domenica 27 febbraio 2011

Antonio, il povero orfanello

Antonio, era un povero orfanello che girovagava per il mondo, vivendo di misere elemosine e dei pochi avanzi che qualche riccone gettava per strada.
Ma quegli anni erano molto duri! poche le elemosine e ancor meno, avanzi...
Un giorno, mentre il fanciullo percorreva la strada sterrata che costeggiava il paesello, un piccolo cane si lamentava da dietro un cespuglio.
Antonio, colto da compassione si avvicino al bastardello, lo osservò bene e rivolgendoglisi, esclamò:
«Beh, che fai li da solo? forse aspetti il cibo dal cielo? bisogna darsi da fare, altro che lamentarsi!»
Il cagnolino, quasi non curante delle parole del piccolo sconosciuto, strisciando a terra ed osservandolo con i suoi grandi occhioni neri, gli si avvicinò, strusciandolgli il muso su di un piede...
«Ah, ho capito bello mio!» e detto questo, dopo aver estratto dalla saccoccia l'ultimo tozzo di pane che aveva, lo diede al cane. Questi, immediatamente e senza tanti complimenti, divorò quella "manna del cielo" iniziando, iniziando, subito dopo a saltare a cercare il volto del giovincello, così da leccarglielo con segno di gratitudine.
Ma Antonio a malincuore e con decisione esclamò:
«Via! via! non è il caso di fare tante smancerie adesso! riprendi la tua strada e che Dio te la mandi buona! io non ho tempo per te e per i tuoi giochi!»
Il cagnolino, con gli occhioni umidi e la coda tra le gambe, ricurvo su se stesso si allontanò pian piano, quasi in segno di timoroso rispetto; l'orfanello, lasciando piangere il suo piccolo-grande cuore, ma non facendo trapelare in alcun modo il suo dolore, guardava la povera bestia allontanarsi, rimanendo zitto.
Giunto all'imbrunire, all'ingresso del paese, si accovacciò ai piedi di una grande quercia secolare ed osservandola pensava...chissà, quante persone sono passate da qui, quante ne passeranno! ognuna con una propria storia, una storia che mai nessuno conoscerà al mondo, se non questa quercia, che immobile nei secoli riesce a conoscere molto di più delle altre creature...
Così pensando si appisolò, ma, il sonno, durò ben poco.
Infatti, venne risvegliato dall'alitare caldo di qualcuno: era il cagnolino che, sopra di lui lo osservava interessato, nel suo riposare.
Antonio saltò in piedi esultante e piangente e gridò:«Evviva! sei tornato! oh, come sono felice! staremo assieme per sempre e ci aiuteremo a sopravvivere! Amico mio, non ti lascerò mai più! e sai cosa ti dico, siccome tu sei stato per me il mio vero amico, da qui in avanti ti chiamerò così: Amico.»
I due amici, ripresero quindi il loro cammino di vagabondi ma con un motivo in più per vivere: quello di rendersi utili, uno all'altro.
Ben presto impararono a fare acrobazie e per tal motivo, a volte venivano ricompensati da qualche generoso passante.
Un giorno, i due, mentre percorrevano la strada che conduceva alla città, vennero richiamati dall'enorme risata di un omone che si trovava a margine della strada stessa.
Antonio, rispettoso dell'età altrui, con buona educazione esclamò:
«Buon giorno, buon uomo.»
Lo sconosciuto, continuando a ridere, tra una risata e l'altra, rispose:
«Un vagabondo, gentile...ah, ah...buon giorno, buon uomo, questa sì che è bella...ah,ah...e chi ve lo dice che sia buono,...ah,ah...»
«Non capisco proprio perché ridiate di me, signore. Sono così buffo? Siamo così buffi?» lo interruppe Antonio.
«Buffi» replicò l'omone «Buffi?...no, no di certo! Siete...ah, ah, elegantissimi...pensavo che foste della casata reale...ah, ah...»
Ma Antonio, non si lasciò sopraffare dalle parole irrispettose dell'energumeno e continuò:
«Ebbene sì, caro signore!» ed inchinandosi «io sono un principe e questo è il mio nobile amico! Non ho vesti sfarzose, ne gioielli preziosi: tutta la mia ricchezza è contenuta nel mio cuore! E ho ciò che più conta al mondo, un vero amico!»
Ma l'omone, colpito ed indispettito da quella frase incalzò:
«Principe d'animo? Ma vuoi proprio farmi morire dal ridere! Io, allora, ho molti più amici che te piccolo essere insignificante! se tu intendi per amico quel sacco di pulci impaurito che ti gira attorno! Io sono il padrone del Circo!»
Antonio non si arrese:
«Voi non avete amici, ma schiavi! schiavi che, sono costretti a far finta di essere amici, per sopravvivere. Voi, non sapete neppure cosa vuol dire essere amici e...»
Ma il circense, con quanto fiato aveva in corpo gridò:
«Ora basta! con le parole non si campa! io voglio offrirvi di lavorare per me e tutto il resto non conta»
Antonio, senza battere ciglio affermò:
«Accetto, ma sia ben chiaro:Ne io, ne il mio amico siamo o saremo al vostro servizio, ma faremo il nostro lavoro. E lasciatevi dare un consiglio da un bambino. Vedete questo cane: mi obbedisce perché ha fiducia in me ed io in lui. Voi dite di essere padrone: ma siete padrone di niente. Oggi, domani, non sappiamo quando, ma verrà il giorno in cui perderemo tutto! Voi credete di comandare tutto e tutti. Eppure non capite che la persona che più dovrebbe ubbidirvi, riesce a comandarvi? Voi, scusate se ve lo dico, ma siete schiavo di voi stesso!»
L'omone, stranamente non disse niente ed abbassata la testa, si voltò e fece cenno ai due di seguirlo.
...Come sono strani gli uomini. Sembrano possano spaccare il mondo in mille pezzi e poi, a volte, basta una parola e sono loro a sbriciolarsi così come si sbriciola un tozzo di pane secco. In fondo, nel cuore di ogni uomo, anche in quello apparentemente più freddo e cattivo, esiste come un oscuro meccanismo che riesce a farlo diventare buono...Antonio pensava così, mentre seguiva l'omone.
Passò un bel po' di tempo e i due vagabondi divennero ben presto due ottimi artisti: ma l'omone continuava a tacere e raramente si rivolgeva al povero orfanello.
Un giorno, il circo giunse al castello del Re, dove, in pompa magna, il giovane principe si mise ad osservare lo spettacolo.
Quando i due piccoli artisti iniziarono lo spettacolo, il Principe iniziò a ridere e a sfotterli.
L'omone, dopo tanto tacere, prese la parola:
«Eih, voi, avete qualcosa da dire su questi due? Non vi piace forse lo spettacolo? Potete anche andarvene e sarete ripagato...prego.»
Antonio, capì subito che le cose si mettevano male e per questo motivo corse verso l'omone per invitarlo a tacere.
Ma, prima che riuscisse a raggiungerlo, il Principe trafisse a morte il coraggioso uomo con la sua spada.
Questi, si accasciò al suolo, in un lago di sangue ed Antonio piangendo (era la seconda volta che accadeva dopo la morte dei suoi) disse:
«Perché lo avete fatto? potevate tacere, perché questo sacrificio?»
Gli occhioni neri dell'omone si stavano spengendo ma, come per miracolo acquistavano una nuova luce e divenivano più chiari e più grandi. E con quella luce e con l'ultimo spasimo di vita che usciva dal suo corpo, rispose:
«No, è giusto così! E' giusto così, mio piccolo amico!...sai, non l'ho mai detto a nessuno amico, prima di adesso. Tutti per me erano solo ostacoli, persone da schiacciare. Tu e il tuo cane, la vostra stupenda amicizia mi ha fatto capire tante cose. Perché avrei dovuto tacere? Avrei dovuto lasciarlo dire? Sai, a volte nella vita bisogna avere tanto coraggio per essere uomini! Se necessario, bisogna sapere rinunciare anche alla stessa vita! Potrà sembrarti assurdo, Antonio, ma ora che sto per morire sono veramente felice. Finalmente, almeno una volta nella vita, sono riuscito ad essere me stesso! Mi resta ben poco, mio Re. Dimmi ciao, come farebbe un amico, te ne prego, nessuno me l'ha mai detto!»
Antonio sorridendo disse:
«Certo che ti dico ciao, o mio Principe! Ma non temere, tu non morirai mai. Rimarrai sempre nel ricordo dei giusti, nel cuore di coloro che hanno capito cos'è questa strana vita. Una lotta: una lotta nella quale più lottiamo per vincere e più perdiamo la possibilità di divenire veri uomini; più ci caliamo in essa, ci rassegnamo al nostro destino, ai nostri errori, alle nostre debolezze, tanto più diverremo veri uomini. Hai vinto, Amico!»
Il figlio del re riprese a ridere...
«Anche quest'uomo un tempo si mise a ridere», Antonio, con una lacrima che scendeva sul viso parlava al principe «ora sono felice, perché ha imparato a...a sorridere...guardate bene quel sorriso! quel sorriso non lo toglierà mai nessuno, nemmeno la vostra inutile spada!»
Racconterò a tutti questa storia, la storia di un miracolo: un animale che sul punto di morire diventò un uomo! così pensò Antonio, mentre con gli altri animali del circo riprese a girovagare per il mondo, facendoseli tutti amici.

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