lunedì 7 febbraio 2011

LA FANCIULLA DEL LAGO

LA FANCIULLA DEL LAGO

Il piccolo viale sterrato, conduceva al castello diroccato, ormai da tutti, dimenticato.
In effetti, solo chi conosceva quel luogo poteva avere l'opportunità di riconoscere, tra la folta vegetazione, le parti di muro scoperto. Andrea, si sentiva in un certo senso isolato, ma protetto dal mondo, nel percorrere il viale alberato. Camminando, osservava il fiancheggiare del vecchio muro che, qua e là, mostrava i danni provocati dal passare del tempo. Più sotto, quasi irriconoscibile, scorreva velocemente un rigagnolo d'acqua; eppure, alle orecchie dell'attento esploratore non poteva sfuggire l'impercettibile rumore del suo scorrere: chissà dove conduceva o donde veniva quel flusso d'acque scroscianti...
E così, Andrea continuava a passeggiare scalciando di tanto in tanto i sassi di troppo, rimasti sul sentiero; tutto quanto era avvolto da un misterioso silenzio e solo il frinire delle fronde degli alberi ed il cinguettio degli uccelli riusciva ad infrangere quell'assenza di comuni rumori: tutto ciò contribuiva a rendere ancora più magica quella parte di mondo. Mentre gustava l'insospettato sapore del silenzio, venne distratto dall'insolito rumore strisciante di un serpente; sinuosamente ed in bella vista, questi si avvicinava all'ignaro esploratore. Il suo corpo aveva il colore della terra e gli occhi, il rosso colore del fuoco; ma tutto ciò non riusciva minimamente a spaventare Andrea. Anzi, in tutto questo egli continuava a trovare qualcosa di stupefacente.
Soffermandosi sulla testa del rettile, notò come questa appariva aggraziata e dotata di una piccola bocca, munita di labbra sottili.
La serpe raggiunse l'uomo, immobile, in mezzo al vialetto e quindi vi si avvolse attorno a spirale, sino a giungerne al capo.
Andrea aveva l'impressione di sognare e per questo non poteva credere alle sue orecchie, quando senti proprio quel serpente parlargli:
«Ciao» sibilò il serpente «non temere, non voglio ucciderti. Sono secoli che striscio su questa terra e, credimi, la terra è così fredda e sola: sola come la morte! è per questo che io non voglio ucciderti. Una volta morto saresti anche tu freddo come la terra ed io sarei di nuovo sola. Io amo gli esseri umani. Voi siete così caldi ed io non mi sento più sola. Ma tu, dimmi, da dove vieni e perché, ora sei qui? ».
Andrea, tentò di rispondere:
«Io?... sono qui... perché... beh, ma sono qui per cercare di starmene un po' da solo... a... a riflettere. Sì, a riflettere! »
«A riflettere?» lo interruppe la serpe «cosa, significa... riflettere?»
« Riflettere, significa prestare la massima attenzione a quello che ti è capitato e poi tirare delle conclusioni. »
« Ma io, non ho mai riflettuto! Io, ho sempre vissuto senza riflettere: ho vissuto e basta. Che bisogno c'è di riflettere? E' già così duro, difficile, vivere!»
« Ma è necessario riflettere, per evitare di fare i medesimi errori domani... »
« Domani... ma cos'è il domani? Per me esiste solo il presente. »
« Domani, è ciò che accadrà e che non è ancora accaduto. »
« Allora, fammi capire: io dovrei vivere e pensare a quello che mi è successo ieri per poi viverlo domani? »
« Sì, in un certo senso è così. In fondo, si cresce riflettendo e chi non è capace di riflettere non può neppure crescere. Non è possibile costruire il futuro della nostra esistenza, se non abbiamo la capacità di rivisitare con obiettività il nostro passato; questo per modificare gli errori commessi e non commetterne altri. »
« La serpe allentò la presa e lentamente, si lasciò cadere sul selciato per poi sussurrare un'ultima volta:
« Il futuro? il futuro... ah, com'è fredda la terra, questa mattina. Sto riflettendo... penso che domani qualcuno potrebbe spaventarsi per la mia presenza e schiacciarmi la testa ».
Detto questo si allontanò, strisciando tra le numerose sterpaglie e cercando di mimetizzarvisi.
Andrea, riprese il suo cammino mentre il sole stava per sorgere da dietro la collina, ove si ergeva il castello; brividi di freddo gli scossero i pensieri già scossi dalla precedente esperienza. Anche lui tornò a riflettere sul suo passato; sulla sua voglia di cambiare tutto. In fondo, altre volte aveva riflettuto su ciò che era stato della sua vita ed ogni volta, giungeva alla medesima conclusione: ogni volta aveva sbagliato tutto. Era ormai convinto che per quante vite avesse potuto vivere, ogni precedente vita sarebbe stata comunque sbagliata e solo quella successiva, quella giusta.
Proseguì sul suo cammino fintanto che notò l'ombra di un uccello che girava repentinamente attorno alla sua sagoma e si faceva sempre più grande. Istintivamente piegò il braccio destro sopra il suo capo - quasi a difendersi da un improvviso attacco - e subito lo sentì afferrato dai rostri di un falco; vistosamente spaventato si tirò indietro ed inciampando in un sasso, cadde a terra. Si ritrovò in pochi attimi completamente disteso e con le gambe in aria tanto da provare ironia su se stesso e timore per ciò che gli poteva capitare.
Ma l'accaduto lo prese per un solo attimo.
Si ritrovò due piccoli occhi neri che fissavano i suoi; ebbe l'impressione di vedervi dentro la proiezione della storia del mondo, di leggervi la conoscenza profonda dei misteri dell'esistenza, l'immenso tesoro della saggezza. Sentì gracchiare:
« Chi sei? Quale coraggio ti ha permesso di tornare tra queste rovine? Come hai fatto a salvarti dalla distruzione del mondo? »
Andrea, interrogativo, rispose:
« Coraggio...e perché dovrei avere coraggio? Quale distruzione? »
« Agli uomini è stato precluso raggiungere questi luoghi; sono luoghi, nascosti e freddi; imperscrutabili e riservati. In questi luoghi è nascosta la lunga storia dell'esistenza dell'uomo; dal momento in cui venne guidato dall'istinto e completò le sue prime scoperte, sino al giorno in cui costruì castelli arroccati per riservarsi una parte di mondo e di potere; il potere per conquistare altre parti di mondo... ma anche dei castelli più imponenti non è rimasta che polvere e morti. »
« Io, sono qui a riflettere. E ti posso dire che il mondo non è solo qui. Gli uomini non erano solo quelli che abitavano questo castello. Ci sono milioni di uomini vivi, oltre le mura di questo castello. »
« Io, ho smesso di riflettere. Riflettere mi faceva soffrire. Ho visto gli uomini stringere patti ed alleanze perenni e poi, gli stessi uomini uccidersi a vicenda per diventare più potenti. Ho riflettuto e credo che questo, è vero, è solo una parte del mondo: ma in fondo, è, il mondo. Nell'intero pianeta gli uomini continueranno a stringere patti ed alleanze e poi torneranno ad uccidersi. E quando si muore, tutto diventa freddo e desolato e non esiste più la storia. Non voglio più riflettere: riflettere mi fa star male. »
E detto ciò, gli occhi dell'uccello tornarono ad essere gli occhi di un uccello comune.
Un falco che si alzò nuovamente in volo, sino a diventare piccolo piccolo e scomparire tra le nubi.
Cosa sta accadendo? - pensò Andrea - Sono venuto sino qui per fare una passeggiata, per starmene un po' da solo a riflettere ed ogni mia riflessione viene messa in crisi.
Mentre così pensava, la sua attenzione venne richiamata dal rumore proveniente da un cespuglio; si avvicinò e notò, nascosto tra i rovi, un piccolo coniglio tremante.
Alla vista di lui, il coniglio iniziò a dibattersi e a gridare:
« Aiuto! aiuto! vai via! cosa vuoi da me! »
Andrea cercò in ogni modo di riportarlo alla calma ma, quanto più si dava da fare a fargli capire che aveva solo buone intenzioni, tanto più il povero animale si dibatteva e gridava. Andrea, sebbene non fosse nel suo carattere, energicamente infilò il suo braccio tra i rovi ferendosi ed acciuffando il coniglio per le lunghe orecchie; con la stessa energia ma con molta più determinazione, si portò il muso della lepre contro il suo: erano talmente vicini che Andrea riusciva a malapena a mettere a fuoco il muso dell'animale selvatico.
« Sentimi bene », gli disse a denti stretti, « adesso ti devi calmare ed ascoltarmi un po'; con i tuoi versi mi hai quasi assordito. Io sono qui a passeggiare e non ho alcuna intenzione di farti del male: chiaro! Sono venuto qui per starmene tranquillo ed invece tra te, il falco, il serpente,... »
La lepre riprese a gridare:
« Ahhh, anche tu sei come loro! Vuoi uccidermi! sei suo amico! parlavi con loro! »
« Ma ti vuoi calmare! io non sono amico di nessuno! ma chi vi conosce, tutti quanti siete. »
« Non sei suo amico? » riprese più calma « ma allora perché ci stavi parlando ».
« Questo cosa significa? Il fatto che io mi sia fermato a parlare con loro, non vuole mica dire che io sono suo amico. Ad esempio, il fatto che io sia qui a perdere tempo con una "testa vuota" come te, non vuol mica dire che sono un tuo amico: anzi, tutt'altro! »
Il coniglio iniziò a singhiozzare:
« Ah, non ho amici io! non posso avere amici io! Ho paura di tutto e di tutti e non mi sopporta nessuno... »
« Ma dai, non fare così. Facevo per dire. Suvvia, smetti di piangere, non sta bene piangere. Non è segno di maturità mettersi a piangere... »
« Maturità... cosa vuoi dire? »
« Uffà, oggi è la giornata delle spiegazioni. Maturità. Allora, piccolo coniglio... » e così dicendo, osservò con tenerezza il piccolo batuffolo bianco, appena tremante, che lo stava osservando « ...quando un essere vivente nasce, non è altro che un piccolo esserino indifeso. Non sa niente della vita, del mondo, di quello che può accadergli. E poi, poi pian piano inizia a capire che lui non è solo al mondo; che attorno a se ci sono tanti altri essere viventi; che alcuni non sono sempre buoni ed altri non sono sempre cattivi. Non può decidere per se stesso, fino a quando raggiunge la maturità. Allora egli può finalmente vivere da solo, essere indipendente, coraggioso; affrontare i problemi di ogni giorno e risolverli tutti. E... »
« Ma sì, lo so, la storia la conosco e... non mi piace proprio. Ma quello che non capisco è questa... maturità... perché non si può piangere? »
« Oh, ma allora non capisci. Essere maturi vuol dire essere finalmente uomini ed un uomo, non deve piangere mai! »
« Non deve piangere mai! e perché? »
« Ma perché... beh, perché è... sì è la regola, ci insegnano così. »
Il coniglio abbassò il muso fino a terra ed una lacrima gli scese dagli occhi:
« Essere maturi...non poter piangere; come sono triste, com'è fredda questa terra oggi. »
Il coniglio si voltò pian piano e con aria sconsolata tornò nel suo cespuglio e salutò il viandante:
« Io rimango qui. Non voglio raggiungere la maturità. »
Andrea, osservò l'animale che si allontanava e si sentì triste.
Pensò che a quanti esseri aveva incontrato, tante delusioni aveva dato. Ma ben presto questo pensiero lo lasciò ed egli riprese il cammino.
Il sole adesso era molto più in alto, le nebbie mattutine si stavano diradando e davanti a lui il paesaggio circostante appariva sempre più nitido. Si potevano osservare, più a nord le cime innevate dei ghiacciai perenni e a sud le colline che apparivano sempre più basse, sino a pianeggiare ed a confondersi col mare; davanti a se, il piccolo sentiero continuava a districarsi tra piccoli castagneti e faggete, per poi riapparire, completamente esposto al sole, sino a nascondersi dietro la collina.
Mentre Andrea continuava ad osservare tutto il paesaggio circostante, venne richiamato da una vocina appena percettibile:
« Ei tu. Sì sì, proprio tu. Stai un po' attento dove metti i piedi. A momenti distruggevi la mia casa ma, soprattutto me, che ci vivo dentro. »
Abbassò lo sguardo e notò una piccola chiocciola che lentamente, attraversava il sentiero. Si scusò immediatamente:
« Oh, scusatemi tanto signora chiocciola. »
« Signora chiocciola! Mai una volta che qualcuno mi osservi più da vicino e si accora che me sono un signor chiocciola o, chiocciolo... fai un po' tu. »
« Ma, scusatemi di nuovo, ma anche se vi osservassi da molto vicino, non credo proprio come farei a capire che... siete un signor chiocciolo. »
« Bah! scuse! queste sono solamente stupide scuse! Tutti uguali voi uomini! Vi limitate ad osservare l'apparenza, senza addentrarvi troppo nella sostanza delle cose. Qualcuno ha detto che me sono una chiocciola ed allora me sono una chiocciola: io invece sono un chiocciolo, va bene!...come fareste a capire? basterebbe seguire il mio ragionamento. Io, quando parlo di me, dico sempre: me! Una chiocciola direbbe invece: io »
« Ma scusatemi tanto se insisto, ma non è che tutti i giorni io incontri una chiocciola, ehm, un chiocciolo, volevo dire. Eppoi, tanto meno che questo chiocciolo si metta pure a parlare... »
Il chiocciolo inizio a tremare di rabbia:
« Ma certo che noi parliamo! » tentò di gridare, sebbene la sua voce arrivò con l'intensità di uno squittio di topo « siete voi che non ascoltate i linguaggi della natura. Voi che fate tanto rumore: il problema vero è in questi termini. In ogni caso sono ben stufo di parlare con voi e vi saluto »
Andrea, non replicò. Si limitò a pensare che tutto quanto stava accadendo era così strano, così fantastico; ma in fondo, così importante.
Dopo un breve tragitto, gli si presentò davanti la terrificante scena di un lupo che divorava un piccolo agnellino. Non fece in tempo a gridare qualcosa che il lupo si era divorato già la preda; appena accortosi della presenza di lui, gli si parò dinnanzi, digrignando i denti:
« E allora, eroe, cosa volevi fare? Volevi forse tu la mia preda? Volevi mangiartelo questa sera a cena, con i tuoi amici? »
Andrea non sapeva ne cosa fare, ne cosa dire e tentò così di abbozzare una risposta:
« Io... io non volevo nessuna preda... io volevo soltanto... spaventarti per... »
« spaventarmi! Uah, ah, ah, mi fai proprio ridere. Ci vuole ben altro per spaventarmi, che un codardo uomo come te: puah. »
L'orgoglio di Andrea venne duramente ferito dalle parole del lupo.
Replicò:
« Non sono affatto codardo! Sono spaventato e dispiaciuto. La mia coscienza non mi permetterebbe di uccidere così sadicamente un essere vivente per poi divorarlo come hai fatto tu»
« La coscienza! la tua coscienza! e cosa sarebbe, questa...coscienza?»
« Non so dirti veramente cosa essa sia. C'è chi dice che è la voce di Dio, chi dice che sono i timori che non siamo riusciti a vincere da bambini, altri ancora, l'educazione che abbiamo avuto...»
Ed il lupo, calmatosi e sedutosi incalzò:
« Ma tu, dimmi. Per te cos'è questa, coscienza. »
« Io credo che la coscienza sia quella forza che sta dentro ogni uomo e lo rende capace di decidere sulle proprie azioni »
« E perché, ci sarebbe bisogno di decidere sulle proprie azioni. Io avevo fame e se non avessi mangiato sarei morto di fame. Probabilmente, mentre mi domandavo se quello che stavo per fare era giusto o sbagliato, l'agnellino sarebbe fuggito via: non sarebbe stato certo a pensare alle mie riflessioni. »
« Probabilmente... ma probabilmente questo è giusto per voi animali. Ma non lo è per noi uomini. E' in fondo la nostra coscienza che ci ha permesso di elevarci alla nostra condizione e a liberarci dall'istinto animale. Anche noi dobbiamo vivere cacciando e questo è normale. Ma se questo non è necessario, se cacciamo solo per il gusto di uccidere, succede allora che la nostra coscienza ci dice che non è giusto farlo. »
« Ma tu pensaci un attimo, pensa se io dovessi pensare a tutto questo. Ah, non mi va proprio questa, coscienza. Quasi quasi, ero lì per mangiarti ed ora, pensandoci bene mi domando se questo sia giusto; ma mi domando anche perché questo non dovrebbe essere giusto. Tu e la tua, coscienza! Non so più quello che devo fare, come lo devo fare,... »
E così dicendo, il lupo si allontanò con la coda tra le gambe brontolando sotto voce.
Andrea, mentre osservava il lupo allontanarsi sconsolato, pensò:
« Povero lupo. In fondo lui era tranquillo prima di incontrare me. In fondo lui agiva per istinto e secondo le proprie naturali necessità: che cosa faceva di male? Se penso a quanti uomini non ascoltano la propria coscienza, nè tanto meno il proprio istinto... Che giornataccia! ».
Il giovane esploratore giunse sull'estremità del colle, proprio nel momento in cui il sole aveva raggiunto il punto più alto del proprio percorso.
« Uff, che caldo! », esclamò.
« Che caldo, che caldo! » gracchiò una rana « quanto ti lamenti! »
« E tu chi sei? »
« Sono una rana » rispose la rana spalancando la bocca.
« Ehi, non sta bene per una gentile signorina come te, aprire in quel modo la bocca »
« Non stà bene? » gracchiò la rana saltando sulla spalla di lui. E poi proseguendo smaniosa e incuriosita « oh, mi spiace proprio, non credevo di offenderti e... sai,... nessuno... mi ha mai detto... » velocemente « gentile signorina! »
« E perchè no! »
« Perchè non lo sono » proseguì sconsolata « sei tu che sei gentile. So bene quali sono i miei limiti, ma non conosco i miei pregi. Osserva i miei occhiolini: io piango sempre. La prima cosa che faccio al mattino, è specchiarmi nello stagno: spero sempre in un miracolo! Ma sono sempre la stessa. Poi osservo la pelle del mio corpo e la trovo così orrenda. A volte, sento gli uccellini cantare e vorrei fare anche io come loro: ma riesco solo a gracidare e tutti fuggono via. Cerco di passeggiare come una gru ma, per quanto possa impegnarmi, so solo spiccare dei salti. E tutti quanti, quando mi vedono o mi fuggono o mi divorano: o ridono di me! Non è triste tutto ciò? »
« Non devi fare così. Anche tu senz'altro hai dei pregi: ognuno di noi ne ha. Purtroppo, è più il tempo che passiamo a riflettere sui difetti che ci vedono gli altri, piuttosto che sui pregi che realmente abbiamo e che gli altri, molto spesso, temono di riconoscerci. »
La rana fece un gran salto e tornò nello stagno continuando a saltare a destra e a sinistra, gracidando a più non posso: era finalmente felice di essere se stessa!
Andrea, dopo quel breve incontro si era un po' rincuorato... dopo tutto era stato utile a qualcuno.
Riprese ad osservare il paesaggio circostante che, ora, oltre la collina, appariva molto più vasto.
Riportando lo sguardo sulla pianura, notò un enorme lago al centro del quale si ergeva un enorme castello. Andrea continuava a domandarsi come l'esistenza di un castello come quello, non potesse interessare la curiosità degli uomini. Ma mentre pensava a tutto ciò, quasi istintivamente tornò a volgere lo sguardo, dietro di se e, con gran meraviglia notò che tutto si era trasformato e tutto era scomparso, di quanto aveva già visto.
« Cosa stà accadendo? » pensò ad alta voce « sto forse sognando? »
« Sognando? » esclamò una volpe sdraiata ai margini del viottolo « dimmi un po'? cosa stai facendo? »
« Mi sto ponendo una semplice domanda e niente più. Mi stò domandando se quanto sta accadendo sia effettivamente la realtà »
« Effettivamente... la... realtà...? » sussurrò la volpe, e poi decisa « ma certo! e ci mancherebbe altro! Cosa può esserci di diverso dalla realtà? »
« I sogni, appunto. »
« Ma questi sogni, sono cose da mangiare, forse? oppure da divertircisi? oppure...»
« Oppure, oppure. I sogni sono sogni! Sono ciò che non accade, ma vorresti che accadesse; sono il tuo mondo ideale, sono le cose fatte di tutte le cose che non succedono mai. »
« Interessante... e questi sogni chi li ha »
« I sogni sono solo di chi sogna. I sogni sono così personali, che nessuno può capire quelli di un altro. »
« Interessante... allora, anche io li potrei avere e... magari,... ma solo per pura ipotesi... potrei rivenderli e...»
« Non li puoi avere, non li puoi vendere: puoi solo sognarli! Ma per farlo, devi avere la capacità di distaccarti un po' dalla realtà. Devi avere la capacità di vedere oltre il limite della collina...».
« Ma come fai a vedere oltre il limite della collina? eppoi con quale scopo? non è sufficiente la parte di mondo che possiamo osservare?»
« Io chiudo gli occhi, a volte, la notte. Ed al buio, io vedo molte più cose di quelle che vedo normalmente. Sogno. Io vedo i bambini; tanti bambini che corrono su enormi prati verdi e fanno enormi girotondo attorno al mondo. Bambini di tutte le razze, che sorridono, felici di esistere. Sogno. Vedo gli uomini che fanno un'enorme montagna, accumulando tutte le armi del mondo e dandole alle fiamme. Sogno. Vedo tutte le ricchezze venire trasportate via dal vento e gli uomini, finalmente poveri, abbracciarsi in segno di solidarietà e riprendersi ad amare. Sogno. E quando sogno, io sono felice. La parte del mondo che noi vediamo, è veramente poco: solo sognando possiamo osservare tutto il resto del mondo.»
« Beh, credo proprio che deve essere bello sognare... speriamo che oggi, la notte cali presto...»
Andrea, salutò anche la volpe e riprese il suo viaggio. Giunto nei pressi di un roseto, ebbe l'impressione di sentire qualcuno piangere. Si concentrò su quel gemito e si accorse che questo intenso lamento proveniva proprio dal centro del roseto.
« Ma chi è che sta piangendo?»
Dal centro del roseto, all'unisono una coralità di voci rispose:
« Siamo noi, le rose!»
« E perché, se mi è lecito domandarlo, state piangendo. Siete così belle, bagnate dalla rugiada del mattino.»
« Non rugiada, caro ragazzo; lacrime, lacrime di dolore. La nostra bellezza dura per poco tempo. A volte troppo poco tempo per essere notata. Eppoi, il tempo ruba i nostri rosei petali gettandoli a terra, per appassire. Ci vediamo spogliare dei nostri colori più belli, prima ancora di poterli mostrare a chi possa apprezzarli. Le nostre spine feriscono chi ci avvicina. Provochiamo dolore, ferite e per ottenere un nostro stelo, chi ci ama e vuole portarci con lui deve ferirsi...»
« Ma il valore della bellezza... il valore della bellezza, non è nella imperturbabilità del tempo. Il valore della bellezza è nella bellezza stessa. La bellezza, è molto spesso la prerogativa di ciò che piace e ci colpisce in un attimo della nostra esistenza: tutto il resto è ricordo! Quando io vi ho viste, ho esultato dentro di me e vi ho sentito belle! Quell'immagine, rimarrà fissa nella mia memoria e la vostra bellezza si calerà per sempre nei miei ricordi; così come il vostro profumo. Non conterà niente, se voi, tutte assieme, sarete con me, oltre la collina. Quando non mi vedrete più, rimarrà in me il vostro ricordo e questo farà la storia. Io racconterò di voi, io sarò la vostra storia, io vi porterò ai confini del mondo!»
La rugiada pian piano scomparve e così pure i lamenti e l'intero roseto, aiutato dal vento, sembrò inchinarsi davanti al giovane. Andrea continuò:
« Il tempo, non ruba niente a nessuno. E' necessario che ci distacchiamo da tante nostre sicurezze per crescere e nel momento in cui ciò accade, siamo cresciuti. Una volta che tutto ciò che era certezza viene messo in discussione, una volta che riusciamo a sconfiggere il senso di sconfitta che ne deriva, noi diveniamo più forti. Semplicemente, ci trasformiamo; perdiamo alcune parti di noi e ne acquisiamo altre: a volte invisibili, ma non per questo meno belle delle altre. Amare, comporta sacrificio. Senza sacrificio, non c'è amore. C'è divertimento, spensieratezza, gaiezza, ma non amore. Solo il senso del sacrificio, la lotta contro gli altri e noi stessi, il ferirsi con le inevitabili spine che circondano chi amiamo, può permetterci di dimostrare il nostro amore. Ed è proprio l'amore il sale della nostra vita. E' nel ricordo di quanto abbiamo sacrificato della nostra vita per poter assaporare il gusto di una scoperta, di un profumo, che possiamo gustare la bellezza di questa vita! E' in quel ritrovarvi nella nostra piccola, ma grande stanza; in quell'avervi cercato negli angoli del mondo; in quell'avervi scelto tra miliardi di fiori; in quell'avervi reciso, dalla vostra naturale esistenza che sta la vostra naturale bellezza.»
« Allora siamo veramente così importanti?» chiesero le rose.
« Se lo siete?! voi non potete neppure immaginare l'importanza di essere belle, veramente belle!»
Davanti a quella frase, la terrà tremò e dal centro del lago di alzò un'onda anomala che si estese sino a raggiungere la terra circostante; il sole, sembrava roteare su se stesso ed avvicinarsi repentinamente alla terra; il vento sconquassò ogni cosa, sradicando piante e facendo fuggire via animali.
Andrea, venne preso dal panico e si gettò a terra, nel tentativo di non essere ucciso da quel finimondo: ebbe l'impressione, la viva impressione che fosse giunto per lui il momento di lasciare per sempre la terra. Ebbe il tempo di gridare - senza sapere a chi - aiuto; in quel momento, tutto misteriosamente tacque. Scese l'oscurità della notte, la notte più oscura. Andrea sentì librarsi da quel silenzio tombale, un canto melodioso accordato a suoni onirici...
...la vita è così breve,
poco è il tempo per sentire
sogna amore, sogna
lascia che ciò che vedi, non esista più
lasciati vedere un mondo che sia solo il tuo
lasciati consolare dal mio cuore
lasciati prendere
dall'amore...
Andrea si alzò in piedi e tornata l'alba sul lago, notò al centro di quest'ultimo, una giovane fanciulla che camminava sulle acque, nella sua direzione.
La fanciulla, con la mano destra lo invitava ad andarle incontro ed egli, senza esitare mosse i primi passi. Raggiunse la riva del lago e quindi entrò nell'acqua; sentì l'acqua salire lungo le gambe e quindi raggiungergli il capo.
Eppure egli continuò a camminare, sino a morire sommerso dalle acque melmose.
Anche la fanciulla a quel punto, smise di camminare, lasciandosi sommergere e raggiungendo il corpo del giovane disteso sul fondo del lago. Una volta raggiuntolo, gli si distese al suo fianco e quindi, tenendolo per mano, si lasciarono trasportare in superficie dalle correnti.
Una volta raggiunta la superficie, i due esseri viventi aprirono gli occhi e si ritrovarono a vivere nei loro sogni.
Entrambi, avevano lottato contro le inevitabili lotte dell'esistere.
La fanciulla aveva da sempre atteso l'arrivo del giovane ed il giovane, aveva da sempre atteso di raggiungere la fanciulla; in tutta quell'attesa erano riusciti a superare le principali prove della vita ed avevano raggiunto i loro scopo: amarsi.

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