domenica 27 febbraio 2011

Chicco di Grano e Chicco di Riso

Se tu viaggi per mare, potresti incontrare una colomba bianca, che trattiene nel becco una margherita...



Si racconta, che molto tempo addietro, in un magico regno, vivessero un re ed una regina molto tristi.

Loro figlio, il loro unico figlio ed erede era piccolissimo di statura: così piccolo che tutti lo chiamavano Chicco di Grano.

Il tempo passava inesorabilmente, ma la statura di Chicco di Grano non aumentava di un solo centimetro.

Quando anche per lui giunse il tempo dell'amore, il piccolo principe pensava a come sarebbe stata sola e triste la sua esistenza: non avrebbe potuto mai trovare la sua compagna di viaggio!

Mentre si trovava assorto, sulla riva del mare, sentì dalle sue spalle giungere una flebile voce; voltandosi, vide di fronte a se una piccolissima damigella: talmente piccola che tutti quelli che la conoscevano, la chiamavano Chicco di Riso.

Anche lei, come Chicco di Grano, pensava fino ad allora di essere sola al mondo.

Da quel giorno, i due giovani si incontravano giornalmente sulla riva del mare e, tenendosi stretti l'un l'altra, osservavano il volo libero dei gabbiani; ascoltando, silenziosi, gli umori del mare; contemplando, estasiati, i meravigliosi colori di luce degli indimenticabili tramonti.

Ma un giorno, un triste giorno, il Re chiamo suo figlio, il suo unico figlio, per informarlo che il Principe del regno prima di congiungersi per sempre alla sua amata, avrebbe dovuto superare una terribile prova di coraggio: la guerra!

Così come avrebbe fatto ogni altro valoroso sovrano.

Chicco di Grano, afflitto dalla notizia e sopraffatto dall'idea di dovere abbandonare la sua futura ed unica compagna, assieme a lei pianse amaramente; le lacrime dei due amanti caddero sulla sabbia asciutta del lido del mare e lì, proprio in quel punto, come per magia, crebbe un enorme roseto con rose rosse come il loro amore e spine acuminate come il loro dolore...

Il valoroso guerriero, si diresse allora verso il luogo della battaglia, voltandosi, di tanto in tanto indietro, per osservare dietro di se, il suo mare, le sue colline, il suo castello, pian piano scomparire e trasformarsi, così, in un lontano ricordo.

Solo l'immagine della sua dolce damigella, rimaneva ancora in lui, viva ed attuale!

I giorni passarono e divennero per lui, sempre più tristi e desolanti.

Doveva combattere la guerra più difficile da affrontare, quella contro le proprie emozioni! la solitudine, l'isolamento, riuscivano a sfinire l'araldo combattente; le lunghe marce verso mete ancora sconosciute, il freddo delle notti all'addiaccio e le lunghe giornate arse dal sole, volevano stremare Chicco di Grano.

Ma egli non cedeva, non poteva cedere! Un'unico pensiero lo riempiva di coraggio: Chicco di Grano.

Ma una sera, l'eroico principe, cadde a terra, esausto; sdraiato a terra, rivolti gli occhi al cielo, osservò ancora una volta la luna, più splendente che mai e versò l'ultima sua lacrima.

Prima di chiudere gli occhi, raccolse, vicino a se una marghrita, l'ultimo fiore rimasto sul campo di battaglia e vista una colomba, le donò quel germoglio, così come avrebbe voluto fare potendola donare alla sua amata.

Chicco di Grano, dopo quel gesto chiuse gli occhi definitivamente!

Dopo molto tempo, con sua grande meraviglia, Chicco di Grano si ritrovò non sul campo di battaglia, ma bensì all'interno di un vecchio castello diroccato, in un'umida, buia e fredda stanza desolata; al centro della stanza, poggiava su di un enorme leggio di legno, imbiancato dalla polvere, un grande libro...

Tutto ciò, fece supporre a Chicco di Grano di essere morto e quindi risorto... ma tutto ciò venne ben presto smentito da quanto accadde successivamente.

Con un certo timore, Chicco di Grano si avvicinò al librone, ne soffiò via la polvere e comprese subito che si trattava del famoso Libro dei Sortilegi e degli Incantesimi!

Chicco di Grano, conosceva bene quanto suo padre avesse dato per avere quel libro; infatti al suo interno era contenuta la formula magica che avrebbe permesso a Chicco di Grano di crescere e divenire così, un uomo.

Il principe ebbe un ussulto di gioia! finalmente tutte le sue pene, tutte le sue angosce sarebbero scomparse, il suo passato sarebbe divenuto solamente un incubo e avrebbe potuto vivere come un uomo tra gli uomini!

Ma la gioia durò per un solo attimo: Chicco di Riso, che fine avrebbe fatto senza di lui?

Ripensò a quanto fosse importante per lui quella creatura, ancora più importante della sua stessa vita.

Con una punta di dolore, carezzò la copertina del libro magico, si voltò e cercò un'uscita per tornare indietro, dalla sua donna.

Ma proprio in quell'istante, la stanza si riempì di luce e di aria nuova ed ogni cosa contenuta al suo interno, sembrava riprendere vita.

Tutta quella luce che per un attimo accecò Chicco di Grano, proveniva dall'ingresso principale del castello, il cui portone, misteriosamente si era aperto e da lì, apparve, di una bellezza infinita Chicco di Riso.

Gli sguardi dei due amanti si incrociarono e, senza rendersi conto di ciò che facevano, si trovarono stretti, l'uno all'altra, mentre la colomba bianca, mantenendo nel becco la loro margherita, tornò verso il mare a ricordare ad ogni amante questa storia.

La bellissima storia che si racconta del sacrificio di un piccolo uomo e di una piccola donna che, amandosi, si ritrovarono per sempre.

Antonio, il povero orfanello

Antonio, era un povero orfanello che girovagava per il mondo, vivendo di misere elemosine e dei pochi avanzi che qualche riccone gettava per strada.
Ma quegli anni erano molto duri! poche le elemosine e ancor meno, avanzi...
Un giorno, mentre il fanciullo percorreva la strada sterrata che costeggiava il paesello, un piccolo cane si lamentava da dietro un cespuglio.
Antonio, colto da compassione si avvicino al bastardello, lo osservò bene e rivolgendoglisi, esclamò:
«Beh, che fai li da solo? forse aspetti il cibo dal cielo? bisogna darsi da fare, altro che lamentarsi!»
Il cagnolino, quasi non curante delle parole del piccolo sconosciuto, strisciando a terra ed osservandolo con i suoi grandi occhioni neri, gli si avvicinò, strusciandolgli il muso su di un piede...
«Ah, ho capito bello mio!» e detto questo, dopo aver estratto dalla saccoccia l'ultimo tozzo di pane che aveva, lo diede al cane. Questi, immediatamente e senza tanti complimenti, divorò quella "manna del cielo" iniziando, iniziando, subito dopo a saltare a cercare il volto del giovincello, così da leccarglielo con segno di gratitudine.
Ma Antonio a malincuore e con decisione esclamò:
«Via! via! non è il caso di fare tante smancerie adesso! riprendi la tua strada e che Dio te la mandi buona! io non ho tempo per te e per i tuoi giochi!»
Il cagnolino, con gli occhioni umidi e la coda tra le gambe, ricurvo su se stesso si allontanò pian piano, quasi in segno di timoroso rispetto; l'orfanello, lasciando piangere il suo piccolo-grande cuore, ma non facendo trapelare in alcun modo il suo dolore, guardava la povera bestia allontanarsi, rimanendo zitto.
Giunto all'imbrunire, all'ingresso del paese, si accovacciò ai piedi di una grande quercia secolare ed osservandola pensava...chissà, quante persone sono passate da qui, quante ne passeranno! ognuna con una propria storia, una storia che mai nessuno conoscerà al mondo, se non questa quercia, che immobile nei secoli riesce a conoscere molto di più delle altre creature...
Così pensando si appisolò, ma, il sonno, durò ben poco.
Infatti, venne risvegliato dall'alitare caldo di qualcuno: era il cagnolino che, sopra di lui lo osservava interessato, nel suo riposare.
Antonio saltò in piedi esultante e piangente e gridò:«Evviva! sei tornato! oh, come sono felice! staremo assieme per sempre e ci aiuteremo a sopravvivere! Amico mio, non ti lascerò mai più! e sai cosa ti dico, siccome tu sei stato per me il mio vero amico, da qui in avanti ti chiamerò così: Amico.»
I due amici, ripresero quindi il loro cammino di vagabondi ma con un motivo in più per vivere: quello di rendersi utili, uno all'altro.
Ben presto impararono a fare acrobazie e per tal motivo, a volte venivano ricompensati da qualche generoso passante.
Un giorno, i due, mentre percorrevano la strada che conduceva alla città, vennero richiamati dall'enorme risata di un omone che si trovava a margine della strada stessa.
Antonio, rispettoso dell'età altrui, con buona educazione esclamò:
«Buon giorno, buon uomo.»
Lo sconosciuto, continuando a ridere, tra una risata e l'altra, rispose:
«Un vagabondo, gentile...ah, ah...buon giorno, buon uomo, questa sì che è bella...ah,ah...e chi ve lo dice che sia buono,...ah,ah...»
«Non capisco proprio perché ridiate di me, signore. Sono così buffo? Siamo così buffi?» lo interruppe Antonio.
«Buffi» replicò l'omone «Buffi?...no, no di certo! Siete...ah, ah, elegantissimi...pensavo che foste della casata reale...ah, ah...»
Ma Antonio, non si lasciò sopraffare dalle parole irrispettose dell'energumeno e continuò:
«Ebbene sì, caro signore!» ed inchinandosi «io sono un principe e questo è il mio nobile amico! Non ho vesti sfarzose, ne gioielli preziosi: tutta la mia ricchezza è contenuta nel mio cuore! E ho ciò che più conta al mondo, un vero amico!»
Ma l'omone, colpito ed indispettito da quella frase incalzò:
«Principe d'animo? Ma vuoi proprio farmi morire dal ridere! Io, allora, ho molti più amici che te piccolo essere insignificante! se tu intendi per amico quel sacco di pulci impaurito che ti gira attorno! Io sono il padrone del Circo!»
Antonio non si arrese:
«Voi non avete amici, ma schiavi! schiavi che, sono costretti a far finta di essere amici, per sopravvivere. Voi, non sapete neppure cosa vuol dire essere amici e...»
Ma il circense, con quanto fiato aveva in corpo gridò:
«Ora basta! con le parole non si campa! io voglio offrirvi di lavorare per me e tutto il resto non conta»
Antonio, senza battere ciglio affermò:
«Accetto, ma sia ben chiaro:Ne io, ne il mio amico siamo o saremo al vostro servizio, ma faremo il nostro lavoro. E lasciatevi dare un consiglio da un bambino. Vedete questo cane: mi obbedisce perché ha fiducia in me ed io in lui. Voi dite di essere padrone: ma siete padrone di niente. Oggi, domani, non sappiamo quando, ma verrà il giorno in cui perderemo tutto! Voi credete di comandare tutto e tutti. Eppure non capite che la persona che più dovrebbe ubbidirvi, riesce a comandarvi? Voi, scusate se ve lo dico, ma siete schiavo di voi stesso!»
L'omone, stranamente non disse niente ed abbassata la testa, si voltò e fece cenno ai due di seguirlo.
...Come sono strani gli uomini. Sembrano possano spaccare il mondo in mille pezzi e poi, a volte, basta una parola e sono loro a sbriciolarsi così come si sbriciola un tozzo di pane secco. In fondo, nel cuore di ogni uomo, anche in quello apparentemente più freddo e cattivo, esiste come un oscuro meccanismo che riesce a farlo diventare buono...Antonio pensava così, mentre seguiva l'omone.
Passò un bel po' di tempo e i due vagabondi divennero ben presto due ottimi artisti: ma l'omone continuava a tacere e raramente si rivolgeva al povero orfanello.
Un giorno, il circo giunse al castello del Re, dove, in pompa magna, il giovane principe si mise ad osservare lo spettacolo.
Quando i due piccoli artisti iniziarono lo spettacolo, il Principe iniziò a ridere e a sfotterli.
L'omone, dopo tanto tacere, prese la parola:
«Eih, voi, avete qualcosa da dire su questi due? Non vi piace forse lo spettacolo? Potete anche andarvene e sarete ripagato...prego.»
Antonio, capì subito che le cose si mettevano male e per questo motivo corse verso l'omone per invitarlo a tacere.
Ma, prima che riuscisse a raggiungerlo, il Principe trafisse a morte il coraggioso uomo con la sua spada.
Questi, si accasciò al suolo, in un lago di sangue ed Antonio piangendo (era la seconda volta che accadeva dopo la morte dei suoi) disse:
«Perché lo avete fatto? potevate tacere, perché questo sacrificio?»
Gli occhioni neri dell'omone si stavano spengendo ma, come per miracolo acquistavano una nuova luce e divenivano più chiari e più grandi. E con quella luce e con l'ultimo spasimo di vita che usciva dal suo corpo, rispose:
«No, è giusto così! E' giusto così, mio piccolo amico!...sai, non l'ho mai detto a nessuno amico, prima di adesso. Tutti per me erano solo ostacoli, persone da schiacciare. Tu e il tuo cane, la vostra stupenda amicizia mi ha fatto capire tante cose. Perché avrei dovuto tacere? Avrei dovuto lasciarlo dire? Sai, a volte nella vita bisogna avere tanto coraggio per essere uomini! Se necessario, bisogna sapere rinunciare anche alla stessa vita! Potrà sembrarti assurdo, Antonio, ma ora che sto per morire sono veramente felice. Finalmente, almeno una volta nella vita, sono riuscito ad essere me stesso! Mi resta ben poco, mio Re. Dimmi ciao, come farebbe un amico, te ne prego, nessuno me l'ha mai detto!»
Antonio sorridendo disse:
«Certo che ti dico ciao, o mio Principe! Ma non temere, tu non morirai mai. Rimarrai sempre nel ricordo dei giusti, nel cuore di coloro che hanno capito cos'è questa strana vita. Una lotta: una lotta nella quale più lottiamo per vincere e più perdiamo la possibilità di divenire veri uomini; più ci caliamo in essa, ci rassegnamo al nostro destino, ai nostri errori, alle nostre debolezze, tanto più diverremo veri uomini. Hai vinto, Amico!»
Il figlio del re riprese a ridere...
«Anche quest'uomo un tempo si mise a ridere», Antonio, con una lacrima che scendeva sul viso parlava al principe «ora sono felice, perché ha imparato a...a sorridere...guardate bene quel sorriso! quel sorriso non lo toglierà mai nessuno, nemmeno la vostra inutile spada!»
Racconterò a tutti questa storia, la storia di un miracolo: un animale che sul punto di morire diventò un uomo! così pensò Antonio, mentre con gli altri animali del circo riprese a girovagare per il mondo, facendoseli tutti amici.

domenica 13 febbraio 2011

La danza della libertà

La sua arte, era quella di creare un pathos, tra lei ed il suo numeroso pubblico, sempre più incuriosito.
Ogni spettacolo era nuovo, rispetto a quello precedente e tra i due, si stabiliva ogni volta un nuovo contatto: una nuova passione, travolgente, quasi misticheggiante...
Rievocava, insomma, la sua terra di origine: quella lontana e misteriosa India da dove un tempo fu rapita.
Anche quella sera il pubblico era numeroso ed impaziente; in attesa di uno spettacolo che non conosceva termine, se non quello di vedere culminare in un lieto epilogo, una danza così intrisa di mistero. La dolce melodia orientale invase la platea ed i fumi d’incenso avvolsero le anime degli spettatori, sino a coinvolgerli in quel quadro indiano che costituiva lo spettacolo e nel quale gli stessi spettatori si ritrovavano attori.
Un grido unanime irruppe nell’armonia e lei, in tutta quella sua bellezza e fierezza, si prostrò dinanzi a quel pubblico attonito. Non disdegnava a mostrarsi, a muoversi sinuosa, di fronte al suo fedele, ma timoroso pubblico; era solo vittima di un inganno: quello di essere ancora là, nella sua terra indiana.
Invece era tutto così artefatto e chissà se anche lei, dopo così tanto tempo, iniziava a prenderne coscienza; chissà che cosa balenava nella sua mente violata, domata, rapita...
Continuava a muoversi, ad ancheggiare al ritmo di quella musica onirica ed i suoi grandi occhi sembravano stranamente freddi, distaccati, così poco “umani”. Ma tutti continuavano ad osservarla, a desiderarla, in quella sua nudità naturale, coperta dalla sola pelliccia.
Continuava a girare a cerchio, su se stessa e quindi si lasciava cadere sul selciato, come una piuma al vento; si mostrava in ogni sua parte, senza alcun ritegno, ma con estrema naturalezza.
Anche il gioco delle luci dei riflettori, contribuiva a stabilire un nuovo e diverso contatto tra lei ed il suo pubblico.
Sì! Il suo pubblico.
Tutte quelle persone erano lì per lei, solo per lei.
Erano lì, perché ammaliati dalla sua bellezza; da quel suo trasmettere irrequietezza, timore, eccitazione... per tutto ciò che sarebbe potuto accadere, di lì a poco.
Ma poi, come per incanto le luci e le musiche si spensero e con queste, calò il silenzio nell’arena.
Un breve attimo e poi, di nuovo un riflettore si accese, in tutta la sua potenza - così come un lampo a ciel sereno - in un angolo oscuro dove apparve, in tutta la sua procacità, il suo diletto compagno di vita. Esaltava la sua fierezza, la sua forza, la sua imbattibilità, con un sorriso aperto; si atteggiava a divo inconfutabile, allargando e facendo vibrare le sue possenti braccia. Per finire poi con un inchino, come un principe d’altri tempi al suo Re: il suo pubblico... ma quello non era il suo pubblico.
Un altro riflettore illuminò finalmente l’altro lato e le persone si esaltarono di nuovo: scrosciò un applauso, pieno, generale, incitante...
Lui la invitò a raggiungerlo, mentre nell’aria si librava, in crescendo, uno stupendo Bolero.
Lei non indugiò e, come sempre, si avvicinò a lui e al suo fiero sorriso. Continuava a fissarlo, a non perderlo di vista un solo attimo ed in quel suo altero ancheggiare, sembrava volare sull’arena, alzarsi al cielo stellato, ora nascosto da un vecchio e logoro tendone.
Tutti erano come ipnotizzati da quella asiatica bellezza; continuavano a seguirla, a non perdere un solo passo, un solo movimento di lei.
Furono molto vicini e per un attimo - per un solo attimo - il volto del gladiatore circense s’irrigidì e tutto il suo corpo sembrò di ghiaccio.
Proprio in quello stesso istante il Bolero incalzava ed il pubblico esterefatto ed impaurito gridava al cielo.
Lei sola non perse la calma, continuando la sua danza....
Ad ogni abbraccio, il corpo di lui veniva proiettato in aria per poi ricadere su di lei; i due corpi s’inarcavano e si contorcevano in spasmi di gioia e di dolore; ad ogni suo bacio, i possenti muscoli del domatore di tigri venivano smembrati e dilaniati, da un amore che adesso, si era trasformato in odio.
E fu così, che davanti agli occhi di tutti, crebbe e si consolidò la paura!
Il corpo di lui, rimase esangue sull’arena, in attesa dell'inutile giungere dei barellieri.
Il corpo di lei, venne invece raccolto dal personale del circo.
Tutta la sua bellezza rimase intatta, così come un tempo la natura gliela donò e quei suoi grandi occhi aperti, tornarono finalmente ad essere, occhi felini.
Solo un forellino era presente sul capo.
Da quel forellino “uscì” per sempre la vita e si spense quella fierezza e quella bellezza della Tigre del Bengala.
Una sola colpa aveva avuto: quella di invocare il suo diritto ad essere e rimanere libera.

lunedì 7 febbraio 2011

LA FANCIULLA DEL LAGO

LA FANCIULLA DEL LAGO

Il piccolo viale sterrato, conduceva al castello diroccato, ormai da tutti, dimenticato.
In effetti, solo chi conosceva quel luogo poteva avere l'opportunità di riconoscere, tra la folta vegetazione, le parti di muro scoperto. Andrea, si sentiva in un certo senso isolato, ma protetto dal mondo, nel percorrere il viale alberato. Camminando, osservava il fiancheggiare del vecchio muro che, qua e là, mostrava i danni provocati dal passare del tempo. Più sotto, quasi irriconoscibile, scorreva velocemente un rigagnolo d'acqua; eppure, alle orecchie dell'attento esploratore non poteva sfuggire l'impercettibile rumore del suo scorrere: chissà dove conduceva o donde veniva quel flusso d'acque scroscianti...
E così, Andrea continuava a passeggiare scalciando di tanto in tanto i sassi di troppo, rimasti sul sentiero; tutto quanto era avvolto da un misterioso silenzio e solo il frinire delle fronde degli alberi ed il cinguettio degli uccelli riusciva ad infrangere quell'assenza di comuni rumori: tutto ciò contribuiva a rendere ancora più magica quella parte di mondo. Mentre gustava l'insospettato sapore del silenzio, venne distratto dall'insolito rumore strisciante di un serpente; sinuosamente ed in bella vista, questi si avvicinava all'ignaro esploratore. Il suo corpo aveva il colore della terra e gli occhi, il rosso colore del fuoco; ma tutto ciò non riusciva minimamente a spaventare Andrea. Anzi, in tutto questo egli continuava a trovare qualcosa di stupefacente.
Soffermandosi sulla testa del rettile, notò come questa appariva aggraziata e dotata di una piccola bocca, munita di labbra sottili.
La serpe raggiunse l'uomo, immobile, in mezzo al vialetto e quindi vi si avvolse attorno a spirale, sino a giungerne al capo.
Andrea aveva l'impressione di sognare e per questo non poteva credere alle sue orecchie, quando senti proprio quel serpente parlargli:
«Ciao» sibilò il serpente «non temere, non voglio ucciderti. Sono secoli che striscio su questa terra e, credimi, la terra è così fredda e sola: sola come la morte! è per questo che io non voglio ucciderti. Una volta morto saresti anche tu freddo come la terra ed io sarei di nuovo sola. Io amo gli esseri umani. Voi siete così caldi ed io non mi sento più sola. Ma tu, dimmi, da dove vieni e perché, ora sei qui? ».
Andrea, tentò di rispondere:
«Io?... sono qui... perché... beh, ma sono qui per cercare di starmene un po' da solo... a... a riflettere. Sì, a riflettere! »
«A riflettere?» lo interruppe la serpe «cosa, significa... riflettere?»
« Riflettere, significa prestare la massima attenzione a quello che ti è capitato e poi tirare delle conclusioni. »
« Ma io, non ho mai riflettuto! Io, ho sempre vissuto senza riflettere: ho vissuto e basta. Che bisogno c'è di riflettere? E' già così duro, difficile, vivere!»
« Ma è necessario riflettere, per evitare di fare i medesimi errori domani... »
« Domani... ma cos'è il domani? Per me esiste solo il presente. »
« Domani, è ciò che accadrà e che non è ancora accaduto. »
« Allora, fammi capire: io dovrei vivere e pensare a quello che mi è successo ieri per poi viverlo domani? »
« Sì, in un certo senso è così. In fondo, si cresce riflettendo e chi non è capace di riflettere non può neppure crescere. Non è possibile costruire il futuro della nostra esistenza, se non abbiamo la capacità di rivisitare con obiettività il nostro passato; questo per modificare gli errori commessi e non commetterne altri. »
« La serpe allentò la presa e lentamente, si lasciò cadere sul selciato per poi sussurrare un'ultima volta:
« Il futuro? il futuro... ah, com'è fredda la terra, questa mattina. Sto riflettendo... penso che domani qualcuno potrebbe spaventarsi per la mia presenza e schiacciarmi la testa ».
Detto questo si allontanò, strisciando tra le numerose sterpaglie e cercando di mimetizzarvisi.
Andrea, riprese il suo cammino mentre il sole stava per sorgere da dietro la collina, ove si ergeva il castello; brividi di freddo gli scossero i pensieri già scossi dalla precedente esperienza. Anche lui tornò a riflettere sul suo passato; sulla sua voglia di cambiare tutto. In fondo, altre volte aveva riflettuto su ciò che era stato della sua vita ed ogni volta, giungeva alla medesima conclusione: ogni volta aveva sbagliato tutto. Era ormai convinto che per quante vite avesse potuto vivere, ogni precedente vita sarebbe stata comunque sbagliata e solo quella successiva, quella giusta.
Proseguì sul suo cammino fintanto che notò l'ombra di un uccello che girava repentinamente attorno alla sua sagoma e si faceva sempre più grande. Istintivamente piegò il braccio destro sopra il suo capo - quasi a difendersi da un improvviso attacco - e subito lo sentì afferrato dai rostri di un falco; vistosamente spaventato si tirò indietro ed inciampando in un sasso, cadde a terra. Si ritrovò in pochi attimi completamente disteso e con le gambe in aria tanto da provare ironia su se stesso e timore per ciò che gli poteva capitare.
Ma l'accaduto lo prese per un solo attimo.
Si ritrovò due piccoli occhi neri che fissavano i suoi; ebbe l'impressione di vedervi dentro la proiezione della storia del mondo, di leggervi la conoscenza profonda dei misteri dell'esistenza, l'immenso tesoro della saggezza. Sentì gracchiare:
« Chi sei? Quale coraggio ti ha permesso di tornare tra queste rovine? Come hai fatto a salvarti dalla distruzione del mondo? »
Andrea, interrogativo, rispose:
« Coraggio...e perché dovrei avere coraggio? Quale distruzione? »
« Agli uomini è stato precluso raggiungere questi luoghi; sono luoghi, nascosti e freddi; imperscrutabili e riservati. In questi luoghi è nascosta la lunga storia dell'esistenza dell'uomo; dal momento in cui venne guidato dall'istinto e completò le sue prime scoperte, sino al giorno in cui costruì castelli arroccati per riservarsi una parte di mondo e di potere; il potere per conquistare altre parti di mondo... ma anche dei castelli più imponenti non è rimasta che polvere e morti. »
« Io, sono qui a riflettere. E ti posso dire che il mondo non è solo qui. Gli uomini non erano solo quelli che abitavano questo castello. Ci sono milioni di uomini vivi, oltre le mura di questo castello. »
« Io, ho smesso di riflettere. Riflettere mi faceva soffrire. Ho visto gli uomini stringere patti ed alleanze perenni e poi, gli stessi uomini uccidersi a vicenda per diventare più potenti. Ho riflettuto e credo che questo, è vero, è solo una parte del mondo: ma in fondo, è, il mondo. Nell'intero pianeta gli uomini continueranno a stringere patti ed alleanze e poi torneranno ad uccidersi. E quando si muore, tutto diventa freddo e desolato e non esiste più la storia. Non voglio più riflettere: riflettere mi fa star male. »
E detto ciò, gli occhi dell'uccello tornarono ad essere gli occhi di un uccello comune.
Un falco che si alzò nuovamente in volo, sino a diventare piccolo piccolo e scomparire tra le nubi.
Cosa sta accadendo? - pensò Andrea - Sono venuto sino qui per fare una passeggiata, per starmene un po' da solo a riflettere ed ogni mia riflessione viene messa in crisi.
Mentre così pensava, la sua attenzione venne richiamata dal rumore proveniente da un cespuglio; si avvicinò e notò, nascosto tra i rovi, un piccolo coniglio tremante.
Alla vista di lui, il coniglio iniziò a dibattersi e a gridare:
« Aiuto! aiuto! vai via! cosa vuoi da me! »
Andrea cercò in ogni modo di riportarlo alla calma ma, quanto più si dava da fare a fargli capire che aveva solo buone intenzioni, tanto più il povero animale si dibatteva e gridava. Andrea, sebbene non fosse nel suo carattere, energicamente infilò il suo braccio tra i rovi ferendosi ed acciuffando il coniglio per le lunghe orecchie; con la stessa energia ma con molta più determinazione, si portò il muso della lepre contro il suo: erano talmente vicini che Andrea riusciva a malapena a mettere a fuoco il muso dell'animale selvatico.
« Sentimi bene », gli disse a denti stretti, « adesso ti devi calmare ed ascoltarmi un po'; con i tuoi versi mi hai quasi assordito. Io sono qui a passeggiare e non ho alcuna intenzione di farti del male: chiaro! Sono venuto qui per starmene tranquillo ed invece tra te, il falco, il serpente,... »
La lepre riprese a gridare:
« Ahhh, anche tu sei come loro! Vuoi uccidermi! sei suo amico! parlavi con loro! »
« Ma ti vuoi calmare! io non sono amico di nessuno! ma chi vi conosce, tutti quanti siete. »
« Non sei suo amico? » riprese più calma « ma allora perché ci stavi parlando ».
« Questo cosa significa? Il fatto che io mi sia fermato a parlare con loro, non vuole mica dire che io sono suo amico. Ad esempio, il fatto che io sia qui a perdere tempo con una "testa vuota" come te, non vuol mica dire che sono un tuo amico: anzi, tutt'altro! »
Il coniglio iniziò a singhiozzare:
« Ah, non ho amici io! non posso avere amici io! Ho paura di tutto e di tutti e non mi sopporta nessuno... »
« Ma dai, non fare così. Facevo per dire. Suvvia, smetti di piangere, non sta bene piangere. Non è segno di maturità mettersi a piangere... »
« Maturità... cosa vuoi dire? »
« Uffà, oggi è la giornata delle spiegazioni. Maturità. Allora, piccolo coniglio... » e così dicendo, osservò con tenerezza il piccolo batuffolo bianco, appena tremante, che lo stava osservando « ...quando un essere vivente nasce, non è altro che un piccolo esserino indifeso. Non sa niente della vita, del mondo, di quello che può accadergli. E poi, poi pian piano inizia a capire che lui non è solo al mondo; che attorno a se ci sono tanti altri essere viventi; che alcuni non sono sempre buoni ed altri non sono sempre cattivi. Non può decidere per se stesso, fino a quando raggiunge la maturità. Allora egli può finalmente vivere da solo, essere indipendente, coraggioso; affrontare i problemi di ogni giorno e risolverli tutti. E... »
« Ma sì, lo so, la storia la conosco e... non mi piace proprio. Ma quello che non capisco è questa... maturità... perché non si può piangere? »
« Oh, ma allora non capisci. Essere maturi vuol dire essere finalmente uomini ed un uomo, non deve piangere mai! »
« Non deve piangere mai! e perché? »
« Ma perché... beh, perché è... sì è la regola, ci insegnano così. »
Il coniglio abbassò il muso fino a terra ed una lacrima gli scese dagli occhi:
« Essere maturi...non poter piangere; come sono triste, com'è fredda questa terra oggi. »
Il coniglio si voltò pian piano e con aria sconsolata tornò nel suo cespuglio e salutò il viandante:
« Io rimango qui. Non voglio raggiungere la maturità. »
Andrea, osservò l'animale che si allontanava e si sentì triste.
Pensò che a quanti esseri aveva incontrato, tante delusioni aveva dato. Ma ben presto questo pensiero lo lasciò ed egli riprese il cammino.
Il sole adesso era molto più in alto, le nebbie mattutine si stavano diradando e davanti a lui il paesaggio circostante appariva sempre più nitido. Si potevano osservare, più a nord le cime innevate dei ghiacciai perenni e a sud le colline che apparivano sempre più basse, sino a pianeggiare ed a confondersi col mare; davanti a se, il piccolo sentiero continuava a districarsi tra piccoli castagneti e faggete, per poi riapparire, completamente esposto al sole, sino a nascondersi dietro la collina.
Mentre Andrea continuava ad osservare tutto il paesaggio circostante, venne richiamato da una vocina appena percettibile:
« Ei tu. Sì sì, proprio tu. Stai un po' attento dove metti i piedi. A momenti distruggevi la mia casa ma, soprattutto me, che ci vivo dentro. »
Abbassò lo sguardo e notò una piccola chiocciola che lentamente, attraversava il sentiero. Si scusò immediatamente:
« Oh, scusatemi tanto signora chiocciola. »
« Signora chiocciola! Mai una volta che qualcuno mi osservi più da vicino e si accora che me sono un signor chiocciola o, chiocciolo... fai un po' tu. »
« Ma, scusatemi di nuovo, ma anche se vi osservassi da molto vicino, non credo proprio come farei a capire che... siete un signor chiocciolo. »
« Bah! scuse! queste sono solamente stupide scuse! Tutti uguali voi uomini! Vi limitate ad osservare l'apparenza, senza addentrarvi troppo nella sostanza delle cose. Qualcuno ha detto che me sono una chiocciola ed allora me sono una chiocciola: io invece sono un chiocciolo, va bene!...come fareste a capire? basterebbe seguire il mio ragionamento. Io, quando parlo di me, dico sempre: me! Una chiocciola direbbe invece: io »
« Ma scusatemi tanto se insisto, ma non è che tutti i giorni io incontri una chiocciola, ehm, un chiocciolo, volevo dire. Eppoi, tanto meno che questo chiocciolo si metta pure a parlare... »
Il chiocciolo inizio a tremare di rabbia:
« Ma certo che noi parliamo! » tentò di gridare, sebbene la sua voce arrivò con l'intensità di uno squittio di topo « siete voi che non ascoltate i linguaggi della natura. Voi che fate tanto rumore: il problema vero è in questi termini. In ogni caso sono ben stufo di parlare con voi e vi saluto »
Andrea, non replicò. Si limitò a pensare che tutto quanto stava accadendo era così strano, così fantastico; ma in fondo, così importante.
Dopo un breve tragitto, gli si presentò davanti la terrificante scena di un lupo che divorava un piccolo agnellino. Non fece in tempo a gridare qualcosa che il lupo si era divorato già la preda; appena accortosi della presenza di lui, gli si parò dinnanzi, digrignando i denti:
« E allora, eroe, cosa volevi fare? Volevi forse tu la mia preda? Volevi mangiartelo questa sera a cena, con i tuoi amici? »
Andrea non sapeva ne cosa fare, ne cosa dire e tentò così di abbozzare una risposta:
« Io... io non volevo nessuna preda... io volevo soltanto... spaventarti per... »
« spaventarmi! Uah, ah, ah, mi fai proprio ridere. Ci vuole ben altro per spaventarmi, che un codardo uomo come te: puah. »
L'orgoglio di Andrea venne duramente ferito dalle parole del lupo.
Replicò:
« Non sono affatto codardo! Sono spaventato e dispiaciuto. La mia coscienza non mi permetterebbe di uccidere così sadicamente un essere vivente per poi divorarlo come hai fatto tu»
« La coscienza! la tua coscienza! e cosa sarebbe, questa...coscienza?»
« Non so dirti veramente cosa essa sia. C'è chi dice che è la voce di Dio, chi dice che sono i timori che non siamo riusciti a vincere da bambini, altri ancora, l'educazione che abbiamo avuto...»
Ed il lupo, calmatosi e sedutosi incalzò:
« Ma tu, dimmi. Per te cos'è questa, coscienza. »
« Io credo che la coscienza sia quella forza che sta dentro ogni uomo e lo rende capace di decidere sulle proprie azioni »
« E perché, ci sarebbe bisogno di decidere sulle proprie azioni. Io avevo fame e se non avessi mangiato sarei morto di fame. Probabilmente, mentre mi domandavo se quello che stavo per fare era giusto o sbagliato, l'agnellino sarebbe fuggito via: non sarebbe stato certo a pensare alle mie riflessioni. »
« Probabilmente... ma probabilmente questo è giusto per voi animali. Ma non lo è per noi uomini. E' in fondo la nostra coscienza che ci ha permesso di elevarci alla nostra condizione e a liberarci dall'istinto animale. Anche noi dobbiamo vivere cacciando e questo è normale. Ma se questo non è necessario, se cacciamo solo per il gusto di uccidere, succede allora che la nostra coscienza ci dice che non è giusto farlo. »
« Ma tu pensaci un attimo, pensa se io dovessi pensare a tutto questo. Ah, non mi va proprio questa, coscienza. Quasi quasi, ero lì per mangiarti ed ora, pensandoci bene mi domando se questo sia giusto; ma mi domando anche perché questo non dovrebbe essere giusto. Tu e la tua, coscienza! Non so più quello che devo fare, come lo devo fare,... »
E così dicendo, il lupo si allontanò con la coda tra le gambe brontolando sotto voce.
Andrea, mentre osservava il lupo allontanarsi sconsolato, pensò:
« Povero lupo. In fondo lui era tranquillo prima di incontrare me. In fondo lui agiva per istinto e secondo le proprie naturali necessità: che cosa faceva di male? Se penso a quanti uomini non ascoltano la propria coscienza, nè tanto meno il proprio istinto... Che giornataccia! ».
Il giovane esploratore giunse sull'estremità del colle, proprio nel momento in cui il sole aveva raggiunto il punto più alto del proprio percorso.
« Uff, che caldo! », esclamò.
« Che caldo, che caldo! » gracchiò una rana « quanto ti lamenti! »
« E tu chi sei? »
« Sono una rana » rispose la rana spalancando la bocca.
« Ehi, non sta bene per una gentile signorina come te, aprire in quel modo la bocca »
« Non stà bene? » gracchiò la rana saltando sulla spalla di lui. E poi proseguendo smaniosa e incuriosita « oh, mi spiace proprio, non credevo di offenderti e... sai,... nessuno... mi ha mai detto... » velocemente « gentile signorina! »
« E perchè no! »
« Perchè non lo sono » proseguì sconsolata « sei tu che sei gentile. So bene quali sono i miei limiti, ma non conosco i miei pregi. Osserva i miei occhiolini: io piango sempre. La prima cosa che faccio al mattino, è specchiarmi nello stagno: spero sempre in un miracolo! Ma sono sempre la stessa. Poi osservo la pelle del mio corpo e la trovo così orrenda. A volte, sento gli uccellini cantare e vorrei fare anche io come loro: ma riesco solo a gracidare e tutti fuggono via. Cerco di passeggiare come una gru ma, per quanto possa impegnarmi, so solo spiccare dei salti. E tutti quanti, quando mi vedono o mi fuggono o mi divorano: o ridono di me! Non è triste tutto ciò? »
« Non devi fare così. Anche tu senz'altro hai dei pregi: ognuno di noi ne ha. Purtroppo, è più il tempo che passiamo a riflettere sui difetti che ci vedono gli altri, piuttosto che sui pregi che realmente abbiamo e che gli altri, molto spesso, temono di riconoscerci. »
La rana fece un gran salto e tornò nello stagno continuando a saltare a destra e a sinistra, gracidando a più non posso: era finalmente felice di essere se stessa!
Andrea, dopo quel breve incontro si era un po' rincuorato... dopo tutto era stato utile a qualcuno.
Riprese ad osservare il paesaggio circostante che, ora, oltre la collina, appariva molto più vasto.
Riportando lo sguardo sulla pianura, notò un enorme lago al centro del quale si ergeva un enorme castello. Andrea continuava a domandarsi come l'esistenza di un castello come quello, non potesse interessare la curiosità degli uomini. Ma mentre pensava a tutto ciò, quasi istintivamente tornò a volgere lo sguardo, dietro di se e, con gran meraviglia notò che tutto si era trasformato e tutto era scomparso, di quanto aveva già visto.
« Cosa stà accadendo? » pensò ad alta voce « sto forse sognando? »
« Sognando? » esclamò una volpe sdraiata ai margini del viottolo « dimmi un po'? cosa stai facendo? »
« Mi sto ponendo una semplice domanda e niente più. Mi stò domandando se quanto sta accadendo sia effettivamente la realtà »
« Effettivamente... la... realtà...? » sussurrò la volpe, e poi decisa « ma certo! e ci mancherebbe altro! Cosa può esserci di diverso dalla realtà? »
« I sogni, appunto. »
« Ma questi sogni, sono cose da mangiare, forse? oppure da divertircisi? oppure...»
« Oppure, oppure. I sogni sono sogni! Sono ciò che non accade, ma vorresti che accadesse; sono il tuo mondo ideale, sono le cose fatte di tutte le cose che non succedono mai. »
« Interessante... e questi sogni chi li ha »
« I sogni sono solo di chi sogna. I sogni sono così personali, che nessuno può capire quelli di un altro. »
« Interessante... allora, anche io li potrei avere e... magari,... ma solo per pura ipotesi... potrei rivenderli e...»
« Non li puoi avere, non li puoi vendere: puoi solo sognarli! Ma per farlo, devi avere la capacità di distaccarti un po' dalla realtà. Devi avere la capacità di vedere oltre il limite della collina...».
« Ma come fai a vedere oltre il limite della collina? eppoi con quale scopo? non è sufficiente la parte di mondo che possiamo osservare?»
« Io chiudo gli occhi, a volte, la notte. Ed al buio, io vedo molte più cose di quelle che vedo normalmente. Sogno. Io vedo i bambini; tanti bambini che corrono su enormi prati verdi e fanno enormi girotondo attorno al mondo. Bambini di tutte le razze, che sorridono, felici di esistere. Sogno. Vedo gli uomini che fanno un'enorme montagna, accumulando tutte le armi del mondo e dandole alle fiamme. Sogno. Vedo tutte le ricchezze venire trasportate via dal vento e gli uomini, finalmente poveri, abbracciarsi in segno di solidarietà e riprendersi ad amare. Sogno. E quando sogno, io sono felice. La parte del mondo che noi vediamo, è veramente poco: solo sognando possiamo osservare tutto il resto del mondo.»
« Beh, credo proprio che deve essere bello sognare... speriamo che oggi, la notte cali presto...»
Andrea, salutò anche la volpe e riprese il suo viaggio. Giunto nei pressi di un roseto, ebbe l'impressione di sentire qualcuno piangere. Si concentrò su quel gemito e si accorse che questo intenso lamento proveniva proprio dal centro del roseto.
« Ma chi è che sta piangendo?»
Dal centro del roseto, all'unisono una coralità di voci rispose:
« Siamo noi, le rose!»
« E perché, se mi è lecito domandarlo, state piangendo. Siete così belle, bagnate dalla rugiada del mattino.»
« Non rugiada, caro ragazzo; lacrime, lacrime di dolore. La nostra bellezza dura per poco tempo. A volte troppo poco tempo per essere notata. Eppoi, il tempo ruba i nostri rosei petali gettandoli a terra, per appassire. Ci vediamo spogliare dei nostri colori più belli, prima ancora di poterli mostrare a chi possa apprezzarli. Le nostre spine feriscono chi ci avvicina. Provochiamo dolore, ferite e per ottenere un nostro stelo, chi ci ama e vuole portarci con lui deve ferirsi...»
« Ma il valore della bellezza... il valore della bellezza, non è nella imperturbabilità del tempo. Il valore della bellezza è nella bellezza stessa. La bellezza, è molto spesso la prerogativa di ciò che piace e ci colpisce in un attimo della nostra esistenza: tutto il resto è ricordo! Quando io vi ho viste, ho esultato dentro di me e vi ho sentito belle! Quell'immagine, rimarrà fissa nella mia memoria e la vostra bellezza si calerà per sempre nei miei ricordi; così come il vostro profumo. Non conterà niente, se voi, tutte assieme, sarete con me, oltre la collina. Quando non mi vedrete più, rimarrà in me il vostro ricordo e questo farà la storia. Io racconterò di voi, io sarò la vostra storia, io vi porterò ai confini del mondo!»
La rugiada pian piano scomparve e così pure i lamenti e l'intero roseto, aiutato dal vento, sembrò inchinarsi davanti al giovane. Andrea continuò:
« Il tempo, non ruba niente a nessuno. E' necessario che ci distacchiamo da tante nostre sicurezze per crescere e nel momento in cui ciò accade, siamo cresciuti. Una volta che tutto ciò che era certezza viene messo in discussione, una volta che riusciamo a sconfiggere il senso di sconfitta che ne deriva, noi diveniamo più forti. Semplicemente, ci trasformiamo; perdiamo alcune parti di noi e ne acquisiamo altre: a volte invisibili, ma non per questo meno belle delle altre. Amare, comporta sacrificio. Senza sacrificio, non c'è amore. C'è divertimento, spensieratezza, gaiezza, ma non amore. Solo il senso del sacrificio, la lotta contro gli altri e noi stessi, il ferirsi con le inevitabili spine che circondano chi amiamo, può permetterci di dimostrare il nostro amore. Ed è proprio l'amore il sale della nostra vita. E' nel ricordo di quanto abbiamo sacrificato della nostra vita per poter assaporare il gusto di una scoperta, di un profumo, che possiamo gustare la bellezza di questa vita! E' in quel ritrovarvi nella nostra piccola, ma grande stanza; in quell'avervi cercato negli angoli del mondo; in quell'avervi scelto tra miliardi di fiori; in quell'avervi reciso, dalla vostra naturale esistenza che sta la vostra naturale bellezza.»
« Allora siamo veramente così importanti?» chiesero le rose.
« Se lo siete?! voi non potete neppure immaginare l'importanza di essere belle, veramente belle!»
Davanti a quella frase, la terrà tremò e dal centro del lago di alzò un'onda anomala che si estese sino a raggiungere la terra circostante; il sole, sembrava roteare su se stesso ed avvicinarsi repentinamente alla terra; il vento sconquassò ogni cosa, sradicando piante e facendo fuggire via animali.
Andrea, venne preso dal panico e si gettò a terra, nel tentativo di non essere ucciso da quel finimondo: ebbe l'impressione, la viva impressione che fosse giunto per lui il momento di lasciare per sempre la terra. Ebbe il tempo di gridare - senza sapere a chi - aiuto; in quel momento, tutto misteriosamente tacque. Scese l'oscurità della notte, la notte più oscura. Andrea sentì librarsi da quel silenzio tombale, un canto melodioso accordato a suoni onirici...
...la vita è così breve,
poco è il tempo per sentire
sogna amore, sogna
lascia che ciò che vedi, non esista più
lasciati vedere un mondo che sia solo il tuo
lasciati consolare dal mio cuore
lasciati prendere
dall'amore...
Andrea si alzò in piedi e tornata l'alba sul lago, notò al centro di quest'ultimo, una giovane fanciulla che camminava sulle acque, nella sua direzione.
La fanciulla, con la mano destra lo invitava ad andarle incontro ed egli, senza esitare mosse i primi passi. Raggiunse la riva del lago e quindi entrò nell'acqua; sentì l'acqua salire lungo le gambe e quindi raggiungergli il capo.
Eppure egli continuò a camminare, sino a morire sommerso dalle acque melmose.
Anche la fanciulla a quel punto, smise di camminare, lasciandosi sommergere e raggiungendo il corpo del giovane disteso sul fondo del lago. Una volta raggiuntolo, gli si distese al suo fianco e quindi, tenendolo per mano, si lasciarono trasportare in superficie dalle correnti.
Una volta raggiunta la superficie, i due esseri viventi aprirono gli occhi e si ritrovarono a vivere nei loro sogni.
Entrambi, avevano lottato contro le inevitabili lotte dell'esistere.
La fanciulla aveva da sempre atteso l'arrivo del giovane ed il giovane, aveva da sempre atteso di raggiungere la fanciulla; in tutta quell'attesa erano riusciti a superare le principali prove della vita ed avevano raggiunto i loro scopo: amarsi.

domenica 6 febbraio 2011

AMORE

Sofferentia, si chinò sulla terra ad osservare i sentimenti degli uomini e scoprì come la futilità aveva corrotto i loro cuori; ogni loro azione, ogni loro volontà tendeva a perseguire un unico fine: la glorificazione, il prestigio, il potere.
Gli uomini si erano dati e continuavano a darsi un gran da fare per inventare regole, norme di condotta, che potessero sottomettere simili a consimili; ogni razza, popolo o nazione, aveva propri doveri morali, spesso contrastanti tra di loro, ma ogni singolo individuo faceva di tutto per rispettarli ed ancor di più, per far credere agli altri, che egli, più degli altri, li sapeva rispettare.
E così ogni popolo erigeva vessilli e bandiere, esprimeva inni e proclami, dichiarandosi migliore rispetto agli altri popoli.
Così scoppiava la guerra.
Il sangue iniziò a macchiare la terra e gli uomini si nutrivano di quel sangue per fare al tre guerre, per mietere nuove vittime, senza rispetto alcuno: foss'anche un bambino senza colpa od un vecchio che atten deva dignitosamente la sua ora.
I popoli in pace giudicavano i popoli in guerra ed intanto, grazie a quelle guerre ed alle loro regole, diventavano sem pre più potenti, contribuendo a rendere l'esistenza un inno al massacro.
Ed in quegli stessi popoli, altre guerre si generavano; guerre invisibili, guerre latenti; nascoste dal silenzio, dal timore della verità, della conoscenza, delle regole trasgredite...
Sofferentia fece calare un torpore su tutte le genti e tutti caddero in un sonno profondo; solo un uomo ed una donna, appartenenti a due diversi popoli in guerra tra di loro, colpirono l'essere divino.
Dormivano entrambi con gli occhi aperti e rivolti verso il cielo, con un sorriso impercettibile sulle labbra ed una smorfia di dolore sul taglio degli occhi; sebbene così distanti ed appartenenti a nazioni così diverse, apparivano agli occhi del dio della sofferenza, così simili.
Sofferentia si rivolse a Fatum e gli chiese:
«Dimmi, puoi tu leggere dentro il cuore di quegli esseri e rivelarmi cosa vi è scritto?»
«Certo che posso», rispose Fatum e riprese «Nei loro cuori è segnata una strada ed è un'unica strada, nei loro cuori c'è un appuntamento ed è un unico appuntamento, nei loro cuori c'è un sorriso ed è un unico sorriso, nei loro cuori vi è una lacrima ed è un'unica lacrima...»
«Vuoi tu forse dirmi che loro destino era incontrarsi e poi sorridere del loro sorriso e piangere del loro pianto? que sto era?» domandò Sofferentia.
«Questo era!» rispose Fatum «ma tu hai fermato il tempo ed interrotto il loro amore!»
«Questo non sarà mai! Sta scritto nei libri divini, che nessun dio avrà mai la facoltà di distruggere l'amore che go verna il mondo! Il mio incantesimo sia rotto e tornino essi a vegliare sugli altri uomini corrotti!»
In quello stesso momento il fragore di un tuono, risvegliò l'uomo e la donna dal loro sonno senza che capissero cosa fosse accaduto.
Si guardarono attorno ed osservarono come tutto fosse perfettamente immobile e che non esisteva modo alcuno per comunicare con gli altri esseri umani.
All'unisono il giovane e la giovane, sebbene non si trovassero nel medesimo luogo, ma anzi, molto, molto distanti, gridarono con gli occhi rivolti al cielo:
«Ah, cos'è mai questo, cos'è accaduto? Perché tutto tace, tutto è silenzio? A chi racconteremo chi siamo, a chi mani festeremo la nostra gioia, a chi rassegneremo il nostro dolore? Parlate dei del creato!»
Sofferentia rispose:
«Il vostro dolore è grande e pesa sul mio cuore. Ma gli uomini hanno rifiutato il dolore che forgia l'esistenza e ne fa corazza della vita; hanno preferito godere sfrenatamente delle loro passioni e dei loro piaceri nel silenzio e nel nascondi mento; hanno rifiutato il valore della verità in cambio della tranquillità della menzogna; hanno svenduto la loro libertà e con il ricavato vi hanno comperato, sperperando, il compromesso; hanno dipinto le mura ammuffite delle loro case con colori vivi e sgargianti; hanno profumato i loro corpi ammalati con profumi inebrianti; hanno costretto i loro cuori nel silenzio dei loro sentimenti. Non hanno lottato per vivere degnamente la loro esistenza, ma hanno combattuto, ucciden dosi, per seguire le regole che si sono imposti. Questo hanno fatto gli uomini e questo meritano: vivere, pur non vivendo, dormire! eternamente dormire!»
I due giovani supplicarono nuovamente con stesse parole:
«Ma di me, cosa sarà di me? ora son solo? e il mio dolore è così grande!»
Fatum, s'intromise tra i due e sentenziò:
«Tu non sei solo! Nel tuo cuore è segnata una strada ed è un'unica strada, nel tuo cuore c'è un appuntamento ed è un unico appuntamento, nel tuo cuore c'è un sorriso ed è un unico sorriso, nel tuo cuore vi è una lacrima ed è un'unica la crima. Non sei solo su codesta terra, anche se così appare! Ci sarà un giorno in cui il tuo cuore riprenderà a battere, ci sarà un giorno in cui i tuoi occhi torneranno a brillare, ci sarà un giorno in cui tornerai a sognare e ci sarà anche un grande dolore! il più grande dolore!»
«Oh, non può esistere più grande di questo, non può esistere!» gridarono i due all'unisono, ma non ebbero più rispo sta.
Intanto, il giovane e la giovane cercavano di capire il significato di quelle frasi, il significato di quanto era accaduto e continuava ad accadere, ma non riuscivano a darsi risposta.
Una notte di luna piena, il ragazzo raggiunse la vetta del monte Sàpius ed osservò il resto del mondo sotto i suoi piedi; tutto era avvolto dall'argentea luminosità lunare; le abitazioni inabitate, le piante e gli animali inanimati, gli uomini immobili nelle posizioni in cui l'incantesimo li aveva trovati; anche il mare, nella sua vastità era perfettamente fermo...
Ma ad un tratto, proprio nel mare qualcosa sembrava muoversi; la superficie marina sembrava essersi arricchita di un impercettibile movimento.
Il ragazzo si sforzò di guardare meglio cosa stesse accadendo e vide un corpo, che a fatica, si trascinava sulla riva.
Il giovane non perse tempo, ridiscese la montagna, fino ad arrivare alla pianura e quindi, riprendendo a correre, giun se stremato sulla battima, dove, poco prima qualcosa o qualcuno vi era giunto.
Infatti, distesa di fianco sulla riva del mare e completamente nuda, vi era una donna, una bellissima donna!
Subrìsus, così si chiamava il giovane, cercò in qualche modo di prestare la prima assistenza e di dialogare con lei, ma lei, svenne tra le sue braccia.
Si risvegliò il mattino seguente, avvolta dal rumore quasi dimenticato della risacca; era distesa su di un'amaca e ve niva dondolata da una leggera brezza marina; indossava un camice bianco di cotone, perfettamente ordinato.
Si guardò attorno e vide, come il sole stranamente desse nuova vita e nuovo colore alle cose che la circondavano; il colore delle colline e delle alte montagne, più ad est, sembrava avere riassunto i pastelli di un tempo; la pianura era tornata finalmente a farsi vedere in tutta la sua estensione, priva di foschie e nebbie; il mare aveva ripreso a muoversi ritmicamente nella sua rilassante eterna danza.
Mentre guardava e tornava ad ammirare tutto ciò come un tempo, Subrìsus, si fece coraggio e prese la parola:
«Ehm...io sono Subrìsus...e beh...sa com'è...io ieri sera...»
Il giovane si trovava alle spalle della fanciulla e quest'ultima, affatto spaventata dalla presenza dello sconosciuto si voltò e lo fisso negli occhi; i due continuarono ad osservare la profondità di un linguaggio fino ad allora mai conosciuto, quello dello sguardo; continuavano a muovere impercettibilmente i muscoli facciali e a parlarsi nel silenzio più profondo.
Da quegli sguardi i due si conobbero profondamente e sentirono in loro crescere il loro amore che da sempre li aveva fatti cercare ed ora li aveva fatti finalmente trovare.
La giovane donna sussurrò:
«Io sono Dàkryma, e vivevo dall'altra parte dell'oceano. Anche a me è accaduto quello che forse è accaduto a te. Pro babilmente siamo rimasti gli unici essere viventi su questa terra, non credi?»
«Credo di sì» rispose Subrìsus «eppure, eppure ci dovrà pur essere un modo perché tutto torni come prima, non credi? In fondo, sarebbe assurdo che noi soli al mondo potessimo vivere! Per chi, per che cosa, solo per noi?»
Dàkryma riprese:
«Chiediamolo a loro, agli dei, in fondo sono loro che hanno fatto tutto questo»
Detto fatto, i due, tenendosi per mano e rivolgendo gli occhi al cielo esclamarono:
«Dei del cielo e della terra, del bene e del male, della vita e della morte, rispondeteci: rimarremo sempre soli, qui su questa terra?»
Fatum rispose:
«Incombe sul vostro futuro un gran dolore, come già vi dissi. Ora siete felici! La vostra metà del cuore, si è completa ta della metà del cuore dell'altro, le vostre strade sono divenute l'unica strada, il vostro appuntamento è divenuto un unico appuntamento, il vostro sorriso è divenuto l'unico sorriso, la vostra lacrima l'unica lacrima: ora vi amate! Ma questo perché le regole della vita e della morte, le regole che gli uomini hanno inventato dormono ora con loro! Ora voi non avete regole da tenere, risposte da dare, promesse da rispettare: avete solo da vivere secondo ciò che sentite dal vo stro cuore. Ma se gli uomini torneranno a vegliare, se gli uomini torneranno a voler governare altri uomini senza ascol tare il mutare dei sentimenti e torneranno a lasciarsi governare dal loro assurdo orgoglio, per voi non ci sarà speranza alcuna! Non è forse il tuo popolo, Subrìsus, il ferreo nemico del popolo che sta al di la dell'oceano e non è forse Dàkryma il tuo popolo, il popolo che vive al di la dell'oceano. Se gli uomini torneranno a vegliare, voi certo perirete, in nome delle regole.»
Subrìsus e Dàkryma si strinsero forte la mano e si guardarono negli occhi, ormai pieni di pianto di dolore ed esclama rono:
«Ora è veramente il nostro cuore carico di dolore! Su di noi pesa il destino degli uomini, su di noi pesa il nostro de stino! La libertà di loro, sarà forse la nostra fine? La nostra libertà, sarà forse la loro fine? Non sarà forse tutto ciò soffe renza? Varrà, vivere col peso di non avere fatto vivere loro? O varrà il contrario, forse, perdere le nostre vite, per lasciar vivere le loro che non ascoltano i loro cuori? Quale il senso di tutto ciò?»
Sofferentia, prese la parola:
«Il senso di ogni scelta della vita è il protendimento! E' andare avanti in direzione di ciò che è nuovo rispetto a quello che è già nuovo. Ma in questo crescere, in questo divenire, muoversi senza mai fermarsi, è onnipresente la lotta tra il bene ed il male: non guerra, lotta! Il bene vuole portare verità, il male menzogna; il bene vuole portare luce, il male l'oscurità; il bene non segue regole; il male le inventa; il bene si fa conoscere, il male dice di se stesso che non esiste; il bene costruisce il futuro sulla storia, il male distrugge la storia col futuro; il bene è franco, il male è codardo; il bene si veste per coprirsi, il male si copre per abbellirsi; il bene governa per servire, il male serve per governare; il bene muore per far vivere, il male uccide per vivere; il bene è nel silenzio, il male è nel rumore; il bene ha gli occhi stanchi ma un sorriso per tutti, il male ha gli occhi pieni di vigore ma toglie il sorriso a tutti; il bene accetta la vita, il male la rifiuta; il be ne fa gioire i bambini, il male fa godere gli adulti; il bene usa una carezza per difendersi da uno schiaffo, il male da uno schiaffo perché non s'impari ad accarezzare. C'è lotta tra bene è male, perché il bene è mite ma forte; non c'è guerra tra male e bene, perché il male è prepotente ma debole. Nella lotta si ferisce solo chi combatte, nella guerra muore sempre il più innocente; nella lotta si sferrano le armi della giustizia, nella guerra quelle dell'intelligenza; nella lotta si costruisce la storia sulle idee, nella guerra si ha orrore della storia per il numero dei cadaveri; nella lotta ci si guarda negli occhi, nella guerra si prende la mira tra gli occhi; nella lotta ci sarà un vincitore che si aspetterà di perdere domani, nella guerra ci saranno solo dei perdenti: i morti! Allora voi dovrete lottare, non fare la guerra! Se voi sacrificaste la vostra vita per quella di loro, combattereste una guerra da perdenti e nessuno capirebbe il vostro sacrificio. Se voi non permetteste a loro di tornare a vivere in funzione della vostra vita, combattereste una guerra da perdenti perché nessuno conoscerebbe il vostro amore e quindi non lo capirebbe. Non vi rimane che lottare! Accettare di sacrificare la vostra esistenza, di dare un senso alla vostra vita: il protendimento! Dovrete tendere sempre alla vostra realizzazione di esseri viventi liberi! Ogni giorno, ogni attimo della vostra esistenza, dovrà rinnovare il precedente! Ogni parola sarà una nuova parola, ogni sorriso un nuovo sorriso, ogni lacrima una nuova lacrima! Dovrete lottare! Lottare per essere forti, ma non i più forti; lottare per non soccombere sotto il peso dei giudizi, delle accuse degli altri. Lottare perché nessuno possa scoraggiare il vostro cre scere. Lottare perché avete tutto il diritto di guardare il sole che nasce, senza che alcuno vi dica come guardarlo; lottare perché possiate trasmettervi il valore dei vostri pensieri, la forza dei vostri sentimenti, senza che alcuno possa censurare ciò che dite o sentite. Lottare per amarvi, questo solo conterà: lottare!»
Subrìsus e Dàkryma con un sorriso bagnato da una lacrima, esclamarono al cielo:
«Oh, Sofferentia, abbiamo adesso compreso il senso di questa nostra esistenza! Lottare! Lotteremo con tutte le no stre forze, come potremo e per quanto potremo! E' in fondo la vita la stadera dell'esistenza! E' in fondo il dolore il peso dell'amore! Se questo dolore che vogliamo rifiutare, non fosse presente, quale sarebbe la certezza del nostro amore?»
Sofferentia tornò a sorridere ed a sperare.
Ritirò l'antico torpore e ridestò gli uomini.
Gli uomini tornarono ad inventare nuove regole e nuove guerre, tra il bene ed il male la lotta continuò imperterrita e i due giovani, Subrisus e Dàkryma, continuarono ad amarsi, anche da oltre l'oceano e la storia del loro amore, toccò il cuore di ogni essere umano: ad ogni uomo e ad ogni donna ora tocca il compito di tracciarne il seguito, con una lotta od una guerra!

martedì 1 febbraio 2011

La forma è sostanza...

...e questo la dovrebbe dire lunga su quanto accade oggi, ma era già prevedibile ieri.



Risultava già interessante un pezzo della Roberta De Monticelli (https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjaJfTEf0_dXIhmvh9hyphenhyphenM-dNEadZyzPOBXawa23z9H4WT_UHFDIyJBphbfursUqyft4a5z4Pl9ikVimehjUc7ZgtrHpnEMrII1ZEXvlXHwIlKDiq_X4Pjgt7QH8xSqgLv_BdpYhJOzSG-E/s1600-h/deMonticelli2.JPG) nella quale l'autorevole filosofa esordiva, dicendo, che la sostanza che prevale sulla forma, "...è, in linea concettuale, ammettere che sia legittima qualsiasi azione che sembri buona a chi ne ha la forza. Ad esempio, fare la marcia su Roma..."

Ora, riflettendo sugli episodi di oggi, faccio davvero fatica a capire chi continua ad accettare certi comportamenti del Sig. Silvio Berlusconi, nel momento in cui questi incarna la figura e la funzione di Presidente del Consiglio dei Ministri che, secondo la nostra Costituzione dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile, mantenendo l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri (art. 95 Cost.). In sostanza, egli è un po' il padre putativo della Res-publica, in quanto è a lui che il Padre della famiglia repubblicana - il nostro Presidente - affida la gestione della "cosa-pubblica" (art. 92 Cost.).

Dunque, il Capo del Governo, pur nell'esercizio di un mandato politico coerente con un programma di governo, desiderato ed approvato dal popolo sovrano, esprime la volontà del popolo italiano ed in certo qual modo, ne mostra anche quella che dovrebbe essere la faccia migliore o, quanto meno, più condivisa.

E allora mi domando e domando - ma vorrei che mi rispondesse sul punto l'odierno elettore del PDL - come può un cittadino italiano, comunque la pensi, sentirsi rappresentato da chi ha deciso e continua a fare cose sull'unico presupposto che ne ha la forza per farlo?

Non mi riferisco, evidentemente, ai più recenti fatti di cronaca, che niente hanno a che fare con i fatti della politica, in quanto già gravi di per sé e comunque soggetti al vaglio della Magistratura: questa, diversamente da quanto si vuol far credere, non agisce per innescare una guerra tra poteri (semmai la subisce), ma nel rispetto della Costituzione, giacché nel nostro ordinamento costituzionale l'esercizio dell'azione penale è (ancora e spero resti) obbligatoria (art. 112 Cost.); piuttosto, proprio per la funzione pubblica ricoperta dal "Primo Ministro" e dunque giustamente esposta al giudizio del popolo-sovrano, sarebbe stato molto più semplice astenersi da certi comportamenti o da certe frequentazioni, per evitare di rimanere invischiato in certe squallide situazioni personali. Ma queste sono, ovviamente, scelte personali, che ci espongono, come popolo.

Ora, c'è un grave rischio che riguarda tutti e cioè che ci abituiamo a quanto accade; che si supera ogni scandalo, sempre più grave, abbassando il livello di guardia, esponendo il nostro Paese e quindi la Res-Publica, la Cosa-Pubblica, a diventare la cosa privata e a trasformare il popolo-sovrano tenuto a controllare il popolo-suddito controllato.

C'è un gravissimo problema che si identifica con l'incapacità di indignarsi, di scandalizzarsi, di provare orrore per certi episodi che feriscono gravemente le istituzioni democratiche ed il concetto di Unità Nazionale. Addirittura, lo strumento mediatico trasforma questo senso di orrore, proponendo di osservare il tutto da una prospettiva diversa da quella istituzionale (http://www.giornalettismo.com/archives/110674/marina-berlusconi-roberto-saviano/).

Con pacatezza, ma determinazione, Michele Santoro prova a fornire una chiave di lettura o, per meglio dire, esprime un sommesso grido di dolore e di allarme, per un subdolo modo di legare le mani a chi è tenuto a fornire al popolo-sovrano le informazioni per decidere "sua sponte" e non anche per obluminargli la mente, secondo un modello da lapsus froidiano evidente nello stesso titolo di uno dei programmi più in auge, quale il "Grande Fratello": quindi, decidendo chi deve essere controllato, per chi lo deve controllare e dunque, controllandolo (http://www.youtube.com/watch?v=VTl03m_BIqg).

Mi domando, quindi, come nessuno del PDL si sia mai posto il problema di certi comportamenti del loro più autorevole rappresentante, tanto e talmente rappresentante di quel popolo, da averlo fagocitato nella sua stessa identità elettorale, dando vita a quel sistema, peraltro scopiazzato dagli altri leader di partito, dimostrando nei fatti, questi ultimi, della relativa incapacità di presentare un'alternativa democratica di governo, relativamente al cui modello odierno, Enrico Berlinguer non solo si rigira nella tomba, ma sono certo vorrebbe uscirne per riportare un briciolo di dignità nella politica di tutto l'arco parlamentare (http://www.youtube.com/watch?v=2uxmPbPSCK4).

La forma è sostanza.

Questo è il punto.

Ed allora, sarebbe già stato sufficiente osservare certi comportamenti e domandarsi come mai, nel panorama internazionale, nessun altro capo del governo si è mai spinto ad assumere atteggiamenti giocherelloni, in virtù del suo modo di essere troppo se stesso e così poco rappresentante del proprio popolo, tutto il popolo italiano.

Ci sarebbe da domandarsi per quale motivo chi avrebbe dovuto rappresentare il popolo italiano, aveva la necessità di costruirsi un look inconsueto, tanto da sorprendere lo stesso capo ministro inglese (http://www.youtube.com/watch?v=_dFg6vIMV40), preoccupato di essere ripreso dalla stampa in simile imbarazzante compagnia. Sicuramente, lo stile anglosassone, mal si addice al temperamento latino che caratterizza il nostro Primo Ministro, ma certamente si dovrebbero salvare almeno le forme, evitando di ridicolizzare la nostra rappresentatività con quello che resta comunque il simbolo di una forte dinastia monarchica (http://www.youtube.com/watch?v=8SI8m3iBcqs&playnext=1&list=PL4D3380E0F225CC44).

Forse, più fredda e pragmatica è la Merkel, ma ci sarebbe comunque da domandarsi se è poi così necessario umiliare un capo di Stato per una telefonata personale (http://www.youtube.com/watch?v=ZaEw_9ph6BU). Ma forse questo è legato ad un disagio profondo, tanto da potersi permettere di offendere in modo aspro un rappresentante del Parlamento Europeo, coinvolgendo, ancora l'Italia ed imbarazzando, evidentemente, gli stessi "compagni di merende" (http://www.youtube.com/watch?v=IyeUl3zEJtU&feature=related).

Assenza di galanterie e di buone maniere che vengono meno, in ragione dello sfrenato bisogno di essere il protagonista (http://www.youtube.com/watch?v=0pzljN-R57g&feature=related).

Peraltro, talvolta, vi sono alcune reminescenze sulle galanterie che vanno usate verso i Capi di Stato e quindi, forse per un lapsus, scambiando Gheddafi per il Papa, si prodiga ad un bacia mano molto riverente (http://www.youtube.com/watch?v=XH4Xx3t2uUM). E verso di lui ogni Capo di Stato che lo conosce bene, sa offrirgli quanto di meglio questi possa apprezzare. Così che Lula gli offre ben volentieri una serata rilassante con sei ballerine di lap dance (http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/berlusconi-brasile-ballerine-453160/).

Insomma, credo che sarebbe un nostro diritto pretendere che ci rappresenta, rispetti almeno le forme (http://www.youtube.com/watch?v=lkebeLps1bY&playnext=1&list=PL86FA2E32C23D01B2) e non imponga la sostanza.

Diceva la De Monticelli, che per il solo fatto di poter far delle cose, non necessariamente si debbono fare...a maggior ragione, chi svolge pubbliche funzioni.

Così non sembra strano che una moglie che non ne può più, che conosce a fondo il marito, se non altro per il regime di convivenza (o forse connvienza?) matrimoniale manda a carte quarantotto un matrimonio: forse perché indignata come donna, ma anche come cittadina e, perché no, forse in quest'ultimo ruolo, persino preoccupata per la sorte del Paese in mano ad una persona che giudica ammalata (http://www.youtube.com/watch?v=1OrTWbHO0RE): si invoca il diritto alla dignità.

Di persona e di persone...perché non ci domandiamo abbastanza spesso dove sta finendo la nostra dignità di popolo? (http://www.youtube.com/watch?v=9XCKq8bdIoU).

Ebbene, i più recenti fatti di cronaca, segnano solo l'epilogo di un comportamento privo di forme ed imposto dalla sostanza, in ragione dell'unica circostanza che chi esercita queste azioni è convinto di poterlo fare e lo può fare.

Diceva Oscar Luigi Scalfaro che durante la sua presidenza, l'allora Primo Ministro gli chiese se poteva inserire nel suo governo il suo avvocato, giacché la legge non lo vietava. Ed il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, Padre della Costituzione gli rispose: "Non è necessario che la legge lo vieti".

Insomma, ci sono cose che non è necessario siano vietate dalla legge per non essere fatte e sicuramente, il mancato esercizio della forma, degenera anche la sostanza delle cose stesse.

L'artista non realizzerà mai la sostanza della propria opera, se non secondo un processo di forma, che limita lo spostamento della mano e quindi della pennellata.

Nell'arte della politica, chi ama il proprio Paese assume un comportamento che nella forma, è amore e rispetto per il proiprio Paese, rinunciando a se stesso ed a quei limiti umani che il ruolo pubblico e la reale capacità di esercitare una pubblica funzione, impone.

Per questo vorrei che qualcuno del PDL mi chiarisse sino a quando certi comportamenti saranno da ritenere, comunque tollerabili e, soprattutto, per quale motivo: cioè dove sta quella "ragion di Stato" che talvolta ha giustificato anche crimini orrendi.