mercoledì 24 marzo 2010

PANTOFOLINA

P A N T O F O L I N A
Mi ricordo adesso, che molto tempo fa, si ergeva sulla cima di un monte un piccolo paesello dimenticato dal mondo.
C'erano poche case e pochi erano i suoi abitanti; non c'erano ricchi o potenti tra coloro che lo abitavano, giacché tutti, ma proprio tutti, erano poveri, estremamente poveri. Mettevano ogni cosa in comune: dagli animali della fattoria alle verdure del piccolo orto paesano; periodicamente si scambiavano le vesti così da apparire tra di loro ' più diversi ed in occasione della ricorrenza di una festa, ogni famiglia, secondo il proprio turno, si scambiava l'unico dono che tutti i cittadini possedevano: una piccola campanella di ferro.
Generalmente le rare feste del paese, coincidevano con le rare nascite di qualche bambino e purtroppo le nascite erano sempre meno frequenti a causa dei giovani che andavan via in cerca di fortuna e dei vecchi che rimanevano in attesa di morire. Eppure, nonostante ciò, nonostante l'estrema ed indescrivibile povertà, ognuno di loro era felice, anzi, estremamente felice.
Nella limitrofa collina, si ergeva invece maestoso l'opulento castello del Re; tutti gli abitanti del castello erano ricchissimi, eppure, nonostante ciò, tutti, ma proprio tutti, si rodevano per il fatto che essendo tutti ricchi, non esisteva alcuno da snobbare. E per lo stesso motivo, capitava spesso che i regnanti inventassero agli altri regnanti di aver partecipato a banchetti mai visti, o di essersi vestiti con vesti mai indossati da alcuno: finiva così che tutti divenivano diffidenti e nessuno credeva più alle parole degli altri. Non c'erano feste in quel castello, dal momento che nessuno aveva il coraggio di fare dei doni, per il timore di perdere qualche cosa e quindi essere snobbato dagli altri. Nonostante quella ricchezza, quella enorme ricchezza, i regnanti erano tutti quanti infelici ed in particolare il Re.
Infatti, il vecchio sovrano, aveva un figlio, l'unico figlio ed erede che non aveva alcuna intenzione di sposarsi: continue discussioni nascevano tra i due... Il Re temeva di morire e di lasciare suo figlio senza una sposa e soprattutto, non avere quindi un nipote cui lasciare le proprie ricchezze. Di contro, il Principe, carico di orgoglio, continuava a ripetere che non esisteva donna al mondo degna della sua forza, della sua bellezza, della sua intelligenza, della sua ricchezza e, chi più ne ha più ne metta!
Un dì, il Re si alzò alla buon'ora, entrò nella stanza del figlio ed esclamò: « E' giunto il momento che tu prenda una decisione! Oggi stesso ti devi sposare! Oggi stesso manderò i miei messaggeri a portare ad ogni capo della terra questo annuncio: "IL RE INVITA TUTTE LE FANCIULLE A PRESENTARSI AL COSPETTO DEL FIGLIO, PER ESSERE PRESCELTE COME SUE SPOSE". Tra tutte quelle che arriveranno troverai finalmente la donna che fa per te, voglio ben sperare. ».
Ma il Principe, senza portare alcun rispetto all'autorità paterna e regale ribatté irruento: « Io faccio ciò che voglio! Che ti piaccia o non ti piaccia! Capito? Io non mi sposerò mai! Mai! Non ho alcuna intenzione di legarmi a qualche povera illusa! Chiama pure chi vuoi, uomo illuso. Sai cosa faccio, ora vada giù nella mia stalla, prendo il mio cavallo bianco, il migliore di tutti i cavalli del mondo e mi vado a fare una galoppata per le mie infinite terre... se vuoi, sposati tu! ». E facendo una bella risata si allontanò.
Intanto, i messaggeri del Re erano già partiti ha portare l'annuncio e ben presto giunsero al paesello poverello.
Le poche fanciulle del paese erano tutte indaffarate a cercare di rendersi più belle di quanto già lo fossero e per la prima volta, l'invidia calò tra le mura di quelle case. Ogni famiglia spiava le mosse dell'altra per cercare di rendere migliore rispetto alle altre, la propria figlia.
Solo una fanciulla sembrava indifferente di fronte a quell'annuncio: il suo nome era Pantofolina.
Beh, forse il suo vero nome non era quello, eppure tutti la chiamavano così in virtù delle pantofole che indossava da sempre: si diceva che fossero pantofole magiche!
Infatti, la fanciulla poco dopo essere nata perse entrambi i genitori e venne allevata da due vecchi contadini. I genitori, prima di morire avevano lasciato in eredità alla bambina due pantofoline dorate: pantofoline fatate in quanto si adattavano perfettamente ai suoi piedini, nonostante gli anni passassero e la bambina crescesse in statura.
Ma tornando al momento in cui Pantofolina seppe dell'invito del Re, c'è da dire che questa, vedendo tutto quel gran darsi da fare delle sue coetanee e precedenti amiche, non poteva fare altro che sorridere e commiserarle. Come ogni mattino, prese la brocca dell'acqua e si diresse verso la fonte: l'unica fonte comune di tutto il paese.
Cammin facendo, venne investita da un fascio di luce; la luce fu talmente intensa che Pantofolina cadde a terra stordita.
Quando riaprì gli occhi, la ragazzina vide davanti a se uno gnomo, che gentilmente le disse: « Buon giorno, bella fanciulla, io mi chiamo Fato e sono uno degli gnomi della fortuna. Tu sei stata molto, molto fortunata. Non è facile, nella vita, trovare la fortuna e tu l'hai trovava. Però, ogni cosa ha un prezzo e anche tu dovrai pagare il prezzo della fortuna... ».
Pantofolina, sorridendo lo interruppe ed affermò: « ...ehm no, sarete anche lo gnomo della fortuna ma siete cascato male, io non ho proprio niente da darvi in cambio della vostra fortuna. E poi, io mi reputo fortunata per quello che ho. ».
« Non è vero che non hai niente da darmi: ad esempio potresti darmi quelle pantofoline. » riprese lo gnomo.
Ma la fanciulla chiuse il discorso: « No, no, caro Signor Fato. Per me queste pantofoline sono il significato di mio padre e di mia madre, il significato del loro amore che perdura oltre lo scorrere del tempo...sono in fondo esse la mia fortuna...è l'amore la più grande fortuna che posso avere.». Ma non fece in tempo a salutare che lo gnomo sparì: Pantofolina non sapeva se fino ad allora avesse sognato, oppure se tutto quello che aveva visto, fosse stato solo un sogno.
Intanto, il giovane Principe istigava il cavallo a correre sempre più velocemente, così da sfidare la velocità del vento. Ma ad un tratto, improvvisamente, una luce intensissima divampò sul cavallo, tanto da far imbizzarrire quest'ultimo così da disarcionare il cavaliere. Il Principe, appena rialzatosi da terra andò su tutte le furie, imprecò al cielo e gridò con quanto fiato avesse in corpo: « Ah, maledetto cavallo traditore! Se mi avessero visto i miei sudditi, tutti si sarebbero fatte beffe di me! Avrai la giusta punizione, stupido somaro! » E sghignazzando estrasse la spada dal fodero e la conficcò completamente nel cuore dello sventurato animale.
In quello stesso momento una voce inorridì il Principe, che credeva di essere solo: « Ah! cosa vedono i miei occhi! cosa odono le mie orecchie! può mai esistere tanta crudeltà in un sol uomo? » era Fato, lo gnomo della fortuna.
Il Principe riprese a gridare: « Chi osa? Chi osa rivolgersi così al suo signore e padrone? Mostrati insetto, cosicché ti schiacci a terra e tu vada a tenere compagnia a questo ronzino, nel regno dei morti! ».
Fato rispose: « Eccomi a te, signore e padrone di niente! Mi riconosci ora che mi vedi? Tu hai studiato molto, sei molto colto ed intelligente, non è vero? Allora, riesci a riconoscermi? ». Il Principe rimase sbalordito e non sapeva cosa dire cosicché lo gnomo continuò: « Non rispondi? Taci? Signore perché, padrone di chi, di cosa! Non tutto ciò che appare è sostanza, anzi, molto di quello che vedi, che senti, che possiedi è solo apparenza! Prima o poi cessa di essere, si trasforma e prende una nuova forma, un nuovo valore, un nuovo significato. Sei padrone di quello che tu credi di possedere, ma in realtà tu non possiedi un bel niente! Possiedi forse le tue ricchezze? Verrà un giorno in cui qualcuno o qualcosa te le toglierà! Possiedi forse la tua bellezza? Per quanto cercherai di mantenerla intatta, verrà un giorno in cui la tua pelle si riempirà di rughe, i tuoi capelli imbiancheranno, le tue membra decaderanno e tu sarai un vecchio, solo! Possedevi un cavallo che credevi di amare, ma il tuo odio e non il tuo amore ti ha permesso di ucciderlo! e così hai ucciso una parte di te, quella della ragione. Io non ho signori e padroni. Con tutta la tua potenza e la tua ricchezza, non potrai mai essere signore e padrone di alcuno. Forse potrai imprigionare un uomo, torturarlo, assoggettarlo alle tue volontà, ma non sarai mai il suo signore, perché non potrai mai imprigionare il pensiero di un uomo... comunque, è tutto tempo sprecato con quelli come te. Sono certo che appena sparirò per te non sarà cambiato niente. Vuoi la fortuna che posso darti? Cosa puoi darmi in cambio? ».
Il Principe cercò in qualche modo di giustificarsi e nel contempo cercava qualcosa da rinunciare tra le sue tante inutili cose, ma vi era talmente attaccato che non sapeva proprio quale potesse dare allo gnomo: « Beh, scusatemi tanto, in fondo non si sa mai chi si può incontrare per strada. In quanto al mio...mm...beh, sì...in quanto al mio ronz...cioè, quel cavallo. Sì, quel cavallo era sofferente ed io dovevo fare un atto di pietà. Non potevo certo permettere che vivesse con il rimorso di avermi disarcionato, non credete? era così sensibile. E' proprio vero: non tutto ciò che appare è verità. Voi avete giudicato il mio un gesto di crudeltà ed invece era un gesto di pietà. Suvvia, cercate di capire, essere ricchi comporta tanti sacrifici in fondo. Come quello di dover scegliere cosa rinunciare! Sembra facile! Ho talmente tante cose e talmente così poco tempo!...beh, guardate, se voleste un sogno...sì se lo accettereste io vi darei il mio sogno: la donna che fa per me, ma...» non fece in tempo a finire che lo gnomo sparì e come quest'ultimo aveva previsto, il Principe pensò di aver sognato.
Il giovane ricco riprese il cammino, in direzione della fonte dove combinazione, si trovava proprio in quel momento, Pantofolina. Giunto nelle immediate vicinanze, si rivolse alla fanciulla che attingeva l'acqua: « Scansati da lì che ho da bere! Sono assai stanco, io! ». Ma Pantofolina non era certo la persona che si faceva trattare così e ribattè immediatamente: « Scansati che ho da bere! Ma chi credete di essere, con chi credete di parlare, voi? Ma non c'è rispetto alcuno in voi per gli altri esseri umani? » fu la seconda volta per il Principe, che qualcuno lo redarguiva e fu la seconda volta che quel qualcuno lo guardava fisso negli occhi senza sbattere ciglio. « Si,...devi...dovete scansarvi, o meglio...dovete spostarvi da lì. Cioè, se volete farmi la cortesia di spostarvi, vorrei poter bere un po' d'acqua, oggi, credetemi, è stata una dura giornata per me. »
Pantofolina, senza distogliere lo sguardo dallo sconosciuto si spostò e gli fece cenno di avvicinarsi alla fonte.
Il Principe, man mano che si avvicinava, continuava ad osservare la sconosciuta e sentiva il suo cuore battere molto più velocemente, come mai era accaduto fino ad allora. Ma in quello stesso momento si alzò un vento impetuoso che sollevo in aria la giovane e la portò verso sud. Il Principe iniziò a correre dietro alla ragazzina ma, giunto nella immediata prossimità di un dirupo che terminava nel deserto si arrestò e buttandosi in ginocchio, piangente, esclamò: « Ah! Fato, Fato, ti sei preso il mio sogno, ma non sei stato di parola con me...» ma Fato non lo lascio terminare: « Certo che lo sono stato. La tua più grande fortuna è rimanere solo nella vita. Un uomo senza un briciolo di cuore non può pensare di condividere la propria vita con quella di una donna. ».
Intanto, Pantofolina si ritrovò in pieno deserto, all'interno di un vecchio casolare cadente e pensò: « Ora, sono proprio sola. Chissà dove sono e se mai qualcuno mi troverà. Forse dovevo donare queste pantofoline a Fato, forse è per quel motivo che i miei genitori me le donarono...i miei genitori...il loro amore...» così pensando, si tolse le pantofoline, se le portò al cuore e osservò il paesaggio circostante.
Ad un tratto, dalla terrà spuntò un germoglio e poi un altro ancora ed ancora, ancora; una roccia si spaccò ed uscì una sorgente d'acqua inestinguibile; intorno a lei, tutto sembrava riprendere vita e lo stesso casolare non era più diroccato, ma appariva ai suoi occhi meraviglioso. E le sue pantofoline dorate erano divenute scarpine dorate e le sue vesti, vesti regali. Dietro di se, una voce calda e suadente la invitò a voltarsi: « Buona fortuna, Pantofolina! Sono il Principe della Fortuna. Fato mi ha molto parlato di te, della tua bontà, del tuo amore per la vita, della tua riconoscenza, della tua semplicità. Tutto quello che vedi attorno a te è quello che sei tu, dentro di te. Ora riesci a vedere te stessa! In nome dell'amore, il bene supremo, sei stata disposta a rinunciare anche alla fortuna di una vita facile ed apparentemente spensierata. Ed è proprio per questo che io, il Principe della Fortuna, ti sorrido e ti chiedo di sposarmi. ».
Non so se Pantofolina sposò poi il Principe della Fortuna, forse lo può sapere solo ognuno di voi. Di una cosa però sono certo e cioè che non c'è fortuna più grande che quella di sapere amare...

(Vincitore del premio "Il Cardo Viareggio", IV Ed., Sez. C - Favola inedita

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