domenica 6 febbraio 2011

AMORE

Sofferentia, si chinò sulla terra ad osservare i sentimenti degli uomini e scoprì come la futilità aveva corrotto i loro cuori; ogni loro azione, ogni loro volontà tendeva a perseguire un unico fine: la glorificazione, il prestigio, il potere.
Gli uomini si erano dati e continuavano a darsi un gran da fare per inventare regole, norme di condotta, che potessero sottomettere simili a consimili; ogni razza, popolo o nazione, aveva propri doveri morali, spesso contrastanti tra di loro, ma ogni singolo individuo faceva di tutto per rispettarli ed ancor di più, per far credere agli altri, che egli, più degli altri, li sapeva rispettare.
E così ogni popolo erigeva vessilli e bandiere, esprimeva inni e proclami, dichiarandosi migliore rispetto agli altri popoli.
Così scoppiava la guerra.
Il sangue iniziò a macchiare la terra e gli uomini si nutrivano di quel sangue per fare al tre guerre, per mietere nuove vittime, senza rispetto alcuno: foss'anche un bambino senza colpa od un vecchio che atten deva dignitosamente la sua ora.
I popoli in pace giudicavano i popoli in guerra ed intanto, grazie a quelle guerre ed alle loro regole, diventavano sem pre più potenti, contribuendo a rendere l'esistenza un inno al massacro.
Ed in quegli stessi popoli, altre guerre si generavano; guerre invisibili, guerre latenti; nascoste dal silenzio, dal timore della verità, della conoscenza, delle regole trasgredite...
Sofferentia fece calare un torpore su tutte le genti e tutti caddero in un sonno profondo; solo un uomo ed una donna, appartenenti a due diversi popoli in guerra tra di loro, colpirono l'essere divino.
Dormivano entrambi con gli occhi aperti e rivolti verso il cielo, con un sorriso impercettibile sulle labbra ed una smorfia di dolore sul taglio degli occhi; sebbene così distanti ed appartenenti a nazioni così diverse, apparivano agli occhi del dio della sofferenza, così simili.
Sofferentia si rivolse a Fatum e gli chiese:
«Dimmi, puoi tu leggere dentro il cuore di quegli esseri e rivelarmi cosa vi è scritto?»
«Certo che posso», rispose Fatum e riprese «Nei loro cuori è segnata una strada ed è un'unica strada, nei loro cuori c'è un appuntamento ed è un unico appuntamento, nei loro cuori c'è un sorriso ed è un unico sorriso, nei loro cuori vi è una lacrima ed è un'unica lacrima...»
«Vuoi tu forse dirmi che loro destino era incontrarsi e poi sorridere del loro sorriso e piangere del loro pianto? que sto era?» domandò Sofferentia.
«Questo era!» rispose Fatum «ma tu hai fermato il tempo ed interrotto il loro amore!»
«Questo non sarà mai! Sta scritto nei libri divini, che nessun dio avrà mai la facoltà di distruggere l'amore che go verna il mondo! Il mio incantesimo sia rotto e tornino essi a vegliare sugli altri uomini corrotti!»
In quello stesso momento il fragore di un tuono, risvegliò l'uomo e la donna dal loro sonno senza che capissero cosa fosse accaduto.
Si guardarono attorno ed osservarono come tutto fosse perfettamente immobile e che non esisteva modo alcuno per comunicare con gli altri esseri umani.
All'unisono il giovane e la giovane, sebbene non si trovassero nel medesimo luogo, ma anzi, molto, molto distanti, gridarono con gli occhi rivolti al cielo:
«Ah, cos'è mai questo, cos'è accaduto? Perché tutto tace, tutto è silenzio? A chi racconteremo chi siamo, a chi mani festeremo la nostra gioia, a chi rassegneremo il nostro dolore? Parlate dei del creato!»
Sofferentia rispose:
«Il vostro dolore è grande e pesa sul mio cuore. Ma gli uomini hanno rifiutato il dolore che forgia l'esistenza e ne fa corazza della vita; hanno preferito godere sfrenatamente delle loro passioni e dei loro piaceri nel silenzio e nel nascondi mento; hanno rifiutato il valore della verità in cambio della tranquillità della menzogna; hanno svenduto la loro libertà e con il ricavato vi hanno comperato, sperperando, il compromesso; hanno dipinto le mura ammuffite delle loro case con colori vivi e sgargianti; hanno profumato i loro corpi ammalati con profumi inebrianti; hanno costretto i loro cuori nel silenzio dei loro sentimenti. Non hanno lottato per vivere degnamente la loro esistenza, ma hanno combattuto, ucciden dosi, per seguire le regole che si sono imposti. Questo hanno fatto gli uomini e questo meritano: vivere, pur non vivendo, dormire! eternamente dormire!»
I due giovani supplicarono nuovamente con stesse parole:
«Ma di me, cosa sarà di me? ora son solo? e il mio dolore è così grande!»
Fatum, s'intromise tra i due e sentenziò:
«Tu non sei solo! Nel tuo cuore è segnata una strada ed è un'unica strada, nel tuo cuore c'è un appuntamento ed è un unico appuntamento, nel tuo cuore c'è un sorriso ed è un unico sorriso, nel tuo cuore vi è una lacrima ed è un'unica la crima. Non sei solo su codesta terra, anche se così appare! Ci sarà un giorno in cui il tuo cuore riprenderà a battere, ci sarà un giorno in cui i tuoi occhi torneranno a brillare, ci sarà un giorno in cui tornerai a sognare e ci sarà anche un grande dolore! il più grande dolore!»
«Oh, non può esistere più grande di questo, non può esistere!» gridarono i due all'unisono, ma non ebbero più rispo sta.
Intanto, il giovane e la giovane cercavano di capire il significato di quelle frasi, il significato di quanto era accaduto e continuava ad accadere, ma non riuscivano a darsi risposta.
Una notte di luna piena, il ragazzo raggiunse la vetta del monte Sàpius ed osservò il resto del mondo sotto i suoi piedi; tutto era avvolto dall'argentea luminosità lunare; le abitazioni inabitate, le piante e gli animali inanimati, gli uomini immobili nelle posizioni in cui l'incantesimo li aveva trovati; anche il mare, nella sua vastità era perfettamente fermo...
Ma ad un tratto, proprio nel mare qualcosa sembrava muoversi; la superficie marina sembrava essersi arricchita di un impercettibile movimento.
Il ragazzo si sforzò di guardare meglio cosa stesse accadendo e vide un corpo, che a fatica, si trascinava sulla riva.
Il giovane non perse tempo, ridiscese la montagna, fino ad arrivare alla pianura e quindi, riprendendo a correre, giun se stremato sulla battima, dove, poco prima qualcosa o qualcuno vi era giunto.
Infatti, distesa di fianco sulla riva del mare e completamente nuda, vi era una donna, una bellissima donna!
Subrìsus, così si chiamava il giovane, cercò in qualche modo di prestare la prima assistenza e di dialogare con lei, ma lei, svenne tra le sue braccia.
Si risvegliò il mattino seguente, avvolta dal rumore quasi dimenticato della risacca; era distesa su di un'amaca e ve niva dondolata da una leggera brezza marina; indossava un camice bianco di cotone, perfettamente ordinato.
Si guardò attorno e vide, come il sole stranamente desse nuova vita e nuovo colore alle cose che la circondavano; il colore delle colline e delle alte montagne, più ad est, sembrava avere riassunto i pastelli di un tempo; la pianura era tornata finalmente a farsi vedere in tutta la sua estensione, priva di foschie e nebbie; il mare aveva ripreso a muoversi ritmicamente nella sua rilassante eterna danza.
Mentre guardava e tornava ad ammirare tutto ciò come un tempo, Subrìsus, si fece coraggio e prese la parola:
«Ehm...io sono Subrìsus...e beh...sa com'è...io ieri sera...»
Il giovane si trovava alle spalle della fanciulla e quest'ultima, affatto spaventata dalla presenza dello sconosciuto si voltò e lo fisso negli occhi; i due continuarono ad osservare la profondità di un linguaggio fino ad allora mai conosciuto, quello dello sguardo; continuavano a muovere impercettibilmente i muscoli facciali e a parlarsi nel silenzio più profondo.
Da quegli sguardi i due si conobbero profondamente e sentirono in loro crescere il loro amore che da sempre li aveva fatti cercare ed ora li aveva fatti finalmente trovare.
La giovane donna sussurrò:
«Io sono Dàkryma, e vivevo dall'altra parte dell'oceano. Anche a me è accaduto quello che forse è accaduto a te. Pro babilmente siamo rimasti gli unici essere viventi su questa terra, non credi?»
«Credo di sì» rispose Subrìsus «eppure, eppure ci dovrà pur essere un modo perché tutto torni come prima, non credi? In fondo, sarebbe assurdo che noi soli al mondo potessimo vivere! Per chi, per che cosa, solo per noi?»
Dàkryma riprese:
«Chiediamolo a loro, agli dei, in fondo sono loro che hanno fatto tutto questo»
Detto fatto, i due, tenendosi per mano e rivolgendo gli occhi al cielo esclamarono:
«Dei del cielo e della terra, del bene e del male, della vita e della morte, rispondeteci: rimarremo sempre soli, qui su questa terra?»
Fatum rispose:
«Incombe sul vostro futuro un gran dolore, come già vi dissi. Ora siete felici! La vostra metà del cuore, si è completa ta della metà del cuore dell'altro, le vostre strade sono divenute l'unica strada, il vostro appuntamento è divenuto un unico appuntamento, il vostro sorriso è divenuto l'unico sorriso, la vostra lacrima l'unica lacrima: ora vi amate! Ma questo perché le regole della vita e della morte, le regole che gli uomini hanno inventato dormono ora con loro! Ora voi non avete regole da tenere, risposte da dare, promesse da rispettare: avete solo da vivere secondo ciò che sentite dal vo stro cuore. Ma se gli uomini torneranno a vegliare, se gli uomini torneranno a voler governare altri uomini senza ascol tare il mutare dei sentimenti e torneranno a lasciarsi governare dal loro assurdo orgoglio, per voi non ci sarà speranza alcuna! Non è forse il tuo popolo, Subrìsus, il ferreo nemico del popolo che sta al di la dell'oceano e non è forse Dàkryma il tuo popolo, il popolo che vive al di la dell'oceano. Se gli uomini torneranno a vegliare, voi certo perirete, in nome delle regole.»
Subrìsus e Dàkryma si strinsero forte la mano e si guardarono negli occhi, ormai pieni di pianto di dolore ed esclama rono:
«Ora è veramente il nostro cuore carico di dolore! Su di noi pesa il destino degli uomini, su di noi pesa il nostro de stino! La libertà di loro, sarà forse la nostra fine? La nostra libertà, sarà forse la loro fine? Non sarà forse tutto ciò soffe renza? Varrà, vivere col peso di non avere fatto vivere loro? O varrà il contrario, forse, perdere le nostre vite, per lasciar vivere le loro che non ascoltano i loro cuori? Quale il senso di tutto ciò?»
Sofferentia, prese la parola:
«Il senso di ogni scelta della vita è il protendimento! E' andare avanti in direzione di ciò che è nuovo rispetto a quello che è già nuovo. Ma in questo crescere, in questo divenire, muoversi senza mai fermarsi, è onnipresente la lotta tra il bene ed il male: non guerra, lotta! Il bene vuole portare verità, il male menzogna; il bene vuole portare luce, il male l'oscurità; il bene non segue regole; il male le inventa; il bene si fa conoscere, il male dice di se stesso che non esiste; il bene costruisce il futuro sulla storia, il male distrugge la storia col futuro; il bene è franco, il male è codardo; il bene si veste per coprirsi, il male si copre per abbellirsi; il bene governa per servire, il male serve per governare; il bene muore per far vivere, il male uccide per vivere; il bene è nel silenzio, il male è nel rumore; il bene ha gli occhi stanchi ma un sorriso per tutti, il male ha gli occhi pieni di vigore ma toglie il sorriso a tutti; il bene accetta la vita, il male la rifiuta; il be ne fa gioire i bambini, il male fa godere gli adulti; il bene usa una carezza per difendersi da uno schiaffo, il male da uno schiaffo perché non s'impari ad accarezzare. C'è lotta tra bene è male, perché il bene è mite ma forte; non c'è guerra tra male e bene, perché il male è prepotente ma debole. Nella lotta si ferisce solo chi combatte, nella guerra muore sempre il più innocente; nella lotta si sferrano le armi della giustizia, nella guerra quelle dell'intelligenza; nella lotta si costruisce la storia sulle idee, nella guerra si ha orrore della storia per il numero dei cadaveri; nella lotta ci si guarda negli occhi, nella guerra si prende la mira tra gli occhi; nella lotta ci sarà un vincitore che si aspetterà di perdere domani, nella guerra ci saranno solo dei perdenti: i morti! Allora voi dovrete lottare, non fare la guerra! Se voi sacrificaste la vostra vita per quella di loro, combattereste una guerra da perdenti e nessuno capirebbe il vostro sacrificio. Se voi non permetteste a loro di tornare a vivere in funzione della vostra vita, combattereste una guerra da perdenti perché nessuno conoscerebbe il vostro amore e quindi non lo capirebbe. Non vi rimane che lottare! Accettare di sacrificare la vostra esistenza, di dare un senso alla vostra vita: il protendimento! Dovrete tendere sempre alla vostra realizzazione di esseri viventi liberi! Ogni giorno, ogni attimo della vostra esistenza, dovrà rinnovare il precedente! Ogni parola sarà una nuova parola, ogni sorriso un nuovo sorriso, ogni lacrima una nuova lacrima! Dovrete lottare! Lottare per essere forti, ma non i più forti; lottare per non soccombere sotto il peso dei giudizi, delle accuse degli altri. Lottare perché nessuno possa scoraggiare il vostro cre scere. Lottare perché avete tutto il diritto di guardare il sole che nasce, senza che alcuno vi dica come guardarlo; lottare perché possiate trasmettervi il valore dei vostri pensieri, la forza dei vostri sentimenti, senza che alcuno possa censurare ciò che dite o sentite. Lottare per amarvi, questo solo conterà: lottare!»
Subrìsus e Dàkryma con un sorriso bagnato da una lacrima, esclamarono al cielo:
«Oh, Sofferentia, abbiamo adesso compreso il senso di questa nostra esistenza! Lottare! Lotteremo con tutte le no stre forze, come potremo e per quanto potremo! E' in fondo la vita la stadera dell'esistenza! E' in fondo il dolore il peso dell'amore! Se questo dolore che vogliamo rifiutare, non fosse presente, quale sarebbe la certezza del nostro amore?»
Sofferentia tornò a sorridere ed a sperare.
Ritirò l'antico torpore e ridestò gli uomini.
Gli uomini tornarono ad inventare nuove regole e nuove guerre, tra il bene ed il male la lotta continuò imperterrita e i due giovani, Subrisus e Dàkryma, continuarono ad amarsi, anche da oltre l'oceano e la storia del loro amore, toccò il cuore di ogni essere umano: ad ogni uomo e ad ogni donna ora tocca il compito di tracciarne il seguito, con una lotta od una guerra!

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