La sua arte, era quella di creare un pathos, tra lei ed il suo numeroso pubblico, sempre più incuriosito.
Ogni spettacolo era nuovo, rispetto a quello precedente e tra i due, si stabiliva ogni volta un nuovo contatto: una nuova passione, travolgente, quasi misticheggiante...
Rievocava, insomma, la sua terra di origine: quella lontana e misteriosa India da dove un tempo fu rapita.
Anche quella sera il pubblico era numeroso ed impaziente; in attesa di uno spettacolo che non conosceva termine, se non quello di vedere culminare in un lieto epilogo, una danza così intrisa di mistero. La dolce melodia orientale invase la platea ed i fumi d’incenso avvolsero le anime degli spettatori, sino a coinvolgerli in quel quadro indiano che costituiva lo spettacolo e nel quale gli stessi spettatori si ritrovavano attori.
Un grido unanime irruppe nell’armonia e lei, in tutta quella sua bellezza e fierezza, si prostrò dinanzi a quel pubblico attonito. Non disdegnava a mostrarsi, a muoversi sinuosa, di fronte al suo fedele, ma timoroso pubblico; era solo vittima di un inganno: quello di essere ancora là, nella sua terra indiana.
Invece era tutto così artefatto e chissà se anche lei, dopo così tanto tempo, iniziava a prenderne coscienza; chissà che cosa balenava nella sua mente violata, domata, rapita...
Continuava a muoversi, ad ancheggiare al ritmo di quella musica onirica ed i suoi grandi occhi sembravano stranamente freddi, distaccati, così poco “umani”. Ma tutti continuavano ad osservarla, a desiderarla, in quella sua nudità naturale, coperta dalla sola pelliccia.
Continuava a girare a cerchio, su se stessa e quindi si lasciava cadere sul selciato, come una piuma al vento; si mostrava in ogni sua parte, senza alcun ritegno, ma con estrema naturalezza.
Anche il gioco delle luci dei riflettori, contribuiva a stabilire un nuovo e diverso contatto tra lei ed il suo pubblico.
Sì! Il suo pubblico.
Tutte quelle persone erano lì per lei, solo per lei.
Erano lì, perché ammaliati dalla sua bellezza; da quel suo trasmettere irrequietezza, timore, eccitazione... per tutto ciò che sarebbe potuto accadere, di lì a poco.
Ma poi, come per incanto le luci e le musiche si spensero e con queste, calò il silenzio nell’arena.
Un breve attimo e poi, di nuovo un riflettore si accese, in tutta la sua potenza - così come un lampo a ciel sereno - in un angolo oscuro dove apparve, in tutta la sua procacità, il suo diletto compagno di vita. Esaltava la sua fierezza, la sua forza, la sua imbattibilità, con un sorriso aperto; si atteggiava a divo inconfutabile, allargando e facendo vibrare le sue possenti braccia. Per finire poi con un inchino, come un principe d’altri tempi al suo Re: il suo pubblico... ma quello non era il suo pubblico.
Un altro riflettore illuminò finalmente l’altro lato e le persone si esaltarono di nuovo: scrosciò un applauso, pieno, generale, incitante...
Lui la invitò a raggiungerlo, mentre nell’aria si librava, in crescendo, uno stupendo Bolero.
Lei non indugiò e, come sempre, si avvicinò a lui e al suo fiero sorriso. Continuava a fissarlo, a non perderlo di vista un solo attimo ed in quel suo altero ancheggiare, sembrava volare sull’arena, alzarsi al cielo stellato, ora nascosto da un vecchio e logoro tendone.
Tutti erano come ipnotizzati da quella asiatica bellezza; continuavano a seguirla, a non perdere un solo passo, un solo movimento di lei.
Furono molto vicini e per un attimo - per un solo attimo - il volto del gladiatore circense s’irrigidì e tutto il suo corpo sembrò di ghiaccio.
Proprio in quello stesso istante il Bolero incalzava ed il pubblico esterefatto ed impaurito gridava al cielo.
Lei sola non perse la calma, continuando la sua danza....
Ad ogni abbraccio, il corpo di lui veniva proiettato in aria per poi ricadere su di lei; i due corpi s’inarcavano e si contorcevano in spasmi di gioia e di dolore; ad ogni suo bacio, i possenti muscoli del domatore di tigri venivano smembrati e dilaniati, da un amore che adesso, si era trasformato in odio.
E fu così, che davanti agli occhi di tutti, crebbe e si consolidò la paura!
Il corpo di lui, rimase esangue sull’arena, in attesa dell'inutile giungere dei barellieri.
Il corpo di lei, venne invece raccolto dal personale del circo.
Tutta la sua bellezza rimase intatta, così come un tempo la natura gliela donò e quei suoi grandi occhi aperti, tornarono finalmente ad essere, occhi felini.
Solo un forellino era presente sul capo.
Da quel forellino “uscì” per sempre la vita e si spense quella fierezza e quella bellezza della Tigre del Bengala.
Una sola colpa aveva avuto: quella di invocare il suo diritto ad essere e rimanere libera.
domenica 13 febbraio 2011
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........molto bello.....e inquietante.
RispondiEliminamorte metaforica...
bravo gio'