mercoledì 24 marzo 2010

IL VECCHIO BAMBINO


Il Vecchio bambino
Giunse finalmente l'autunno, e la notte cedette le proprie ore all'alba; ad est, la luce rosata del sole, pareva esplodere nell'oscurità del cielo ed i suoi riflessi sulle alte montagne e sulle poche nubi annunciavano fantasticamente la nascita di un nuovo giorno.
La grande spiaggia, ora, più estesa, appariva sola e desolata; le masse di rifiuti abbandonati, confermavano tristemente la passata presenza dell'uomo su quel tratto di lido marino: cartacce, bottiglie e sacchetti di plastica, lattine consumate e contorte, ricoprivano la vasta distesa di rena, rendendo ancora più triste quel luogo, ora dimenticato.
Alcuni tronchi rimanevano abbandonati dalle mareggiate; il cadenzare delle onde, le piccole e grandi conchiglie sepolte, ma ancora affioranti (un tempo custodivano una vita, sebbene piccola ed insignificante); le gialle piante di cardi marini; il grande cielo, che ad ovest appariva ricoperto di una coltre di nubi vaganti e multicolori; il grigiore quasi completo del mare, che solo all'orizzonte cangiava nell'incontaminato verde, colore di speranza: tutto ciò rendeva così misterioso ed attraente quel paesaggio, apparentemente morente.
Eppure, sarebbe bastato un solo attimo per soffermare lo sguardo sulle erbacce secche e con quello stesso sguardo cogliere l'infinita presenza di microrganismi; piccoli insetti, che contro ogni previsione continuavano a vivere, tra gli altrettanto infiniti granelli di silice e polvere.
Chi avrebbe potuto vivere adesso in quel luogo, quale interesse avrebbe potuto suscitare la curiosità di un uomo? quale sapore, quale stupore, quale fantasia, avrebbe potuto giustificare, in quel preciso momento, la presenza di un comune individuo? eppure...
...da una duna qualcosa sembrava muoversi, spuntare, contemporaneamente al sorgere del sole: era un bambino!
Chissà cosa stesse cercando a quell'ora, in quel luogo e da solo ...forse, solo la sua piccola grande mente avrebbe potuto rispondere ...forse, solo per inventare un nuovo gioco sconosciuto ...chissà...
Il bambino si alzò in piedi sulla "vetta" della sua "montagna" e finalmente, scoprì quello che fino a pochi attimi prima era per lui l'ignoto, l'irraggiungibile; aprì i suoi grandi occhi e da questi uscì quella luce misteriosa, che solo gli occhi di un bambino riescono a diffondere.
Una luce profonda, che scaturisce dalla voglia di sapere, di conoscere, di meravigliarsi del mondo che circonda non solo loro, ma ogni uomo: misteriosamente, solo i bambini riescono a farlo...
Instancabilmente, osservava tutto quel nuovo, misterioso paesaggio; forse, fu proprio la desolazione di quel luogo, a renderlo così fantastico, così diverso; tutto ciò appariva privo di assurdi confini, spaziando da nord a sud, da est ad ovest, tanto da perdervi ogni riferimento; estendersi, fino a giungere all'infinito, luogo ove la statica mente non osa mai arrivare.
Intanto, sulla spiaggia, vicino al mare, continuavano a dimorare vecchi gazebo cadenti, che solo pochi giorni prima ospitavano uomini e donne dalle mille storie diverse e simili.
« Com'è strano: certe cose che usano i grandi, dall'oggi al domani diventano inutili, già vecchie, senza essere neppure cresciute; vengono abbandonate sole a se stesse e si dimentica in un attimo tutto quello che hanno significato », pensò il bambino.
Sotto quelle paglie trovarono rifugio gli innamorati, che, come un destino ormai scolpito nella storia, continuarono a tenersi la mano al chiaror di luna per non sentirsi soli; oppure, i disperati, che gettavano via i loro sogni, le loro speranze, bruciandoli in fiumi di alcool. Sotto quei cannicci posticci ci furono anche i sorrisi dei bambini o i loro primi pianti, per i fiori che non potevano cogliere dal giardino della loro vita. Esistevano i commenti alle note giornalistiche, nuovi pettegolezzi del ventesimo secolo rubati ai borghi paesani e trapiantati nelle maldicenze cittadine; tra quei legni intrecciati, si formavano le storie intrecciate, i nuovi peccati e i nuovi peccatori, i nuovi lapidati ed i nuovi lapidatori ...eppure, tutto sembrava essere passato e tutto sarebbe stato futuro: la solitudine dell'uomo.
Sì, la solitudine. E quel bambino cercava anche lui di vincere quel male oscuro e secolare che accompagnò l'uomo nel suo divenire: dal giardino dell'Eden, sino alla città moderna.
« Possibile che qui non ci sia più nessuno. Dove sono andati tutti quanti?»
Continuava a guardarsi attorno e cercava: cercava di trovare una persona che soddisfasse la sua esigenza di comunicare, di confrontare, di crescere.
Il suo sguardo energico, si soffermò su di un gigantesco tronco che lambiva la battigia, episodicamente bagnato dalle onde. Aveva grandi ramificazioni e da una di quelle, sembrava essere nato un nuovo arbusto, che ben presto sarebbe divenuto albero. Ma quella non era una ramificazione: era un uomo!
Il bambino, incuriosito da quella innaturale amovibilità, che sembrava scomparire, sullo sfondo del mare, tentò pian piano di avvicinarsi; cercò di non arrecare disturbo e raccogliere velocemente le fattezze dello sconosciuto.
Indossava un abbigliamento logoro e vecchio ma, stranamente pulito e composto: un paio di jeans scoloriti, una camicia in seta nera ed un foulard rosso acceso, legato attorno al collo.
« Un pirata, sì, sì, questo qui deve essere un pirata! ...beh, potrebbe anche essere un rivoluzionario, uno di quelli che i grandi sconsigliano di conoscere e che fanno troppo di testa loro e che si ficcano sempre nei guai ...o forse, potrebbe anche essere stato un grande amatore, ora rimasto solo, anche questo dicono i grandi: che con le donne prima o poi ci si rovina ...comunque, a me non sembra pericoloso ».
Si avvicinò un po' di più, tanto da riconoscerne il volto abbronzato ricoperto di rughe e la barba incolta, i capelli grigi e bagnati, tirati all'indietro; teneva la camicia aperta sul davanti e la brezza marina sembrava volergli fare dispetti, facendogli sventolare il colletto, scoprendogli il robusto torace.
« Non so chi sia questo qui, boh, forse l'ha portato il mare ...comunque sia, per me è un uomo ».
Ora il bambino era molto, molto vicino allo sconosciuto.
Eppure egli non si mosse di un solo millimetro, non proferì parola, nessun suono: continuava a fissare l'orizzonte del mare con i suoi occhi chiari e ricolmi di lacrime, dando l'impressione di guardare nel vuoto.
« Ah, non lo capisco proprio un uomo che piange! I grandi lo dicono sempre che gli uomini non devono piangere mai: se no che uomini sono? Già, che uomini sono? Ma chi l'ha detto poi che non si deve piangere mai? E se questo qui ha voglia di piangere perché non dovrebbe farlo? ...tutto sommato, mi fa un po' tristezza, ma mi è simpatico, almeno è sincero ».
Il fanciullo si fece coraggio, si pose di fronte allo sconosciuto e cercando di richiamare la sua attenzione gli chiese:
« Ehi, signore, come ti chiami?» e poi subito pensò: « ...chissà che urlo che mi tira questo qui! »
L'uomo, senza modificare in alcun modo il suo atteggiamento e con voce calda e suadente, quasi distaccata da quella sensazione di dolore che trasmetteva in volto, rispose:
« Chiamami come vuoi. I nomi, sono invenzioni degli uomini: servono per cercarsi e riconoscersi. Io sono uno sconosciuto ora, non mi cerca più nessuno ».
Il bambino allora, cercando in qualche modo di consolarlo riprese:
« Io. Io mi chiamo Peter ... », ma intanto pensava:
« ...ma cosa vuoi che gl'interessi come mi chiamo io a questo qui », proseguendo:
« ... e forse, forse non è poi vero che nessuno ti cerca », sempre più intimorito, pensava:
« ...e già, io lo so che nessuno lo cerca... », ma riprese il necessario coraggio per vincere il timore di parare:
« ...pensa, che io cercavo un uomo con cui parlare: qui non c'è proprio nessuno con cui parlare. Forse, forse è il destino che ci ha fatto incontrare. Posso chiamarti Uomo, signore? ».
L’individuo, pacatamente rispose:
« Uomo. Va bene, chiamami pure Uomo, piccolo uomo » concluse il vecchio.
Il bambino era entusiasta per quella giornata memorabile. Era stato capace di entrare nel misterioso mondo di quello sconosciuto e chissà quante e quali storie questi gli avrebbe potuto raccontare. Si mise a sedere vicino a lui, su quello stesso tronco e subito si rese conto di quanto egli profumasse.
Uomo disse:
« Siedi. Siedi pure Peter! Osserva quanto è grande questa spiaggia, il mare, le montagne, il mondo, la vita! C'è posto per tutti su questa terra, purché ognuno occupi il posto assegnatogli ».
« Senti...» lo interruppe Peter « io sono piccolo e devo imparare tante cose per crescere e diventare vecchio come te. Tu che ormai hai vissuto tanti anni puoi parlarmi dell’esistenza? come mai hai i capelli grigi, la pelle cotta dal sole, le rughe sul viso, la barba lunga? Sai, ho notato una cosa in te: tutto si è trasformato eppure, i tuoi occhi sembrano un po' i miei: sono rimasti un po' come quelli di un bambino. »
Uomo rispose:
« Non è facile risponderti sai. Ci vogliono anni ed anni per capirlo e soprattutto, bisogna imparare ad attendere. La risposta sta nella storia di ognuno di noi. Con il trascorrere degli anni, vedrai che queste risposte verranno da sole. E poi, se potessi spiegarti ora tutte queste cose, non avresti più necessità d'invecchiare, non credi? Ma una cosa credo di potertela spiegare. Ogni uomo, quando nasce ha occhi grandi e chiari: occhi grandi e puri sul mondo. Ma poi c'è sempre chi ti vuole insegnare a crescere, chi ti deve dire quello che devi fare e quello che non devi fare, le regole da rispettare e quelle da non rispettare. Allora i nostri occhi si sforzano di vedere non tutto il mondo, ma solo alcune cose del mondo, quelle che ci interessano di più e soprattutto, che interessano agli altri, che siano viste. I nostri occhi, allora, divengono sempre più piccoli. Poi ci sono le cose che conviene non vedere ed allora i nostri occhi si offuscano e pian piano si spengono. E' così che allora ci sono molti giovani con gli occhi vecchi e pochi vecchi con occhi giovani. »
« Scusa se insisto », riprese Peter « ma cosa vuoi dire con ciò: che non bisogna crescere? eppure a me hanno detto sempre il contrario. »
« Certo », continuò Uomo, « bisogna crescere: è una legge biologica! il nostro corpo si compone di innumerevoli cellule che giorno dopo giorno si riproducono, ci fanno crescere e poi si fermano e ci ritroviamo vecchi: questo è un mistero che ancora la scienza non sa comprendere. Anche io, come te, un giorno sono nato, sono cresciuto, ho fatto innumerevoli esperienze e, in un battibaleno mi sono ritrovato vecchio: tutto questo senza neppure accorgermene. Adesso sono qui, di fronte al mare, circondato da conchiglie e miliardi di granelli di pietre sbriciolate da secoli d'intemperie. Sono qui da solo, o meglio, apparentemente solo. Questa è la fine che fanno quelli come me: rimanere soli, o meglio apparentemente soli. Dentro di me continua a pulsare il mio passato, i sogni irrealizzati, le speranze mai divenute realtà, tutto ciò che non ho mai potuto fare ma che avrei voluto fare, intensamente. C'è tutta la mia vita, la mia storia fatta di segreti e di pensieri mai svelati. Tutto chiuso dentro di me! Per questo sono apparentemente solo. Sono qui che attendo. E' da tanto tempo che attendo. Per tanti anni ho cercato di capire ciò che oggi attendo: la morte!»
Da poco il sole era comparso e le nubi sul mare si stavano addensando, preannunciando quasi l'imminenza di un temporale settembrino. Il mare, infrangendosi sulla scogliera, salutava l’arrivo basso dei gabbiani, mentre andava a depositare nere strisce di lavarone sulla riva, fino ad allora apparentemente vuota.
Il bambino osservava Uomo e pensava:
« Che uomo strano è questo qui. Tutti hanno paura della morte e lui sta qui ad aspettarla. E poi come fa a sapere quando arriva...sarà mica un mago? in fondo è tutto così strano oggi. Effettivamente, tutto appare in un modo ed invece mi accorgo che è tutto diverso da un attimo prima ».
Uomo continuò il suo discorso, interrotto da qualche profondo sospiro, che ritmeggiava col cadenzare delle onde, e quasi a formarne una sinfonia di suoni:
« Attendo la morte, piccolo Peter e osservo nel vuoto, in ciò che apparentemente è vuoto. Eppure, credimi, lei giungerà da lì e prendendomi per mano, finalmente mi porterà via con sé. »
Peter, troppo incuriosito da quelle frasi, dalla serenità con cui venivano espresse, riprese le sue riflessioni e chiese:
« Ma scusa. Tu, non hai timore della morte? »
Uomo, riprendendo il discorso da dove era stato terminato, cercò con calma di rispondere:
« Gli uomini, da che mondo è mondo, senza volerlo, forse, cercano la morte in ogni fatto della vita, in ogni diversa esperienza; senza sapere che essa è là, dove loro credono non possa trovarsi: nel niente. La cercano per dominarla, per sconfiggerla, per usarla: comunque la cercano. Ed in questa impossibile ricerca l'umanità si agita e teme, teme di vedere distrutto tutto ciò che la circonda: è così facendo che l'umanità riesce a rovinarsi l'esistenza. Io, l'aspetto e so che ella giungerà dal vuoto. Se ho paura della morte...certo che ne ho paura! ma credimi, arrivati alla mia età non si teme più la morte che uccide i corpi: si teme soprattutto quella che uccide le menti, i cuori degli uomini; i loro sentimenti, le loro speranze, i loro sogni! Tu non puoi capire quanto è importante sentirsi vivo! riuscire a vedere oltre quell'assurdo orizzonte e credere, credere che c'è una terra più bella ed è per tutti: oltre l'apparente orizzonte! credere che il nostro presente è solo un momento della nostra strana esistenza, ma ci sarà un domani migliore! sognare, oh quanto avrebbe bisogno l'uomo di sognare! distaccarsi, anche se per un solo attimo da questa terra e vedere oltre quello che si riesce appena a vedere. Questo mi terrorizza! Gli uomini invece, temono la morte biologica. E quel timore, quella paura, li accompagna per tutta la vita. Allora cercano di fuggire via da essa in mille maniere, costruendosi intorno vere e proprie trincee di sabbia bagnata che prima o poi, crolleranno arse dal sole. Queste trincee sono le certezze degli uomini, credimi! La paura di morire, si confonde allora con la paura di perdere i nostri piccoli o grandi poteri. La paura di morire ci porta a vedere negli altri il nostro potenziale nemico e pian piano, ci sentiamo minacciati dai nostri simili. Temiamo il potere degli altri, la possibilità che questi ci rubino ciò che ci appartiene, ma che in realtà non è mai appartenuto ad alcuno: e così facendo preludiamo la morte. Sentiamo il bisogno di divenire ricchi, belli, potenti, eroi, forti...credendo di allontanare da noi la morte. E chi non riesce nelle imprese mitizza dentro di se, coloro i quali sono riusciti nell'impresa più assurda dell'esistere: sostituirsi a Dio, al dio della storia o della religione. Intanto, le nostre assurde piccole o grandi lotte di potere, riescono giorno per giorno a toglierci il gusto di vivere: la voce del cuore viene soffocata, quella della mente, trasformata in un bellico meccanismo, le speranze divengono ben presto assurdità ed i sogni...i sogni roba da pazzi, riservati a coloro che dalla vita non otterranno niente. Questo dicono i grandi ai bambini, piccolo mio. Ma non è così! In nome dell'umano potere, viene perduta ogni individualità, ogni singola espressione di pensiero e tutto, tutto si riconduce a regole di condotta dettate dal ceto sociale, dalla religione, dalla razza. E' così che si formano le piccole e le grandi guerre della storia: tutte simili, anche se apparentemente diverse.»
Peter continuò nelle sue domande:
«Ma tu, dimmi. Come mai sei rimasto così solo e triste? Tu che sei capace di non avere timore della morte ma anzi, stai qua ad attenderla, non dovresti invece essere sereno e contento?»
Uomo rispose:
«Anche io sono un uomo come gli altri. un codardo! Per tanti anni ho creduto e professato il mio pensiero ma poi, anche per me è giunto il momento di abbandonare il mio bagaglio: stavo crescendo, sono cresciuto. Come adesso dicono a te allora dicevano a me: devi maturare! Ho imparato a rinunciare a me stesso, a vivere la mia esistenza in funzione di quello che le persone "importanti" volevano da me, si aspettavano da me. Ho goduto dei loro elogi, ho ricercato la loro approvazione in ogni fatto della mia vita...ed un giorno mi sono accorto di far parte anche io dell'assurdo carnevale della vita dell'uomo. Passa il tempo e tu, a seconda delle circostanze ti metti una nuova maschera, indossi un nuovo costume. Tutto questo avviene troppo in fretta e tu ti abitui talmente a tutte quelle maschere, a tutti quei costumi, che prima o poi ti ritrovi a non sapere più se quella che vedi è una maschera o il tuo vero volto. A volte però il peso delle maschere diviene insopportabile e così decidi di gettarle tutte. E' in quel preciso momento che senti il bisogno di osservarti allo specchio della coscienza accorgendoti come il tempo è trascorso, come tu sei invecchiato e tutto ciò che non sei riuscito a vivere, divenuto ben presto irrecuperabile. Anche per me è stato così, piccolo Peter. Ho perso un sogno anche io: il più grande ed importante per me, ma non per gli altri! Ma, se non hai il coraggio di ricominciare ad indossare altri costumi, altre maschere, ti senti ai margini di una società che emargina. Incompreso, incomprensibile e scomodo. Capisci solo allora che è giunto il momento di rimanere solo con te stesso, per ricostruire te stesso. E così ho fatto. Ho ricercato me stesso, quel sogno abbandonato e irrealizzato, e l'ho racchiuso dentro di me, per l'eternità! Di fronte a quanto accade, ti rendi stranamente conto che in fondo non hai vissuto: hai sopravvissuto! Sei andato avanti per non ferire gli altri: quelli che si erano abituati a te, alla tua immagine carnevalesca e che non capivano, non potevano o non volevano capire. Hai sopravvissuto e sopravvivi. Sopravvivi nel mondo e vivi esclusivamente per quello in cui credi e che per un destino crudele o la mancanza di coraggio di affrontare la realtà delle cose, deve rimanere un segreto: il tuo segreto.»
«Un segreto?» si meravigliò Peter.
«Sì» continuò piangendo Uomo «Ogni uomo ne ha almeno uno. I segreti sono le cose che non possono essere svlelate, perchè contrastano con le regole del gioco: regole che hanno costruito secoli di storia, tra anni di sopravvivenza e attimi di vita. Ma il segreto lo tieni dentro di te perchè continui a sperare: a sperare che ci sarà un giorno in cui potrai svelarlo e soprattutto lo potrai realizzare. Il segreto più grande dell'uomo, è l'amore! L'amore che si manifesta negli innumerevoli attini dell'esistenza, in svariate forme: ma che risulta essere fondamentalmente l'esigenza di amare ed essere amati. Eppure, questo segreto così grande, universale, presente nel più insignificante attimo di storia del genere umano, così come in quello più importante, molto spesso rimane racchiuso nel cuore degli uomini ed essi non riescono a svelarlo. E' il segreto che se rivelato, riuscirebbe a cambiare il corso della storia, che inevitabilmente conduce alla fine; ma è anche il segreto delle rinunce e delle umiliazioni».
Peter osservò in silenzio quello sconosciuto: teneva le braccia raccolte al petto e con i pugni serrati, all'altezza del cuore, manifestando estrema sofferenza. Gli chiese:
«Cos'è che stringi nelle mani con tanta forza e tanto dolore?»
Uomo, quasi disteso da quella domanda rispose:
«Stringo le mie speranze, mio piccolo Peter. Tutto ciò che mi ha permesso di andare avanti fino ad oggi. Quello che mi ha aiutato a non temere la morte e quindi, a non morire prima del giorno scritto per me. Tutto ciò per cui credo valga la pena esistere, ma soprattutto vivere! Tutto quello che per anni ed anni ho cercato affannosamente, ma non sono stato capace di raggiungere. Quello che un giorno, per un attimo di umana follia credevo di avere raggiunto ed invece mi è stato tolto definitivamente, caparbiamente. Tutto ciò per cui non sono stato capito. Tutto quello che non ho mai avuto il coraggio di rivelare e solo adesso, ora che solo, attendo la morte che tarda ad arrivare, riuscirò finalmente a manifestare: il mistero della mia esistenza».
In quel momento, Peter guardò verso l'orizzonte e notò come il sole stava scomparendo, dietro l'immensa massa di acqua. Dal mare e nel mare rilucevano i colori del sole, adesso rosso come non mai e Uomo si sdraiò sulla nuda terra da cui un giorno venne alla luce: finalmente sorrise! Come per magia, le rughe dal viso scomparvero, i capelli ripresero vigore ed il corvino di un tempo: la morte arrivò.
Stranamente non indossava il nero mantello e neppure impugnava la grande falce: era una giovane donna, che tratteneva in mano un candido giglio e vestiva di una tunica bianca .
Uomo aprì le mani ed il bambino vi raccolse una piccola gemma di quarzo ed una conchiglia: il segreto di quella esistenza.
Uomo si alzò, prese la mano di lei e pian piano si allontanò discendendo nel mare, ora calmo e limpido: li seguirono due gabbiani in quel loro viaggio, il loro ultimo e definitivo viaggio.
Tornato a casa il bambino corse dai genitori a raccontargli questa storia, ma loro ridendo gli dissero:
«E cresci una buona volta!»
Forse, aveva ragione Uomo. Dovrò aspettare di diventare vecchio per raccontare questa storia ad un bambino ed essere creduto.
Così pensando, strinse il quarzo e la conchiglia nelle sue mani strette al petto e cominciò ad avere dei segreti...
13 marzo 2006


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