con cautela e chiesi permesso.
Lui stava osservando alcune lastre alla luce e rivolgendosi a me, ma senza avermi ancora vista mi disse:
- Si accomodi, prego. Abbia pazienza ma debbo terminare di controllare queste lastre.-
La sua voce ebbe un effetto dirompente e quando notai la mia fotografia incorniciata con le parole "da sempre ti amerò" sulla sua scrivania, scoppiai in un pianto dirotto, tanto da farlo voltare.
- Lia!- mi gridò.
- Sì, Peter, sono io, scusami- diss'io con un fil di voce.
- Scusarti! E perchè mai?- Detto ciò si buttò in ginocchio davanti a me, mi abbracciò e chinando il capo sulle mie ginocchia continuò:
- Sapevo che saresti tornata. E' da tempo che ti aspetto. -
Io, dopo essermi ripresa un po' gli parlai chiaramente:
- Amore, non sono qui per rimanere con te. Sono qui per riflettere, per capire meglio la nostra situazione e...- ma lui non mi diede tempo di concludere:
- Io non ho mai preteso niente da te. Dal giorno che ti ho conosciuta ti ho sempre amata e tutt'ora continuo ad amarti. Ma tu hai la tua vita e di quella devi fare quello che credi meglio. Non m'interessa di soffrire: il peso dell'amore è la sofferenza. Ciò che conta è che tu sia felice. Comunque, oggi non ti lascio fuggire via. -
Chiamò al telefono la bella bionda che poco prima lo aveva lasciato e l'ha invitò a farmi conoscere il paese e quindi ad accompagnarla al suo chalet. Seppi poi che quella ragazza era una ex tossicodipendente che frequentava la comunità terapeutica nella quale Peter faceva il volontario e fù proprio grazie a lui, che la giovane donna riuscì ad uscire dal giro della droga.
Dopo la breve passeggiata, giunsi finalmente alla casa di Peter.
Lui era sulla porta ad aspettarmi e prima di lasciare la giovane le disse:
- Penso che vi sarete già conosciute voi due. Ma tengo a dirti che questa donna ha sconvolto la mia vita e l'ha sconvolta a tal punto che non ho più avuto altra donna dopo di lei. -
Lo chalet, era sviluppato su due piani. Al piano rialzato vi era una piccola cucina ed una saletta con al centro un grande tappeto; sulla parete lato nord della saletta c'era un caminetto con il fuoco acceso e sulla destra di quest'ultimo, una scala a chiocciola in legno che conduceva alle stanze da letto ed ai bagni. Le stanze da letto erano due: una matrimoniale ed una più piccola arredata per dei bambini. Ed anche i bagni erano due: uno rosa, con arredamenti in stile femminile e vasca da bagno con idromassaggio e l'altro, azzurro con la doccia.
- L'ho progettata per noi due, amore, ed anche se tu non vi rimanessi, in un certo senso avresti realizzato parte del mio sogno: vi avresti lasciato il tuo profumo di donna - mi disse.
Fu una giornata indimenticabile quella.
Non so quante volte facemmo l'amore e forse in quell'unica giornata ebbi l'impressione di avere vissuto finalmente la mia vita.
Il giorno seguente sarei dovuta rientrare al mio paese. Osservai dalle finestrelle il paesaggio circostante del quale me ne innamorai subito, mentre lui non riusciva a togliermi gli occhi di dosso.
Poi rivolgendomi a lui gli dissi:
- Amore, qui è molto bello e lo è soprattutto perchè ci sei tu. Ho capito che la mia vita è vicino a te, ma al nostro paese ci sono i nostri affetti più cari e non ha alcun senso fuggire via per risolvere i problemi. Questa un domani potrà essere la nostra alcova, ma la nostra vita non è qui. Anche io ti amo e ti ho sempre amato. Non desidero altro che vederti felicemente realizzato. Quando vorrai tornare, io sarò la ad attenderti - e con ciò tornai a casa.
«E a suo marito cosa disse?»
«Dissi che era finita, naturalmente ed iniziammo così le pratiche di divorzio.»
«E Peter?»
«Peter! Cosa pensa lei?»
La signora Lia si alzò, mi sorrise e prima di incamminarsi verso l'ospedale mi disse:
«Ora devo andare, bel giovane. Sa, mi sta aspettando un bell'uomo dagli occhi belli come i suoi. Mi raccomando, non si stanchi mai di ascoltare la voce del suo cuore.»
«Grazie signora Lia e arrivederla.»
«Certo. Arrivederci. Mi rivedrà ben presto, non ne dubiti.».
28 novembre 1994
lunedì 29 marzo 2010
mercoledì 24 marzo 2010
PANTOFOLINA
P A N T O F O L I N A
Mi ricordo adesso, che molto tempo fa, si ergeva sulla cima di un monte un piccolo paesello dimenticato dal mondo.
C'erano poche case e pochi erano i suoi abitanti; non c'erano ricchi o potenti tra coloro che lo abitavano, giacché tutti, ma proprio tutti, erano poveri, estremamente poveri. Mettevano ogni cosa in comune: dagli animali della fattoria alle verdure del piccolo orto paesano; periodicamente si scambiavano le vesti così da apparire tra di loro ' più diversi ed in occasione della ricorrenza di una festa, ogni famiglia, secondo il proprio turno, si scambiava l'unico dono che tutti i cittadini possedevano: una piccola campanella di ferro.
Generalmente le rare feste del paese, coincidevano con le rare nascite di qualche bambino e purtroppo le nascite erano sempre meno frequenti a causa dei giovani che andavan via in cerca di fortuna e dei vecchi che rimanevano in attesa di morire. Eppure, nonostante ciò, nonostante l'estrema ed indescrivibile povertà, ognuno di loro era felice, anzi, estremamente felice.
Nella limitrofa collina, si ergeva invece maestoso l'opulento castello del Re; tutti gli abitanti del castello erano ricchissimi, eppure, nonostante ciò, tutti, ma proprio tutti, si rodevano per il fatto che essendo tutti ricchi, non esisteva alcuno da snobbare. E per lo stesso motivo, capitava spesso che i regnanti inventassero agli altri regnanti di aver partecipato a banchetti mai visti, o di essersi vestiti con vesti mai indossati da alcuno: finiva così che tutti divenivano diffidenti e nessuno credeva più alle parole degli altri. Non c'erano feste in quel castello, dal momento che nessuno aveva il coraggio di fare dei doni, per il timore di perdere qualche cosa e quindi essere snobbato dagli altri. Nonostante quella ricchezza, quella enorme ricchezza, i regnanti erano tutti quanti infelici ed in particolare il Re.
Infatti, il vecchio sovrano, aveva un figlio, l'unico figlio ed erede che non aveva alcuna intenzione di sposarsi: continue discussioni nascevano tra i due... Il Re temeva di morire e di lasciare suo figlio senza una sposa e soprattutto, non avere quindi un nipote cui lasciare le proprie ricchezze. Di contro, il Principe, carico di orgoglio, continuava a ripetere che non esisteva donna al mondo degna della sua forza, della sua bellezza, della sua intelligenza, della sua ricchezza e, chi più ne ha più ne metta!
Un dì, il Re si alzò alla buon'ora, entrò nella stanza del figlio ed esclamò: « E' giunto il momento che tu prenda una decisione! Oggi stesso ti devi sposare! Oggi stesso manderò i miei messaggeri a portare ad ogni capo della terra questo annuncio: "IL RE INVITA TUTTE LE FANCIULLE A PRESENTARSI AL COSPETTO DEL FIGLIO, PER ESSERE PRESCELTE COME SUE SPOSE". Tra tutte quelle che arriveranno troverai finalmente la donna che fa per te, voglio ben sperare. ».
Ma il Principe, senza portare alcun rispetto all'autorità paterna e regale ribatté irruento: « Io faccio ciò che voglio! Che ti piaccia o non ti piaccia! Capito? Io non mi sposerò mai! Mai! Non ho alcuna intenzione di legarmi a qualche povera illusa! Chiama pure chi vuoi, uomo illuso. Sai cosa faccio, ora vada giù nella mia stalla, prendo il mio cavallo bianco, il migliore di tutti i cavalli del mondo e mi vado a fare una galoppata per le mie infinite terre... se vuoi, sposati tu! ». E facendo una bella risata si allontanò.
Intanto, i messaggeri del Re erano già partiti ha portare l'annuncio e ben presto giunsero al paesello poverello.
Le poche fanciulle del paese erano tutte indaffarate a cercare di rendersi più belle di quanto già lo fossero e per la prima volta, l'invidia calò tra le mura di quelle case. Ogni famiglia spiava le mosse dell'altra per cercare di rendere migliore rispetto alle altre, la propria figlia.
Solo una fanciulla sembrava indifferente di fronte a quell'annuncio: il suo nome era Pantofolina.
Beh, forse il suo vero nome non era quello, eppure tutti la chiamavano così in virtù delle pantofole che indossava da sempre: si diceva che fossero pantofole magiche!
Infatti, la fanciulla poco dopo essere nata perse entrambi i genitori e venne allevata da due vecchi contadini. I genitori, prima di morire avevano lasciato in eredità alla bambina due pantofoline dorate: pantofoline fatate in quanto si adattavano perfettamente ai suoi piedini, nonostante gli anni passassero e la bambina crescesse in statura.
Ma tornando al momento in cui Pantofolina seppe dell'invito del Re, c'è da dire che questa, vedendo tutto quel gran darsi da fare delle sue coetanee e precedenti amiche, non poteva fare altro che sorridere e commiserarle. Come ogni mattino, prese la brocca dell'acqua e si diresse verso la fonte: l'unica fonte comune di tutto il paese.
Cammin facendo, venne investita da un fascio di luce; la luce fu talmente intensa che Pantofolina cadde a terra stordita.
Quando riaprì gli occhi, la ragazzina vide davanti a se uno gnomo, che gentilmente le disse: « Buon giorno, bella fanciulla, io mi chiamo Fato e sono uno degli gnomi della fortuna. Tu sei stata molto, molto fortunata. Non è facile, nella vita, trovare la fortuna e tu l'hai trovava. Però, ogni cosa ha un prezzo e anche tu dovrai pagare il prezzo della fortuna... ».
Pantofolina, sorridendo lo interruppe ed affermò: « ...ehm no, sarete anche lo gnomo della fortuna ma siete cascato male, io non ho proprio niente da darvi in cambio della vostra fortuna. E poi, io mi reputo fortunata per quello che ho. ».
« Non è vero che non hai niente da darmi: ad esempio potresti darmi quelle pantofoline. » riprese lo gnomo.
Ma la fanciulla chiuse il discorso: « No, no, caro Signor Fato. Per me queste pantofoline sono il significato di mio padre e di mia madre, il significato del loro amore che perdura oltre lo scorrere del tempo...sono in fondo esse la mia fortuna...è l'amore la più grande fortuna che posso avere.». Ma non fece in tempo a salutare che lo gnomo sparì: Pantofolina non sapeva se fino ad allora avesse sognato, oppure se tutto quello che aveva visto, fosse stato solo un sogno.
Intanto, il giovane Principe istigava il cavallo a correre sempre più velocemente, così da sfidare la velocità del vento. Ma ad un tratto, improvvisamente, una luce intensissima divampò sul cavallo, tanto da far imbizzarrire quest'ultimo così da disarcionare il cavaliere. Il Principe, appena rialzatosi da terra andò su tutte le furie, imprecò al cielo e gridò con quanto fiato avesse in corpo: « Ah, maledetto cavallo traditore! Se mi avessero visto i miei sudditi, tutti si sarebbero fatte beffe di me! Avrai la giusta punizione, stupido somaro! » E sghignazzando estrasse la spada dal fodero e la conficcò completamente nel cuore dello sventurato animale.
In quello stesso momento una voce inorridì il Principe, che credeva di essere solo: « Ah! cosa vedono i miei occhi! cosa odono le mie orecchie! può mai esistere tanta crudeltà in un sol uomo? » era Fato, lo gnomo della fortuna.
Il Principe riprese a gridare: « Chi osa? Chi osa rivolgersi così al suo signore e padrone? Mostrati insetto, cosicché ti schiacci a terra e tu vada a tenere compagnia a questo ronzino, nel regno dei morti! ».
Fato rispose: « Eccomi a te, signore e padrone di niente! Mi riconosci ora che mi vedi? Tu hai studiato molto, sei molto colto ed intelligente, non è vero? Allora, riesci a riconoscermi? ». Il Principe rimase sbalordito e non sapeva cosa dire cosicché lo gnomo continuò: « Non rispondi? Taci? Signore perché, padrone di chi, di cosa! Non tutto ciò che appare è sostanza, anzi, molto di quello che vedi, che senti, che possiedi è solo apparenza! Prima o poi cessa di essere, si trasforma e prende una nuova forma, un nuovo valore, un nuovo significato. Sei padrone di quello che tu credi di possedere, ma in realtà tu non possiedi un bel niente! Possiedi forse le tue ricchezze? Verrà un giorno in cui qualcuno o qualcosa te le toglierà! Possiedi forse la tua bellezza? Per quanto cercherai di mantenerla intatta, verrà un giorno in cui la tua pelle si riempirà di rughe, i tuoi capelli imbiancheranno, le tue membra decaderanno e tu sarai un vecchio, solo! Possedevi un cavallo che credevi di amare, ma il tuo odio e non il tuo amore ti ha permesso di ucciderlo! e così hai ucciso una parte di te, quella della ragione. Io non ho signori e padroni. Con tutta la tua potenza e la tua ricchezza, non potrai mai essere signore e padrone di alcuno. Forse potrai imprigionare un uomo, torturarlo, assoggettarlo alle tue volontà, ma non sarai mai il suo signore, perché non potrai mai imprigionare il pensiero di un uomo... comunque, è tutto tempo sprecato con quelli come te. Sono certo che appena sparirò per te non sarà cambiato niente. Vuoi la fortuna che posso darti? Cosa puoi darmi in cambio? ».
Il Principe cercò in qualche modo di giustificarsi e nel contempo cercava qualcosa da rinunciare tra le sue tante inutili cose, ma vi era talmente attaccato che non sapeva proprio quale potesse dare allo gnomo: « Beh, scusatemi tanto, in fondo non si sa mai chi si può incontrare per strada. In quanto al mio...mm...beh, sì...in quanto al mio ronz...cioè, quel cavallo. Sì, quel cavallo era sofferente ed io dovevo fare un atto di pietà. Non potevo certo permettere che vivesse con il rimorso di avermi disarcionato, non credete? era così sensibile. E' proprio vero: non tutto ciò che appare è verità. Voi avete giudicato il mio un gesto di crudeltà ed invece era un gesto di pietà. Suvvia, cercate di capire, essere ricchi comporta tanti sacrifici in fondo. Come quello di dover scegliere cosa rinunciare! Sembra facile! Ho talmente tante cose e talmente così poco tempo!...beh, guardate, se voleste un sogno...sì se lo accettereste io vi darei il mio sogno: la donna che fa per me, ma...» non fece in tempo a finire che lo gnomo sparì e come quest'ultimo aveva previsto, il Principe pensò di aver sognato.
Il giovane ricco riprese il cammino, in direzione della fonte dove combinazione, si trovava proprio in quel momento, Pantofolina. Giunto nelle immediate vicinanze, si rivolse alla fanciulla che attingeva l'acqua: « Scansati da lì che ho da bere! Sono assai stanco, io! ». Ma Pantofolina non era certo la persona che si faceva trattare così e ribattè immediatamente: « Scansati che ho da bere! Ma chi credete di essere, con chi credete di parlare, voi? Ma non c'è rispetto alcuno in voi per gli altri esseri umani? » fu la seconda volta per il Principe, che qualcuno lo redarguiva e fu la seconda volta che quel qualcuno lo guardava fisso negli occhi senza sbattere ciglio. « Si,...devi...dovete scansarvi, o meglio...dovete spostarvi da lì. Cioè, se volete farmi la cortesia di spostarvi, vorrei poter bere un po' d'acqua, oggi, credetemi, è stata una dura giornata per me. »
Pantofolina, senza distogliere lo sguardo dallo sconosciuto si spostò e gli fece cenno di avvicinarsi alla fonte.
Il Principe, man mano che si avvicinava, continuava ad osservare la sconosciuta e sentiva il suo cuore battere molto più velocemente, come mai era accaduto fino ad allora. Ma in quello stesso momento si alzò un vento impetuoso che sollevo in aria la giovane e la portò verso sud. Il Principe iniziò a correre dietro alla ragazzina ma, giunto nella immediata prossimità di un dirupo che terminava nel deserto si arrestò e buttandosi in ginocchio, piangente, esclamò: « Ah! Fato, Fato, ti sei preso il mio sogno, ma non sei stato di parola con me...» ma Fato non lo lascio terminare: « Certo che lo sono stato. La tua più grande fortuna è rimanere solo nella vita. Un uomo senza un briciolo di cuore non può pensare di condividere la propria vita con quella di una donna. ».
Intanto, Pantofolina si ritrovò in pieno deserto, all'interno di un vecchio casolare cadente e pensò: « Ora, sono proprio sola. Chissà dove sono e se mai qualcuno mi troverà. Forse dovevo donare queste pantofoline a Fato, forse è per quel motivo che i miei genitori me le donarono...i miei genitori...il loro amore...» così pensando, si tolse le pantofoline, se le portò al cuore e osservò il paesaggio circostante.
Ad un tratto, dalla terrà spuntò un germoglio e poi un altro ancora ed ancora, ancora; una roccia si spaccò ed uscì una sorgente d'acqua inestinguibile; intorno a lei, tutto sembrava riprendere vita e lo stesso casolare non era più diroccato, ma appariva ai suoi occhi meraviglioso. E le sue pantofoline dorate erano divenute scarpine dorate e le sue vesti, vesti regali. Dietro di se, una voce calda e suadente la invitò a voltarsi: « Buona fortuna, Pantofolina! Sono il Principe della Fortuna. Fato mi ha molto parlato di te, della tua bontà, del tuo amore per la vita, della tua riconoscenza, della tua semplicità. Tutto quello che vedi attorno a te è quello che sei tu, dentro di te. Ora riesci a vedere te stessa! In nome dell'amore, il bene supremo, sei stata disposta a rinunciare anche alla fortuna di una vita facile ed apparentemente spensierata. Ed è proprio per questo che io, il Principe della Fortuna, ti sorrido e ti chiedo di sposarmi. ».
Non so se Pantofolina sposò poi il Principe della Fortuna, forse lo può sapere solo ognuno di voi. Di una cosa però sono certo e cioè che non c'è fortuna più grande che quella di sapere amare...
(Vincitore del premio "Il Cardo Viareggio", IV Ed., Sez. C - Favola inedita
Mi ricordo adesso, che molto tempo fa, si ergeva sulla cima di un monte un piccolo paesello dimenticato dal mondo.
C'erano poche case e pochi erano i suoi abitanti; non c'erano ricchi o potenti tra coloro che lo abitavano, giacché tutti, ma proprio tutti, erano poveri, estremamente poveri. Mettevano ogni cosa in comune: dagli animali della fattoria alle verdure del piccolo orto paesano; periodicamente si scambiavano le vesti così da apparire tra di loro ' più diversi ed in occasione della ricorrenza di una festa, ogni famiglia, secondo il proprio turno, si scambiava l'unico dono che tutti i cittadini possedevano: una piccola campanella di ferro.
Generalmente le rare feste del paese, coincidevano con le rare nascite di qualche bambino e purtroppo le nascite erano sempre meno frequenti a causa dei giovani che andavan via in cerca di fortuna e dei vecchi che rimanevano in attesa di morire. Eppure, nonostante ciò, nonostante l'estrema ed indescrivibile povertà, ognuno di loro era felice, anzi, estremamente felice.
Nella limitrofa collina, si ergeva invece maestoso l'opulento castello del Re; tutti gli abitanti del castello erano ricchissimi, eppure, nonostante ciò, tutti, ma proprio tutti, si rodevano per il fatto che essendo tutti ricchi, non esisteva alcuno da snobbare. E per lo stesso motivo, capitava spesso che i regnanti inventassero agli altri regnanti di aver partecipato a banchetti mai visti, o di essersi vestiti con vesti mai indossati da alcuno: finiva così che tutti divenivano diffidenti e nessuno credeva più alle parole degli altri. Non c'erano feste in quel castello, dal momento che nessuno aveva il coraggio di fare dei doni, per il timore di perdere qualche cosa e quindi essere snobbato dagli altri. Nonostante quella ricchezza, quella enorme ricchezza, i regnanti erano tutti quanti infelici ed in particolare il Re.
Infatti, il vecchio sovrano, aveva un figlio, l'unico figlio ed erede che non aveva alcuna intenzione di sposarsi: continue discussioni nascevano tra i due... Il Re temeva di morire e di lasciare suo figlio senza una sposa e soprattutto, non avere quindi un nipote cui lasciare le proprie ricchezze. Di contro, il Principe, carico di orgoglio, continuava a ripetere che non esisteva donna al mondo degna della sua forza, della sua bellezza, della sua intelligenza, della sua ricchezza e, chi più ne ha più ne metta!
Un dì, il Re si alzò alla buon'ora, entrò nella stanza del figlio ed esclamò: « E' giunto il momento che tu prenda una decisione! Oggi stesso ti devi sposare! Oggi stesso manderò i miei messaggeri a portare ad ogni capo della terra questo annuncio: "IL RE INVITA TUTTE LE FANCIULLE A PRESENTARSI AL COSPETTO DEL FIGLIO, PER ESSERE PRESCELTE COME SUE SPOSE". Tra tutte quelle che arriveranno troverai finalmente la donna che fa per te, voglio ben sperare. ».
Ma il Principe, senza portare alcun rispetto all'autorità paterna e regale ribatté irruento: « Io faccio ciò che voglio! Che ti piaccia o non ti piaccia! Capito? Io non mi sposerò mai! Mai! Non ho alcuna intenzione di legarmi a qualche povera illusa! Chiama pure chi vuoi, uomo illuso. Sai cosa faccio, ora vada giù nella mia stalla, prendo il mio cavallo bianco, il migliore di tutti i cavalli del mondo e mi vado a fare una galoppata per le mie infinite terre... se vuoi, sposati tu! ». E facendo una bella risata si allontanò.
Intanto, i messaggeri del Re erano già partiti ha portare l'annuncio e ben presto giunsero al paesello poverello.
Le poche fanciulle del paese erano tutte indaffarate a cercare di rendersi più belle di quanto già lo fossero e per la prima volta, l'invidia calò tra le mura di quelle case. Ogni famiglia spiava le mosse dell'altra per cercare di rendere migliore rispetto alle altre, la propria figlia.
Solo una fanciulla sembrava indifferente di fronte a quell'annuncio: il suo nome era Pantofolina.
Beh, forse il suo vero nome non era quello, eppure tutti la chiamavano così in virtù delle pantofole che indossava da sempre: si diceva che fossero pantofole magiche!
Infatti, la fanciulla poco dopo essere nata perse entrambi i genitori e venne allevata da due vecchi contadini. I genitori, prima di morire avevano lasciato in eredità alla bambina due pantofoline dorate: pantofoline fatate in quanto si adattavano perfettamente ai suoi piedini, nonostante gli anni passassero e la bambina crescesse in statura.
Ma tornando al momento in cui Pantofolina seppe dell'invito del Re, c'è da dire che questa, vedendo tutto quel gran darsi da fare delle sue coetanee e precedenti amiche, non poteva fare altro che sorridere e commiserarle. Come ogni mattino, prese la brocca dell'acqua e si diresse verso la fonte: l'unica fonte comune di tutto il paese.
Cammin facendo, venne investita da un fascio di luce; la luce fu talmente intensa che Pantofolina cadde a terra stordita.
Quando riaprì gli occhi, la ragazzina vide davanti a se uno gnomo, che gentilmente le disse: « Buon giorno, bella fanciulla, io mi chiamo Fato e sono uno degli gnomi della fortuna. Tu sei stata molto, molto fortunata. Non è facile, nella vita, trovare la fortuna e tu l'hai trovava. Però, ogni cosa ha un prezzo e anche tu dovrai pagare il prezzo della fortuna... ».
Pantofolina, sorridendo lo interruppe ed affermò: « ...ehm no, sarete anche lo gnomo della fortuna ma siete cascato male, io non ho proprio niente da darvi in cambio della vostra fortuna. E poi, io mi reputo fortunata per quello che ho. ».
« Non è vero che non hai niente da darmi: ad esempio potresti darmi quelle pantofoline. » riprese lo gnomo.
Ma la fanciulla chiuse il discorso: « No, no, caro Signor Fato. Per me queste pantofoline sono il significato di mio padre e di mia madre, il significato del loro amore che perdura oltre lo scorrere del tempo...sono in fondo esse la mia fortuna...è l'amore la più grande fortuna che posso avere.». Ma non fece in tempo a salutare che lo gnomo sparì: Pantofolina non sapeva se fino ad allora avesse sognato, oppure se tutto quello che aveva visto, fosse stato solo un sogno.
Intanto, il giovane Principe istigava il cavallo a correre sempre più velocemente, così da sfidare la velocità del vento. Ma ad un tratto, improvvisamente, una luce intensissima divampò sul cavallo, tanto da far imbizzarrire quest'ultimo così da disarcionare il cavaliere. Il Principe, appena rialzatosi da terra andò su tutte le furie, imprecò al cielo e gridò con quanto fiato avesse in corpo: « Ah, maledetto cavallo traditore! Se mi avessero visto i miei sudditi, tutti si sarebbero fatte beffe di me! Avrai la giusta punizione, stupido somaro! » E sghignazzando estrasse la spada dal fodero e la conficcò completamente nel cuore dello sventurato animale.
In quello stesso momento una voce inorridì il Principe, che credeva di essere solo: « Ah! cosa vedono i miei occhi! cosa odono le mie orecchie! può mai esistere tanta crudeltà in un sol uomo? » era Fato, lo gnomo della fortuna.
Il Principe riprese a gridare: « Chi osa? Chi osa rivolgersi così al suo signore e padrone? Mostrati insetto, cosicché ti schiacci a terra e tu vada a tenere compagnia a questo ronzino, nel regno dei morti! ».
Fato rispose: « Eccomi a te, signore e padrone di niente! Mi riconosci ora che mi vedi? Tu hai studiato molto, sei molto colto ed intelligente, non è vero? Allora, riesci a riconoscermi? ». Il Principe rimase sbalordito e non sapeva cosa dire cosicché lo gnomo continuò: « Non rispondi? Taci? Signore perché, padrone di chi, di cosa! Non tutto ciò che appare è sostanza, anzi, molto di quello che vedi, che senti, che possiedi è solo apparenza! Prima o poi cessa di essere, si trasforma e prende una nuova forma, un nuovo valore, un nuovo significato. Sei padrone di quello che tu credi di possedere, ma in realtà tu non possiedi un bel niente! Possiedi forse le tue ricchezze? Verrà un giorno in cui qualcuno o qualcosa te le toglierà! Possiedi forse la tua bellezza? Per quanto cercherai di mantenerla intatta, verrà un giorno in cui la tua pelle si riempirà di rughe, i tuoi capelli imbiancheranno, le tue membra decaderanno e tu sarai un vecchio, solo! Possedevi un cavallo che credevi di amare, ma il tuo odio e non il tuo amore ti ha permesso di ucciderlo! e così hai ucciso una parte di te, quella della ragione. Io non ho signori e padroni. Con tutta la tua potenza e la tua ricchezza, non potrai mai essere signore e padrone di alcuno. Forse potrai imprigionare un uomo, torturarlo, assoggettarlo alle tue volontà, ma non sarai mai il suo signore, perché non potrai mai imprigionare il pensiero di un uomo... comunque, è tutto tempo sprecato con quelli come te. Sono certo che appena sparirò per te non sarà cambiato niente. Vuoi la fortuna che posso darti? Cosa puoi darmi in cambio? ».
Il Principe cercò in qualche modo di giustificarsi e nel contempo cercava qualcosa da rinunciare tra le sue tante inutili cose, ma vi era talmente attaccato che non sapeva proprio quale potesse dare allo gnomo: « Beh, scusatemi tanto, in fondo non si sa mai chi si può incontrare per strada. In quanto al mio...mm...beh, sì...in quanto al mio ronz...cioè, quel cavallo. Sì, quel cavallo era sofferente ed io dovevo fare un atto di pietà. Non potevo certo permettere che vivesse con il rimorso di avermi disarcionato, non credete? era così sensibile. E' proprio vero: non tutto ciò che appare è verità. Voi avete giudicato il mio un gesto di crudeltà ed invece era un gesto di pietà. Suvvia, cercate di capire, essere ricchi comporta tanti sacrifici in fondo. Come quello di dover scegliere cosa rinunciare! Sembra facile! Ho talmente tante cose e talmente così poco tempo!...beh, guardate, se voleste un sogno...sì se lo accettereste io vi darei il mio sogno: la donna che fa per me, ma...» non fece in tempo a finire che lo gnomo sparì e come quest'ultimo aveva previsto, il Principe pensò di aver sognato.
Il giovane ricco riprese il cammino, in direzione della fonte dove combinazione, si trovava proprio in quel momento, Pantofolina. Giunto nelle immediate vicinanze, si rivolse alla fanciulla che attingeva l'acqua: « Scansati da lì che ho da bere! Sono assai stanco, io! ». Ma Pantofolina non era certo la persona che si faceva trattare così e ribattè immediatamente: « Scansati che ho da bere! Ma chi credete di essere, con chi credete di parlare, voi? Ma non c'è rispetto alcuno in voi per gli altri esseri umani? » fu la seconda volta per il Principe, che qualcuno lo redarguiva e fu la seconda volta che quel qualcuno lo guardava fisso negli occhi senza sbattere ciglio. « Si,...devi...dovete scansarvi, o meglio...dovete spostarvi da lì. Cioè, se volete farmi la cortesia di spostarvi, vorrei poter bere un po' d'acqua, oggi, credetemi, è stata una dura giornata per me. »
Pantofolina, senza distogliere lo sguardo dallo sconosciuto si spostò e gli fece cenno di avvicinarsi alla fonte.
Il Principe, man mano che si avvicinava, continuava ad osservare la sconosciuta e sentiva il suo cuore battere molto più velocemente, come mai era accaduto fino ad allora. Ma in quello stesso momento si alzò un vento impetuoso che sollevo in aria la giovane e la portò verso sud. Il Principe iniziò a correre dietro alla ragazzina ma, giunto nella immediata prossimità di un dirupo che terminava nel deserto si arrestò e buttandosi in ginocchio, piangente, esclamò: « Ah! Fato, Fato, ti sei preso il mio sogno, ma non sei stato di parola con me...» ma Fato non lo lascio terminare: « Certo che lo sono stato. La tua più grande fortuna è rimanere solo nella vita. Un uomo senza un briciolo di cuore non può pensare di condividere la propria vita con quella di una donna. ».
Intanto, Pantofolina si ritrovò in pieno deserto, all'interno di un vecchio casolare cadente e pensò: « Ora, sono proprio sola. Chissà dove sono e se mai qualcuno mi troverà. Forse dovevo donare queste pantofoline a Fato, forse è per quel motivo che i miei genitori me le donarono...i miei genitori...il loro amore...» così pensando, si tolse le pantofoline, se le portò al cuore e osservò il paesaggio circostante.
Ad un tratto, dalla terrà spuntò un germoglio e poi un altro ancora ed ancora, ancora; una roccia si spaccò ed uscì una sorgente d'acqua inestinguibile; intorno a lei, tutto sembrava riprendere vita e lo stesso casolare non era più diroccato, ma appariva ai suoi occhi meraviglioso. E le sue pantofoline dorate erano divenute scarpine dorate e le sue vesti, vesti regali. Dietro di se, una voce calda e suadente la invitò a voltarsi: « Buona fortuna, Pantofolina! Sono il Principe della Fortuna. Fato mi ha molto parlato di te, della tua bontà, del tuo amore per la vita, della tua riconoscenza, della tua semplicità. Tutto quello che vedi attorno a te è quello che sei tu, dentro di te. Ora riesci a vedere te stessa! In nome dell'amore, il bene supremo, sei stata disposta a rinunciare anche alla fortuna di una vita facile ed apparentemente spensierata. Ed è proprio per questo che io, il Principe della Fortuna, ti sorrido e ti chiedo di sposarmi. ».
Non so se Pantofolina sposò poi il Principe della Fortuna, forse lo può sapere solo ognuno di voi. Di una cosa però sono certo e cioè che non c'è fortuna più grande che quella di sapere amare...
(Vincitore del premio "Il Cardo Viareggio", IV Ed., Sez. C - Favola inedita
IL VECCHIO BAMBINO
Il Vecchio bambino
Giunse finalmente l'autunno, e la notte cedette le proprie ore all'alba; ad est, la luce rosata del sole, pareva esplodere nell'oscurità del cielo ed i suoi riflessi sulle alte montagne e sulle poche nubi annunciavano fantasticamente la nascita di un nuovo giorno.
La grande spiaggia, ora, più estesa, appariva sola e desolata; le masse di rifiuti abbandonati, confermavano tristemente la passata presenza dell'uomo su quel tratto di lido marino: cartacce, bottiglie e sacchetti di plastica, lattine consumate e contorte, ricoprivano la vasta distesa di rena, rendendo ancora più triste quel luogo, ora dimenticato.
Alcuni tronchi rimanevano abbandonati dalle mareggiate; il cadenzare delle onde, le piccole e grandi conchiglie sepolte, ma ancora affioranti (un tempo custodivano una vita, sebbene piccola ed insignificante); le gialle piante di cardi marini; il grande cielo, che ad ovest appariva ricoperto di una coltre di nubi vaganti e multicolori; il grigiore quasi completo del mare, che solo all'orizzonte cangiava nell'incontaminato verde, colore di speranza: tutto ciò rendeva così misterioso ed attraente quel paesaggio, apparentemente morente.
Eppure, sarebbe bastato un solo attimo per soffermare lo sguardo sulle erbacce secche e con quello stesso sguardo cogliere l'infinita presenza di microrganismi; piccoli insetti, che contro ogni previsione continuavano a vivere, tra gli altrettanto infiniti granelli di silice e polvere.
Chi avrebbe potuto vivere adesso in quel luogo, quale interesse avrebbe potuto suscitare la curiosità di un uomo? quale sapore, quale stupore, quale fantasia, avrebbe potuto giustificare, in quel preciso momento, la presenza di un comune individuo? eppure...
...da una duna qualcosa sembrava muoversi, spuntare, contemporaneamente al sorgere del sole: era un bambino!
Chissà cosa stesse cercando a quell'ora, in quel luogo e da solo ...forse, solo la sua piccola grande mente avrebbe potuto rispondere ...forse, solo per inventare un nuovo gioco sconosciuto ...chissà...
Il bambino si alzò in piedi sulla "vetta" della sua "montagna" e finalmente, scoprì quello che fino a pochi attimi prima era per lui l'ignoto, l'irraggiungibile; aprì i suoi grandi occhi e da questi uscì quella luce misteriosa, che solo gli occhi di un bambino riescono a diffondere.
Una luce profonda, che scaturisce dalla voglia di sapere, di conoscere, di meravigliarsi del mondo che circonda non solo loro, ma ogni uomo: misteriosamente, solo i bambini riescono a farlo...
Instancabilmente, osservava tutto quel nuovo, misterioso paesaggio; forse, fu proprio la desolazione di quel luogo, a renderlo così fantastico, così diverso; tutto ciò appariva privo di assurdi confini, spaziando da nord a sud, da est ad ovest, tanto da perdervi ogni riferimento; estendersi, fino a giungere all'infinito, luogo ove la statica mente non osa mai arrivare.
Intanto, sulla spiaggia, vicino al mare, continuavano a dimorare vecchi gazebo cadenti, che solo pochi giorni prima ospitavano uomini e donne dalle mille storie diverse e simili.
« Com'è strano: certe cose che usano i grandi, dall'oggi al domani diventano inutili, già vecchie, senza essere neppure cresciute; vengono abbandonate sole a se stesse e si dimentica in un attimo tutto quello che hanno significato », pensò il bambino.
Sotto quelle paglie trovarono rifugio gli innamorati, che, come un destino ormai scolpito nella storia, continuarono a tenersi la mano al chiaror di luna per non sentirsi soli; oppure, i disperati, che gettavano via i loro sogni, le loro speranze, bruciandoli in fiumi di alcool. Sotto quei cannicci posticci ci furono anche i sorrisi dei bambini o i loro primi pianti, per i fiori che non potevano cogliere dal giardino della loro vita. Esistevano i commenti alle note giornalistiche, nuovi pettegolezzi del ventesimo secolo rubati ai borghi paesani e trapiantati nelle maldicenze cittadine; tra quei legni intrecciati, si formavano le storie intrecciate, i nuovi peccati e i nuovi peccatori, i nuovi lapidati ed i nuovi lapidatori ...eppure, tutto sembrava essere passato e tutto sarebbe stato futuro: la solitudine dell'uomo.
Sì, la solitudine. E quel bambino cercava anche lui di vincere quel male oscuro e secolare che accompagnò l'uomo nel suo divenire: dal giardino dell'Eden, sino alla città moderna.
« Possibile che qui non ci sia più nessuno. Dove sono andati tutti quanti?»
Continuava a guardarsi attorno e cercava: cercava di trovare una persona che soddisfasse la sua esigenza di comunicare, di confrontare, di crescere.
Il suo sguardo energico, si soffermò su di un gigantesco tronco che lambiva la battigia, episodicamente bagnato dalle onde. Aveva grandi ramificazioni e da una di quelle, sembrava essere nato un nuovo arbusto, che ben presto sarebbe divenuto albero. Ma quella non era una ramificazione: era un uomo!
Il bambino, incuriosito da quella innaturale amovibilità, che sembrava scomparire, sullo sfondo del mare, tentò pian piano di avvicinarsi; cercò di non arrecare disturbo e raccogliere velocemente le fattezze dello sconosciuto.
Indossava un abbigliamento logoro e vecchio ma, stranamente pulito e composto: un paio di jeans scoloriti, una camicia in seta nera ed un foulard rosso acceso, legato attorno al collo.
« Un pirata, sì, sì, questo qui deve essere un pirata! ...beh, potrebbe anche essere un rivoluzionario, uno di quelli che i grandi sconsigliano di conoscere e che fanno troppo di testa loro e che si ficcano sempre nei guai ...o forse, potrebbe anche essere stato un grande amatore, ora rimasto solo, anche questo dicono i grandi: che con le donne prima o poi ci si rovina ...comunque, a me non sembra pericoloso ».
Si avvicinò un po' di più, tanto da riconoscerne il volto abbronzato ricoperto di rughe e la barba incolta, i capelli grigi e bagnati, tirati all'indietro; teneva la camicia aperta sul davanti e la brezza marina sembrava volergli fare dispetti, facendogli sventolare il colletto, scoprendogli il robusto torace.
« Non so chi sia questo qui, boh, forse l'ha portato il mare ...comunque sia, per me è un uomo ».
Ora il bambino era molto, molto vicino allo sconosciuto.
Eppure egli non si mosse di un solo millimetro, non proferì parola, nessun suono: continuava a fissare l'orizzonte del mare con i suoi occhi chiari e ricolmi di lacrime, dando l'impressione di guardare nel vuoto.
« Ah, non lo capisco proprio un uomo che piange! I grandi lo dicono sempre che gli uomini non devono piangere mai: se no che uomini sono? Già, che uomini sono? Ma chi l'ha detto poi che non si deve piangere mai? E se questo qui ha voglia di piangere perché non dovrebbe farlo? ...tutto sommato, mi fa un po' tristezza, ma mi è simpatico, almeno è sincero ».
Il fanciullo si fece coraggio, si pose di fronte allo sconosciuto e cercando di richiamare la sua attenzione gli chiese:
« Ehi, signore, come ti chiami?» e poi subito pensò: « ...chissà che urlo che mi tira questo qui! »
L'uomo, senza modificare in alcun modo il suo atteggiamento e con voce calda e suadente, quasi distaccata da quella sensazione di dolore che trasmetteva in volto, rispose:
« Chiamami come vuoi. I nomi, sono invenzioni degli uomini: servono per cercarsi e riconoscersi. Io sono uno sconosciuto ora, non mi cerca più nessuno ».
Il bambino allora, cercando in qualche modo di consolarlo riprese:
« Io. Io mi chiamo Peter ... », ma intanto pensava:
« ...ma cosa vuoi che gl'interessi come mi chiamo io a questo qui », proseguendo:
« ... e forse, forse non è poi vero che nessuno ti cerca », sempre più intimorito, pensava:
« ...e già, io lo so che nessuno lo cerca... », ma riprese il necessario coraggio per vincere il timore di parare:
« ...pensa, che io cercavo un uomo con cui parlare: qui non c'è proprio nessuno con cui parlare. Forse, forse è il destino che ci ha fatto incontrare. Posso chiamarti Uomo, signore? ».
L’individuo, pacatamente rispose:
« Uomo. Va bene, chiamami pure Uomo, piccolo uomo » concluse il vecchio.
Il bambino era entusiasta per quella giornata memorabile. Era stato capace di entrare nel misterioso mondo di quello sconosciuto e chissà quante e quali storie questi gli avrebbe potuto raccontare. Si mise a sedere vicino a lui, su quello stesso tronco e subito si rese conto di quanto egli profumasse.
Uomo disse:
« Siedi. Siedi pure Peter! Osserva quanto è grande questa spiaggia, il mare, le montagne, il mondo, la vita! C'è posto per tutti su questa terra, purché ognuno occupi il posto assegnatogli ».
« Senti...» lo interruppe Peter « io sono piccolo e devo imparare tante cose per crescere e diventare vecchio come te. Tu che ormai hai vissuto tanti anni puoi parlarmi dell’esistenza? come mai hai i capelli grigi, la pelle cotta dal sole, le rughe sul viso, la barba lunga? Sai, ho notato una cosa in te: tutto si è trasformato eppure, i tuoi occhi sembrano un po' i miei: sono rimasti un po' come quelli di un bambino. »
Uomo rispose:
« Non è facile risponderti sai. Ci vogliono anni ed anni per capirlo e soprattutto, bisogna imparare ad attendere. La risposta sta nella storia di ognuno di noi. Con il trascorrere degli anni, vedrai che queste risposte verranno da sole. E poi, se potessi spiegarti ora tutte queste cose, non avresti più necessità d'invecchiare, non credi? Ma una cosa credo di potertela spiegare. Ogni uomo, quando nasce ha occhi grandi e chiari: occhi grandi e puri sul mondo. Ma poi c'è sempre chi ti vuole insegnare a crescere, chi ti deve dire quello che devi fare e quello che non devi fare, le regole da rispettare e quelle da non rispettare. Allora i nostri occhi si sforzano di vedere non tutto il mondo, ma solo alcune cose del mondo, quelle che ci interessano di più e soprattutto, che interessano agli altri, che siano viste. I nostri occhi, allora, divengono sempre più piccoli. Poi ci sono le cose che conviene non vedere ed allora i nostri occhi si offuscano e pian piano si spengono. E' così che allora ci sono molti giovani con gli occhi vecchi e pochi vecchi con occhi giovani. »
« Scusa se insisto », riprese Peter « ma cosa vuoi dire con ciò: che non bisogna crescere? eppure a me hanno detto sempre il contrario. »
« Certo », continuò Uomo, « bisogna crescere: è una legge biologica! il nostro corpo si compone di innumerevoli cellule che giorno dopo giorno si riproducono, ci fanno crescere e poi si fermano e ci ritroviamo vecchi: questo è un mistero che ancora la scienza non sa comprendere. Anche io, come te, un giorno sono nato, sono cresciuto, ho fatto innumerevoli esperienze e, in un battibaleno mi sono ritrovato vecchio: tutto questo senza neppure accorgermene. Adesso sono qui, di fronte al mare, circondato da conchiglie e miliardi di granelli di pietre sbriciolate da secoli d'intemperie. Sono qui da solo, o meglio, apparentemente solo. Questa è la fine che fanno quelli come me: rimanere soli, o meglio apparentemente soli. Dentro di me continua a pulsare il mio passato, i sogni irrealizzati, le speranze mai divenute realtà, tutto ciò che non ho mai potuto fare ma che avrei voluto fare, intensamente. C'è tutta la mia vita, la mia storia fatta di segreti e di pensieri mai svelati. Tutto chiuso dentro di me! Per questo sono apparentemente solo. Sono qui che attendo. E' da tanto tempo che attendo. Per tanti anni ho cercato di capire ciò che oggi attendo: la morte!»
Da poco il sole era comparso e le nubi sul mare si stavano addensando, preannunciando quasi l'imminenza di un temporale settembrino. Il mare, infrangendosi sulla scogliera, salutava l’arrivo basso dei gabbiani, mentre andava a depositare nere strisce di lavarone sulla riva, fino ad allora apparentemente vuota.
Il bambino osservava Uomo e pensava:
« Che uomo strano è questo qui. Tutti hanno paura della morte e lui sta qui ad aspettarla. E poi come fa a sapere quando arriva...sarà mica un mago? in fondo è tutto così strano oggi. Effettivamente, tutto appare in un modo ed invece mi accorgo che è tutto diverso da un attimo prima ».
Uomo continuò il suo discorso, interrotto da qualche profondo sospiro, che ritmeggiava col cadenzare delle onde, e quasi a formarne una sinfonia di suoni:
« Attendo la morte, piccolo Peter e osservo nel vuoto, in ciò che apparentemente è vuoto. Eppure, credimi, lei giungerà da lì e prendendomi per mano, finalmente mi porterà via con sé. »
Peter, troppo incuriosito da quelle frasi, dalla serenità con cui venivano espresse, riprese le sue riflessioni e chiese:
« Ma scusa. Tu, non hai timore della morte? »
Uomo, riprendendo il discorso da dove era stato terminato, cercò con calma di rispondere:
« Gli uomini, da che mondo è mondo, senza volerlo, forse, cercano la morte in ogni fatto della vita, in ogni diversa esperienza; senza sapere che essa è là, dove loro credono non possa trovarsi: nel niente. La cercano per dominarla, per sconfiggerla, per usarla: comunque la cercano. Ed in questa impossibile ricerca l'umanità si agita e teme, teme di vedere distrutto tutto ciò che la circonda: è così facendo che l'umanità riesce a rovinarsi l'esistenza. Io, l'aspetto e so che ella giungerà dal vuoto. Se ho paura della morte...certo che ne ho paura! ma credimi, arrivati alla mia età non si teme più la morte che uccide i corpi: si teme soprattutto quella che uccide le menti, i cuori degli uomini; i loro sentimenti, le loro speranze, i loro sogni! Tu non puoi capire quanto è importante sentirsi vivo! riuscire a vedere oltre quell'assurdo orizzonte e credere, credere che c'è una terra più bella ed è per tutti: oltre l'apparente orizzonte! credere che il nostro presente è solo un momento della nostra strana esistenza, ma ci sarà un domani migliore! sognare, oh quanto avrebbe bisogno l'uomo di sognare! distaccarsi, anche se per un solo attimo da questa terra e vedere oltre quello che si riesce appena a vedere. Questo mi terrorizza! Gli uomini invece, temono la morte biologica. E quel timore, quella paura, li accompagna per tutta la vita. Allora cercano di fuggire via da essa in mille maniere, costruendosi intorno vere e proprie trincee di sabbia bagnata che prima o poi, crolleranno arse dal sole. Queste trincee sono le certezze degli uomini, credimi! La paura di morire, si confonde allora con la paura di perdere i nostri piccoli o grandi poteri. La paura di morire ci porta a vedere negli altri il nostro potenziale nemico e pian piano, ci sentiamo minacciati dai nostri simili. Temiamo il potere degli altri, la possibilità che questi ci rubino ciò che ci appartiene, ma che in realtà non è mai appartenuto ad alcuno: e così facendo preludiamo la morte. Sentiamo il bisogno di divenire ricchi, belli, potenti, eroi, forti...credendo di allontanare da noi la morte. E chi non riesce nelle imprese mitizza dentro di se, coloro i quali sono riusciti nell'impresa più assurda dell'esistere: sostituirsi a Dio, al dio della storia o della religione. Intanto, le nostre assurde piccole o grandi lotte di potere, riescono giorno per giorno a toglierci il gusto di vivere: la voce del cuore viene soffocata, quella della mente, trasformata in un bellico meccanismo, le speranze divengono ben presto assurdità ed i sogni...i sogni roba da pazzi, riservati a coloro che dalla vita non otterranno niente. Questo dicono i grandi ai bambini, piccolo mio. Ma non è così! In nome dell'umano potere, viene perduta ogni individualità, ogni singola espressione di pensiero e tutto, tutto si riconduce a regole di condotta dettate dal ceto sociale, dalla religione, dalla razza. E' così che si formano le piccole e le grandi guerre della storia: tutte simili, anche se apparentemente diverse.»
Peter continuò nelle sue domande:
«Ma tu, dimmi. Come mai sei rimasto così solo e triste? Tu che sei capace di non avere timore della morte ma anzi, stai qua ad attenderla, non dovresti invece essere sereno e contento?»
Uomo rispose:
«Anche io sono un uomo come gli altri. un codardo! Per tanti anni ho creduto e professato il mio pensiero ma poi, anche per me è giunto il momento di abbandonare il mio bagaglio: stavo crescendo, sono cresciuto. Come adesso dicono a te allora dicevano a me: devi maturare! Ho imparato a rinunciare a me stesso, a vivere la mia esistenza in funzione di quello che le persone "importanti" volevano da me, si aspettavano da me. Ho goduto dei loro elogi, ho ricercato la loro approvazione in ogni fatto della mia vita...ed un giorno mi sono accorto di far parte anche io dell'assurdo carnevale della vita dell'uomo. Passa il tempo e tu, a seconda delle circostanze ti metti una nuova maschera, indossi un nuovo costume. Tutto questo avviene troppo in fretta e tu ti abitui talmente a tutte quelle maschere, a tutti quei costumi, che prima o poi ti ritrovi a non sapere più se quella che vedi è una maschera o il tuo vero volto. A volte però il peso delle maschere diviene insopportabile e così decidi di gettarle tutte. E' in quel preciso momento che senti il bisogno di osservarti allo specchio della coscienza accorgendoti come il tempo è trascorso, come tu sei invecchiato e tutto ciò che non sei riuscito a vivere, divenuto ben presto irrecuperabile. Anche per me è stato così, piccolo Peter. Ho perso un sogno anche io: il più grande ed importante per me, ma non per gli altri! Ma, se non hai il coraggio di ricominciare ad indossare altri costumi, altre maschere, ti senti ai margini di una società che emargina. Incompreso, incomprensibile e scomodo. Capisci solo allora che è giunto il momento di rimanere solo con te stesso, per ricostruire te stesso. E così ho fatto. Ho ricercato me stesso, quel sogno abbandonato e irrealizzato, e l'ho racchiuso dentro di me, per l'eternità! Di fronte a quanto accade, ti rendi stranamente conto che in fondo non hai vissuto: hai sopravvissuto! Sei andato avanti per non ferire gli altri: quelli che si erano abituati a te, alla tua immagine carnevalesca e che non capivano, non potevano o non volevano capire. Hai sopravvissuto e sopravvivi. Sopravvivi nel mondo e vivi esclusivamente per quello in cui credi e che per un destino crudele o la mancanza di coraggio di affrontare la realtà delle cose, deve rimanere un segreto: il tuo segreto.»
«Un segreto?» si meravigliò Peter.
«Sì» continuò piangendo Uomo «Ogni uomo ne ha almeno uno. I segreti sono le cose che non possono essere svlelate, perchè contrastano con le regole del gioco: regole che hanno costruito secoli di storia, tra anni di sopravvivenza e attimi di vita. Ma il segreto lo tieni dentro di te perchè continui a sperare: a sperare che ci sarà un giorno in cui potrai svelarlo e soprattutto lo potrai realizzare. Il segreto più grande dell'uomo, è l'amore! L'amore che si manifesta negli innumerevoli attini dell'esistenza, in svariate forme: ma che risulta essere fondamentalmente l'esigenza di amare ed essere amati. Eppure, questo segreto così grande, universale, presente nel più insignificante attimo di storia del genere umano, così come in quello più importante, molto spesso rimane racchiuso nel cuore degli uomini ed essi non riescono a svelarlo. E' il segreto che se rivelato, riuscirebbe a cambiare il corso della storia, che inevitabilmente conduce alla fine; ma è anche il segreto delle rinunce e delle umiliazioni».
Peter osservò in silenzio quello sconosciuto: teneva le braccia raccolte al petto e con i pugni serrati, all'altezza del cuore, manifestando estrema sofferenza. Gli chiese:
«Cos'è che stringi nelle mani con tanta forza e tanto dolore?»
Uomo, quasi disteso da quella domanda rispose:
«Stringo le mie speranze, mio piccolo Peter. Tutto ciò che mi ha permesso di andare avanti fino ad oggi. Quello che mi ha aiutato a non temere la morte e quindi, a non morire prima del giorno scritto per me. Tutto ciò per cui credo valga la pena esistere, ma soprattutto vivere! Tutto quello che per anni ed anni ho cercato affannosamente, ma non sono stato capace di raggiungere. Quello che un giorno, per un attimo di umana follia credevo di avere raggiunto ed invece mi è stato tolto definitivamente, caparbiamente. Tutto ciò per cui non sono stato capito. Tutto quello che non ho mai avuto il coraggio di rivelare e solo adesso, ora che solo, attendo la morte che tarda ad arrivare, riuscirò finalmente a manifestare: il mistero della mia esistenza».
In quel momento, Peter guardò verso l'orizzonte e notò come il sole stava scomparendo, dietro l'immensa massa di acqua. Dal mare e nel mare rilucevano i colori del sole, adesso rosso come non mai e Uomo si sdraiò sulla nuda terra da cui un giorno venne alla luce: finalmente sorrise! Come per magia, le rughe dal viso scomparvero, i capelli ripresero vigore ed il corvino di un tempo: la morte arrivò.
Stranamente non indossava il nero mantello e neppure impugnava la grande falce: era una giovane donna, che tratteneva in mano un candido giglio e vestiva di una tunica bianca .
Uomo aprì le mani ed il bambino vi raccolse una piccola gemma di quarzo ed una conchiglia: il segreto di quella esistenza.
Uomo si alzò, prese la mano di lei e pian piano si allontanò discendendo nel mare, ora calmo e limpido: li seguirono due gabbiani in quel loro viaggio, il loro ultimo e definitivo viaggio.
Tornato a casa il bambino corse dai genitori a raccontargli questa storia, ma loro ridendo gli dissero:
«E cresci una buona volta!»
Forse, aveva ragione Uomo. Dovrò aspettare di diventare vecchio per raccontare questa storia ad un bambino ed essere creduto.
Così pensando, strinse il quarzo e la conchiglia nelle sue mani strette al petto e cominciò ad avere dei segreti...
13 marzo 2006
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